Il Sangue di Cristo che diventa missione, carità e famiglia

Nel giorno in cui celebriamo la festa del Preziosissimo Sangue, la nostra Provincia vive una memoria che non appartiene soltanto al passato. Oggi la gratitudine si fa più intensa, perché insieme alla solennità del mistero che dà nome e forma alla nostra vocazione ricordiamo anche il sessantesimo anniversario dell’apertura della missione in Tanzania, iniziata nel 1966 dalla Provincia Italiana dei Missionari del Preziosissimo Sangue.

Ci sono date che restano nei registri. Altre, invece, diventano sorgenti. Il 1966 appartiene a questa seconda specie. Sessant’anni fa alcuni confratelli partirono dall’Italia verso la Tanzania portando con sé il Vangelo, il carisma di San Gaspare e quella disponibilità missionaria che non nasce dalle strategie, ma da un cuore raggiunto dal Sangue di Cristo. Non partirono per esportare un modello, né per costruire una presenza destinata a rimanere dipendente dall’Italia. Partirono perché il Sangue della Redenzione non può essere custodito senza essere annunciato, non può essere venerato senza diventare dono, non può essere contemplato senza aprire strade di riconciliazione e di vita.

I primi missionari, don Dino Gioia, don Giuseppe Montenegro e fr. Franco Palumbo, arrivarono in Tanzania nel 1966. Nel 1967 la presenza si radicò a Manyoni, luogo che rimane nella memoria C.PP.S. come il nome delle origini. Da quel primo insediamento nacque un cammino destinato ad allargarsi. Manyoni non fu semplicemente un punto geografico. Fu il grembo di una storia. Là il carisma cominciò a parlare una lingua nuova, a incontrare un popolo nuovo, a lasciarsi plasmare da bisogni, attese, ferite e speranze che chiedevano una risposta evangelica concreta.

Il Sangue di Cristo, nella spiritualità di San Gaspare, non è mai stato una devozione chiusa in se stessa. È il prezzo della redenzione, il segno dell’amore crocifisso, la sorgente della riconciliazione. Per questo, dove arriva davvero, non si limita a ornare gli altari o a riempire le preghiere. Scende nella vita degli uomini. Raggiunge chi soffre, chi è solo, chi è povero, chi è scartato, chi ha bisogno di essere rialzato. Una missione del Preziosissimo Sangue non può accontentarsi di predicare dall’alto. Deve chinarsi. Deve entrare nella carne della storia. Deve diventare prossimità.

Così la missione in Tanzania prese progressivamente la forma della Chiesa che annuncia e serve. Nacquero comunità cristiane, parrocchie, stazioni missionarie, opere educative, iniziative sanitarie, percorsi di formazione. L’annuncio del Vangelo si intrecciò con la cura della vita. La fede diventò scuola, dispensario, accompagnamento, promozione umana, presenza fedele. Esattamente il contrario di quella spiritualità disincarnata che riesce a parlare per ore della carità senza spostare una sedia per aiutare qualcuno, capolavoro abbastanza diffuso anche in ambienti devoti.

Tra i frutti più luminosi di questa storia missionaria c’è certamente il St. Gaspar Referral and Teaching Hospital di Itigi. Non è una semplice opera sanitaria. È una pagina carismatica scritta nella carne sofferente dei poveri. Porta il nome di San Gaspare e, proprio per questo, racconta con forza che il Sangue di Cristo non è un’idea spirituale, ma una vita versata per la salvezza dell’uomo intero.

L’ospedale nacque da un piccolo dispensario aperto nel 1987, in una zona rurale della Tanzania centrale dove la popolazione aveva bisogno di cure, presenza, competenza e speranza. Inaugurato ufficialmente come ospedale nel 1989, il San Gaspare di Itigi è cresciuto fino a diventare un ospedale regionale di riferimento, capace di accogliere malati provenienti anche da altre aree del Paese. Il suo motto, “curare, educare, consolare”, sembra quasi una sintesi della missione C.PP.S. quando essa rimane fedele alla sua radice più profonda.

Curare, perché il corpo ferito dell’uomo non è estraneo alla redenzione. Educare, perché la carità vera non si limita a tamponare l’urgenza, ma forma persone, competenze, responsabilità. Consolare, perché il Sangue di Cristo raggiunge l’uomo proprio là dove la paura, la malattia e la povertà rischiano di togliergli la dignità. Nel San Gaspare di Itigi il carisma ha preso la forma di reparti, sale operatorie, maternità, pediatria, pronto soccorso, laboratori, formazione sanitaria. Tutte cose molto meno poetiche delle frasi solenni, naturalmente, e proprio per questo molto più evangeliche.

Quando sorse, l’ospedale fu uno dei segni più belli della carità dei Missionari e dei devoti che sostennero l’opera. Ancora oggi, anche se la Tanzania è ormai Provincia autonoma, l’Italia continua ad accompagnare questa grande realtà. Questo legame non diminuisce l’autonomia della Provincia tanzaniana. La rende ancora più bella, perché dice che la fraternità non termina quando un figlio diventa adulto. Cambia forma, diventa collaborazione, sostegno, memoria condivisa, responsabilità reciproca.

In questo ospedale si vede con chiarezza che cosa significa essere Missionari del Preziosissimo Sangue. La redenzione non è un concetto astratto. È Cristo che versa il suo Sangue perché ogni uomo sia raggiunto dall’amore del Padre. Per questo una comunità che vive di quel Sangue non può restare indifferente davanti alla sofferenza. Il malato curato, il bambino assistito, la madre accompagnata, il povero accolto, il giovane formato alla professione sanitaria: tutto questo è annuncio. Non sostituisce la predicazione. La rende credibile.

La storia istituzionale della presenza C.PP.S. in Tanzania racconta poi una crescita progressiva. La missione divenne Delegazione nel 1972, Vicariato nel 1998 e Provincia nel 2015. Sono passaggi importanti, perché indicano una maturazione reale. Dietro queste parole, però, c’è molto più di un’evoluzione amministrativa. C’è una missione che ha generato vita. C’è una terra evangelizzata che è diventata soggetto di evangelizzazione. C’è una presenza nata dall’offerta della Provincia Italiana che, nel tempo, ha assunto un volto proprio, una voce propria, una responsabilità propria dentro la Congregazione.

È questo uno dei segni più limpidi della fecondità missionaria. Una missione non è veramente riuscita quando moltiplica dipendenze, quando trattiene tutto nelle mani di chi l’ha fondata, quando si comporta come se l’adulto dovesse restare eternamente bambino per gratificare chi lo ha accompagnato. Una missione è feconda quando genera figli capaci di camminare, di servire, di guidare, di portare avanti il carisma con il proprio volto e la propria storia.

Per me questa memoria non è soltanto una pagina da leggere. È anche una parte viva della mia formazione. Negli anni Ottanta, durante il cammino di seminario, ho avuto la grazia di condividere la vita con le prime vocazioni tanzaniane. Erano i primi frutti di quella missione ancora giovane, i segni concreti di una storia che cominciava a restituire alla Congregazione ciò che aveva ricevuto.

In quegli anni la Provincia Italiana tentò una sperimentazione bella e coraggiosa: un seminario internazionale, nel quale seminaristi italiani, indiani e tanzaniani vivevano insieme la formazione. Non era soltanto una soluzione pratica. Era una visione. Si voleva che i futuri Missionari imparassero fin dall’inizio a riconoscersi famiglia, prima ancora di essere mandati in luoghi diversi. La missione non cominciava dopo l’ordinazione o dopo una destinazione. Cominciava nella vita comune, nella preghiera condivisa, nello studio, nella mensa, nella fatica quotidiana di capirsi, nelle differenze culturali che costringevano tutti a uscire dal proprio piccolo mondo.

Ripensandoci oggi, quella esperienza aveva una forza profetica. Prima che l’internazionalità diventasse una parola frequente nei documenti, noi la vivevamo con il passo semplice della vita quotidiana. Eravamo diversi per lingua, provenienza, sensibilità, storia. Eppure il carisma ci chiedeva di non rimanere accanto come estranei ben educati, ma di diventare fratelli. Anche perché una comunità internazionale senza fraternità diventa presto un condominio con preghiere in comune, e il mondo aveva già abbastanza problemi senza aggiungerne altri in sacrestia.

Quei seminaristi tanzaniani erano il segno che il seme gettato nel 1966 stava germogliando. Non si trattava più soltanto di missionari italiani partiti per l’Africa. Si trattava di giovani tanzaniani che rispondevano alla chiamata del Signore dentro la spiritualità del Preziosissimo Sangue. La Tanzania non era più soltanto destinataria della missione. Diventava dono per tutta la Congregazione.

Questa è la bellezza del carisma quando è vissuto fino in fondo. Il Sangue di Cristo unisce senza cancellare. Non rende tutti uguali, perché l’uniformità è spesso la caricatura pigra della comunione. Il Sangue di Cristo riconcilia le differenze, le purifica, le ordina a una fraternità più grande. Italiani, indiani, tanzaniani: non come etichette da esposizione missionaria, ma come volti concreti chiamati a imparare insieme che la missione nasce dalla comunione.

Oggi, nel sessantesimo anniversario della missione in Tanzania, la nostra gratitudine deve abbracciare tutto questo. Rendiamo grazie per i confratelli che partirono, per il loro coraggio, per la loro fede, per le fatiche che forse nessuna cronaca saprà mai raccontare fino in fondo. Rendiamo grazie per le comunità cristiane nate e cresciute in Tanzania, per le vocazioni sbocciate, per i confratelli tanzaniani che oggi portano avanti il carisma, per le Suore Adoratrici del Sangue di Cristo che hanno condiviso l’opera missionaria con dedizione e intelligenza evangelica.

Rendiamo grazie per il San Gaspare di Itigi, segno concreto di una carità che non si è fermata alle intenzioni. Rendiamo grazie per i devoti, i benefattori, gli amici della missione, le comunità che hanno sostenuto e continuano a sostenere quest’opera. Dietro un ospedale così non ci sono soltanto edifici e bilanci. Ci sono sacrifici, offerte nascoste, fedeltà silenziose, persone che hanno creduto che il Sangue di Cristo dovesse diventare anche cura per chi non aveva altra possibilità.

Rendiamo grazie anche per ciò che la Tanzania ha insegnato alla Provincia Italiana. Ogni missione vera evangelizza anche chi la compie. La Tanzania ci ha ricordato che il carisma di San Gaspare non appartiene a una sola cultura, non parla una sola lingua, non resta prigioniero delle nostre abitudini. Il Sangue di Cristo è universale perché la redenzione è universale. Ogni volta che nasce una vocazione in una terra nuova, tutta la Congregazione viene ringiovanita. Magari se ne accorge tardi, perché noi religiosi abbiamo il talento di riconoscere la grazia dopo averla messa a verbale, però la grazia intanto lavora.

Sessant’anni dopo, Manyoni, Itigi e la Provincia tanzaniana ci riconsegnano una lezione limpida. La missione non è nostalgia. Non è celebrazione di ciò che siamo stati. Non è racconto edificante da tirare fuori negli anniversari. La missione è il modo in cui il Sangue di Cristo continua a circolare nella storia. Dove c’è missione vera, ci sono partenze, fatiche, conversioni, opere di carità, fraternità nuove, vocazioni inattese, popoli che non restano destinatari ma diventano protagonisti.

Per questo oggi la nostra festa è più grande. Celebriamo il Preziosissimo Sangue e riconosciamo che quel Sangue ha scritto una pagina viva nella storia della nostra Congregazione. Una pagina cominciata con pochi missionari partiti dall’Italia, cresciuta nella terra tanzaniana, maturata in una Provincia autonoma, resa visibile nella carità del San Gaspare di Itigi, continuata nelle vocazioni che hanno dato volto africano al carisma di San Gaspare.

Questa memoria oggi sale anche dalla Casa Madre, da San Felice, da questo luogo nel quale, nel 1815, tutto ebbe inizio. Qui San Gaspare pose il primo seme della Congregazione, e da qui il carisma del Preziosissimo Sangue ha cominciato a camminare sulle strade della Chiesa e del mondo. Oggi la comunità è piccola, composta soltanto da due missionari, tra i quali il decano della Provincia. Eppure proprio questa essenzialità rende il segno ancora più eloquente. In questa casa, dove la nostra storia è nata, sono simbolicamente presenti tutti i Missionari del Preziosissimo Sangue sparsi nel mondo, ogni confratello, ogni comunità, ogni terra raggiunta dal carisma di San Gaspare.

Da questa Casa Madre, nel giorno della festa del Preziosissimo Sangue e nel ricordo dei sessant’anni della missione in Tanzania, sale una preghiera particolare per la Provincia tanzaniana, per i confratelli che vi hanno seminato il Vangelo, per coloro che oggi portano avanti la missione, per i malati curati al San Gaspare di Itigi, per i giovani in formazione, per le comunità cristiane nate da quella prima partenza. È una preghiera grata, paterna, fraterna. Non pretende di trattenere nulla, perché ciò che nasce dal Sangue di Cristo non appartiene mai a chi lo ha iniziato. Si consegna, cresce, prende volto nuovo, torna a benedire anche la sorgente da cui è partito.

Da San Felice, dunque, questa piccola comunità affida al Signore tutta la Congregazione. Benedice idealmente i missionari anziani e i giovani confratelli, quelli che lavorano in parrocchia e quelli che servono negli ospedali, quelli che formano e quelli che imparano ancora a lasciarsi formare, quelli che annunciano il Vangelo in Africa, in Europa, in America, in Asia, ovunque il Sangue di Cristo continua a chiamare uomini alla riconciliazione e alla vita. La Casa Madre non è soltanto memoria. È radice viva. E una radice, anche quando non si vede, continua a nutrire l’albero.

Il modo migliore per celebrare questo anniversario non è guardare indietro con malinconia. La malinconia, da sola, è una forma elegante di immobilità. La memoria cristiana è altra cosa. Ricorda per ringraziare, ringrazia per convertirsi, si converte per ripartire. Se la Tanzania è diventata Provincia, se il San Gaspare continua a curare, se le vocazioni tanzaniane hanno portato nuova vita alla Congregazione, allora il Sangue di Cristo continua a generare.

Oggi chiediamo a San Gaspare di custodire la Provincia tanzaniana, la Provincia Italiana e tutta la Congregazione. Gli chiediamo di liberarci dalla tentazione di ridurre il carisma a tradizione da conservare senza ardore. Gli chiediamo di renderci ancora missionari, capaci di riconoscere nelle ferite del mondo il luogo dove il Sangue di Cristo vuole essere annunciato, adorato e servito.

Sessant’anni fa iniziava una storia. Oggi quella storia ci guarda con gratitudine e ci provoca con forza. Ci ricorda che il Preziosissimo Sangue non è memoria ferma, ma vita versata. Non è devozione ripiegata, ma missione. Non è proprietà di qualcuno, ma dono per tutti.

E forse questa è la grazia più grande dell’anniversario: scoprire che ciò che è nato da un piccolo seme, se rimane immerso nel Sangue di Cristo, può diventare famiglia, carità e futuro.

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