Il 4 settembre, rileggendo il discorso rivolto da Papa Leone XIV ai membri della Conferenza Episcopale Latina nelle Regioni Arabe, avevamo cercato di raccogliere alcuni tratti del Vescovo che il Papa sembra proporre con crescente chiarezza alla Chiesa del nostro tempo. In quel testo emergeva il Pastore chiamato a servire la fede del popolo, a custodire la comunione, a lasciarsi trovare e soprattutto a «rendere presente Cristo».
Il discorso rivolto oggi ai nuovi Vescovi partecipanti al corso di formazione riprende quel medesimo profilo e sembra condurlo verso una sorgente ancora più profonda. Se il 4 settembre la domanda riguardava soprattutto ciò che il Vescovo è chiamato a rendere presente nella vita della Chiesa, oggi Leone XIV sembra indicare da dove quella presenza possa realmente nascere.
La risposta arriva attraverso una frase semplice e molto densa: «Siamo Vescovi, ma siamo anzitutto discepoli».
Subito dopo il Papa richiama la pagina di Marco nella quale Gesù costituisce i Dodici «perché stessero con lui e per mandarli a predicare». Leone XIV insiste su quello che definisce «l’ordine del Vangelo»: stare con il Signore e, da Lui, essere mandati. La missione apostolica porta dunque dentro di sé una permanenza, una familiarità con Cristo dalla quale riceve continuamente origine e misura.
Questo richiamo acquista un peso particolare se pensiamo alla vita concreta di un Vescovo, attraversata da decisioni, problemi amministrativi, incontri, visite pastorali, richieste che arrivano dalle comunità e responsabilità che difficilmente concedono tregua. Dentro questa trama Leone XIV indica ciò che deve conservare il suo spazio: l’Eucaristia, la Parola di Dio, la preghiera e quei momenti nei quali il Pastore può stare davanti al Signore «con il cuore semplice del discepolo che si lascia amare dal suo Signore».
È un’espressione che illumina l’intero discorso. Il Vescovo continua a essere un uomo raggiunto dalla grazia, chiamato ogni giorno a ricevere dal Signore ciò che poi sarà chiamato a comunicare. La capacità di guidare il popolo cresce dentro una relazione nella quale egli stesso rimane discepolo. Il ministero episcopale trova così la propria origine in una vita esposta alla presenza di Cristo, capace di lasciarsi formare da Lui anche quando l’esperienza, gli anni e le responsabilità potrebbero suggerire l’illusione di avere ormai imparato abbastanza.
Da questa relazione prende forma la paternità episcopale.
Il Papa parla del cuore del Buon Pastore e invita il Vescovo a conoscere le gioie e le sofferenze della propria gente, ad ascoltarne le storie, a entrare nelle case quando gli è possibile. Poi il discorso scende verso gesti molto semplici: una visita, una benedizione, il tempo dato a un sacerdote, l’ascolto di una famiglia, il dialogo con un giovane. La vita di una diocesi passa anche attraverso questi incontri apparentemente ordinari, nei quali una persona può avvertire che il Pastore conosce la sua esistenza e le dedica realmente una parte del proprio tempo.
Tra le espressioni più dense del discorso ve n’è una che offre forse la misura più esigente di questa paternità: «Tutti devono trovare un posto nel cuore del Vescovo, perché tutti hanno già un posto nel cuore di Cristo».
La misura viene dunque da Cristo. Il popolo affidato a un Vescovo è più grande delle sue affinità personali e delle relazioni che gli risultano spontaneamente più facili. Comprende le persone che incontra con gioia e quelle che fanno maggiore fatica a comprenderlo, chi partecipa intensamente alla vita ecclesiale e chi rimane ai margini. Cristo le ha già accolte nel proprio cuore e il ministero chiede al Pastore di lasciarsi progressivamente conformare a questa ampiezza.
Leone XIV introduce qui la sollicitudo pastoralis, la sollecitudine pastorale, e la descrive come il portare il proprio popolo nel cuore. Il richiamo a san Paolo e al suo «assillo quotidiano» per tutte le Chiese chiarisce la profondità di questa espressione. La diocesi affidata al Vescovo entra nella sua vita, trova posto nella preghiera e diventa parte della responsabilità che egli porta davanti a Dio.
Il Papa chiama esplicitamente questa realtà «paternità episcopale». La parola conserva tutta la sua forza quando viene ricondotta al Buon Pastore, che conosce le pecore e offre per loro la propria vita. Essere padre, in questa prospettiva, significa assumere la vita di altri dentro la propria responsabilità e presentarli ogni giorno al Signore.
Quando il discorso arriva ai sacerdoti, questa paternità acquista un volto ancora più concreto.
«Vi raccomando di amare i vostri sacerdoti. Trovino in ognuno di voi un padre e un fratello».
La scelta del verbo è significativa. Leone XIV chiede al Vescovo di amare i suoi sacerdoti e traduce subito questa richiesta nella vita quotidiana: ascoltarli, incoraggiarli, pregare per loro, gioire del bene che compiono, accompagnarli con fiducia. Un’attenzione particolare viene riservata ai sacerdoti anziani e ammalati, perché possano sentire che la Chiesa continua a considerarli preziosi e che il loro Vescovo conserva per loro una presenza personale.
Anche qui il Papa arriva alla semplicità di una telefonata, di una visita, di una parola affettuosa. Sono gesti nei quali la comunione smette di essere soltanto una categoria ecclesiologica e diventa esperienza vissuta. Un sacerdote riconosce così che la propria vita interessa al Vescovo anche quando l’età, la malattia o una stagione di particolare fatica riducono ciò che egli può offrire nell’attività pastorale.
Questa attenzione illumina in modo particolare il tema scelto per il corso dei nuovi Vescovi: «servitori della comunione nella Chiesa e nel mondo di oggi». La comunione possiede strutture nelle quali esprimersi e luoghi nei quali essere discernita. La sua verità si manifesta poi nella qualità delle relazioni, nella capacità di accorgersi delle persone e di custodire il legame anche quando esso chiede tempo e pazienza.
Sant’Agostino offre al Papa un’espressione capace di raccogliere tutto questo: amoris officium, servizio d’amore. Leone XIV vi riconduce la predicazione e l’ascolto, la preghiera e il discernimento, il tempo consegnato alle persone. Sono forme della carità pastorale attraverso le quali Cristo Pastore continua a raggiungere coloro che ama.
Questo amore conserva la serietà propria della responsabilità pastorale. Cerca il bene reale della persona, accompagna la sua crescita e sa esercitare il discernimento necessario quando il cammino lo richiede. La carità del Pastore riceve la propria forma da Cristo e dalla salvezza che Egli desidera per ogni uomo.
Verso la conclusione del discorso torna ancora Sant’Agostino con la celebre espressione: «Per voi sono Vescovo, con voi sono cristiano». Leone XIV la inserisce nel cammino condiviso con il popolo, nell’ascolto della Parola e nella celebrazione dell’Eucaristia, dentro quella ricerca quotidiana del volto del Signore che accomuna il Pastore e le persone affidate alla sua cura.
L’identità sacramentale del Vescovo trova qui la propria radice battesimale. Egli appartiene allo stesso popolo che è chiamato a guidare e vive della stessa grazia che annuncia. La sua paternità cresce così dentro una figliolanza che continua per tutta la vita.
Anche l’apertura missionaria richiamata da Leone XIV si comprende a partire da questa prospettiva. Il cuore del Vescovo raggiunge le comunità cristiane affidategli e si allarga verso i cristiani di altre confessioni, i credenti di altre religioni, le persone che non professano una fede e quanti cercano sinceramente il bene. Il Papa inserisce questa apertura dentro la missione, perché il Vangelo spinge la Chiesa verso ogni uomo e insegna al Pastore a riconoscere quanto di buono può già essere presente nella sua vita.
Il riferimento all’Enciclica Magnifica humanitas porta poi il discorso dentro una delle grandi trasformazioni del nostro tempo. Leone XIV chiede ai Vescovi di promuovere nelle diocesi una riflessione capace di custodire l’umano nell’epoca dell’intelligenza artificiale. La relazione con Cristo permette al Pastore di abitare il proprio tempo con libertà interiore, offrendo alla comunità cristiana criteri per riconoscere ciò che serve realmente la dignità della persona.
Riletto alla luce degli interventi precedenti, il discorso del 10 settembre appare come una nuova tappa di una pedagogia dell’episcopato che Leone XIV sta sviluppando con notevole continuità. Il Papa ritorna su elementi profondamente radicati nella tradizione della Chiesa e li riconsegna ai Pastori dentro le condizioni concrete del presente.
Il 4 settembre avevamo riconosciuto nel ministero episcopale la chiamata a «rendere presente Cristo». Oggi Leone XIV sembra accompagnarci più vicino alla sorgente di quella missione. Cristo diventa presente attraverso un Pastore che continua a vivere con Lui e da Lui, conservando nel proprio ministero il cuore del discepolo.
Da questa permanenza cresce la capacità di portare il popolo davanti a Dio e prende forma una paternità che si lascia verificare nella prossimità reale alle persone. La comunione stessa diventa così una vita condivisa nella quale il Vescovo, proprio mentre guida, continua a camminare con il popolo che gli è stato affidato.
Il tratto che oggi Leone XIV aggiunge con maggiore chiarezza al volto del Vescovo che sta delineando per la Chiesa sembra essere proprio questo: la paternità episcopale conserva, nel suo punto più profondo, il cuore di un discepolo che rimane con il Signore.

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