don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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Leone XIV a Genazzano e la via silenziosa di Dio

«Santità, lei qui ha una casa». Tra le molte parole pronunciate la sera del 7 settembre a Genazzano, alla vigilia della Natività della Beata Vergine Maria, forse questa è quella che permette meglio di entrare nel significato di una visita che possedeva fin dall’inizio un carattere profondamente personale. Il saluto rivolto a Leone XIV da padre Ludovico Maria Centra, priore e rettore del Santuario della Madre del Buon Consiglio, aveva il tono semplice e familiare di una comunità religiosa che vede tornare qualcuno che conosce da tempo, un figlio di sant’Agostino che in quel luogo ha imparato, molto prima dell’elezione al pontificato, ad affidarsi alla presenza materna di Maria.

Il rettore aveva cominciato con un semplice «grazie», correggendo subito quella parola quasi gli sembrasse ancora insufficiente: «Credo che sia più esatto dire Deo gratias». La gioia per il ritorno del Papa veniva così ricondotta alla sua sorgente e diventava rendimento di grazie a Dio. Poco dopo gli avrebbe ricordato che a Genazzano egli trova «un cuore materno che illumina il suo ministero e lo protegge», fino a dirgli con una libertà affettuosa che raramente appartiene al linguaggio delle occasioni ufficiali: «Le vogliamo tutti un bene infinito».

Anche i gesti compiuti prima della celebrazione appartenevano a questa atmosfera di familiarità e memoria. Dopo aver sostato in preghiera davanti all’immagine della Madre del Buon Consiglio, Leone XIV ha offerto alla Vergine una rosa d’oro composta da più fronde sulle quali si intrecciano dodici stelle, richiamo alla corona mariana dell’Apocalisse e alla Chiesa raccolta attorno alla Madre. Ha poi svelato l’affresco realizzato da Marco Innocenzi che lo ritrae in preghiera davanti all’icona, collocato nell’ultimo spazio rimasto libero all’interno della cappella e inserito nella tradizione iconografica che conserva il ricordo dei Pontefici passati per Genazzano.

Quel dipinto richiama in modo particolare la visita del 10 maggio 2025, quando Leone XIV, appena due giorni dopo l’elezione, scelse proprio questo santuario come meta della sua prima uscita pubblica fuori dal Vaticano. Questa sera egli stesso ha ricordato ciò che allora aveva scritto nel libro delle firme: «Nei primi giorni del pontificato ho sentito il dovere e un profondo desiderio di avvicinarmi a Genazzano, al santuario della Madonna del Buon Consiglio, che durante tutta la mia vita mi ha accompagnato con la sua presenza materna, con la sua saggezza e l’esempio del suo amore per il Figlio, che è sempre il centro della mia fede».

L’espressione «lei qui ha una casa» acquista così un significato che supera il linguaggio dell’accoglienza. Dice qualcosa della geografia spirituale di Robert Prevost. Il Successore di Pietro torna nel luogo nel quale può ancora riconoscersi figlio, portando con sé il peso del ministero ricevuto e affidandolo nuovamente a quella Madre alla quale aveva già chiesto consiglio all’inizio del pontificato.

Poco dopo sarebbe stato lo stesso Leone XIV a parlare di una casa, spostando lo sguardo dalla propria vicenda alla Vergine e consegnando forse la frase più intensa dell’omelia: «In Maria la salvezza trova casa: Dio con noi!»

È attorno a questa immagine che mi sembra si possa comprendere tutta la celebrazione.

Leone XIV ha scelto di contemplare la nascita di Maria partendo da ciò che agli occhi della storia sarebbe apparso quasi irrilevante. Nella casa di Gioacchino e Anna nasce una bambina. Chi avesse osservato quell’evento con le sole misure della cronaca non avrebbe potuto riconoscervi il principio di qualcosa destinato a raggiungere l’intera umanità. Il Papa guarda quella piccolezza con gli occhi della fede e vi riconosce «l’aurora di un giorno diverso», un germoglio nel quale già si manifesta la fedeltà di Dio.

La Natività di Maria rivela così il modo con cui Dio ama entrare nella storia, scegliendo spesso ciò che resta lontano dai luoghi nei quali gli uomini concentrano la propria attenzione. La grandezza dell’opera divina può cominciare dentro un avvenimento domestico che nessuna cronaca avrebbe registrato. Una bambina viene al mondo e dentro quella vita Dio prepara la dimora del Verbo.

Per sviluppare questo pensiero Leone XIV si lascia accompagnare da san Tommaso da Villanova, frate e vescovo agostiniano. La scelta possiede una sua naturale coerenza, perché nel santuario affidato da secoli agli agostiniani il Papa ritorna alla propria famiglia spirituale e legge la Scrittura attraverso la voce di uno dei suoi grandi testimoni. San Tommaso si domandava perché gli evangelisti avessero raccontato così poco della Vergine e perché avessero lasciato nel silenzio tanti aspetti della sua vita che i fedeli avrebbero desiderato conoscere.

Leone XIV raccoglie quelle domande e ne ricava un’indicazione importante sul modo cristiano di accostarsi alla Parola di Dio: «interrogare la Scrittura e i suoi autori, discutere col testo e dialogare coi testimoni della Rivelazione, come con degli amici».

Il Papa descrive qui l’intelligenza della fede, quella familiarità con la Parola che consente di porre domande proprio perché ci si lascia interrogare da essa. Il modello scelto è Maria stessa. Davanti all’annuncio dell’angelo ella domanda: «Come avverrà questo?». Di fronte agli avvenimenti che accompagnano la vita del Figlio li custodisce nel cuore e cerca di comprenderli dentro il disegno di Dio.

Ritroviamo in questo passaggio qualcosa che in questi mesi sta affiorando con crescente chiarezza nel Magistero di Leone XIV. La verità della fede domanda di diventare forma interiore della persona. Nelle catechesi dedicate al Concilio Vaticano II il Papa ha insistito sulla necessità di lasciarsi formare dal mistero celebrato; a Genazzano la stessa dinamica accompagna l’ascolto della Scrittura. La Parola viene ricevuta nella fede e continua a lavorare nel cuore del credente, aprendone progressivamente l’intelligenza al mistero di Dio.

Il silenzio degli evangelisti su gran parte della vita di Maria assume allora un significato nuovo. San Tommaso da Villanova arriva a una conclusione sorprendente nella sua semplicità: «Cos’altro vuoi sapere? Cos’altro cerchi nella Vergine? Ti basti sapere che è la Madre di Dio».

Tutta la grandezza della Vergine viene ricondotta a Cristo. Il titolo di Madre di Dio contiene già il mistero che rende Maria unica nella storia della salvezza. «Da lei nacque Gesù»: in questa relazione con il Figlio si raccoglie il senso della sua esistenza e si comprende il carattere profondamente cristocentrico della devozione mariana espressa da Leone XIV. Lo aveva detto parlando della propria vita spirituale, ricordando l’amore di Maria per quel Figlio «che è sempre il centro della mia fede». Ora lo ripete attraverso san Tommaso, lasciando che ogni grandezza della Madre conduca al mistero del Figlio.

Il Vangelo di Matteo offre al Papa un ulteriore passaggio. Maria, nel racconto proclamato durante la celebrazione, non pronuncia una parola. La sua presenza è sufficiente a modificare il corso della storia. Leone XIV lo esprime con una frase di straordinaria efficacia: «Il semplice esserci di Maria – e del Figlio in lei – muove la storia intera».

Il Papa parla addirittura di «un salto nella genealogia». Per generazioni il racconto di Matteo procede attraverso la successione dei padri, fino a giungere a Giuseppe, «lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù». In quel punto la storia riceve una forma nuova, perché l’iniziativa di Dio entra nella successione umana e la conduce verso un compimento che l’uomo non avrebbe potuto generare da sé.

Anche Giuseppe viene raggiunto e trasformato da questa novità. La presenza di Maria lo pone davanti a qualcosa che supera le sue attese e lo chiama ad ascoltare nuovamente Dio. Ciò che egli pensa, ciò che decide e ciò che compie prende forma dentro la risposta a una presenza che viene dall’alto e chiede di essere accolta.

È qui che la frase «In Maria la salvezza trova casa» acquista tutta la sua profondità. Prima ancora di essere una bella immagine mariana, conduce direttamente all’Incarnazione. Dio sceglie di abitare la condizione umana e trova nella disponibilità di Maria la dimora nella quale il Verbo assume la nostra carne.

Leone XIV invita allora a sostare davanti a ciò che egli stesso definisce una «vertigine»: «Celebriamo la nascita di una bambina chiamata a diventare la Madre del suo Creatore».

Sono parole capaci di restituire alla Natività di Maria la sua grandezza teologica. Davanti agli occhi vi è semplicemente una bambina, come quelle che una famiglia accoglie tra le braccia. Nel disegno di Dio quella piccola vita appartiene già alla storia dell’Incarnazione. La distanza tra ciò che l’uomo vede e ciò che Dio sta preparando diventa quasi vertiginosa.

Da questa contemplazione il Papa passa alla vocazione di ogni credente. San Paolo ricorda che siamo «predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio». La strada scelta da Dio in Maria rivela quindi qualcosa del cammino al quale anche noi siamo chiamati. Cristo entra nel mondo dentro condizioni umili e attraverso una creatura priva di quel potere che gli uomini associano abitualmente alla capacità di cambiare la storia. Proprio qui Leone XIV riconosce l’originalità del Regno di Dio.

Quando afferma che in questo Regno «la prepotenza non ha posto e l’onnipotenza è creazione, servizio e cura della vita», le sue parole vanno comprese dentro la logica dell’Incarnazione che sta contemplando. Nell’umiltà con cui Dio agisce, la sua onnipotenza manifesta una grandezza che supera le categorie umane del dominio. Il Verbo entra nel grembo di Maria, nasce nella piccolezza di Betlemme e percorre una strada nella quale la potenza divina si rivela come capacità di dare vita e di custodirla fino al dono di sé.

Anche l’insistenza di san Tommaso da Villanova sull’immaginazione trova nell’omelia una collocazione precisa. Il santo invita a «dipingere nel profondo» dell’anima la figura della Vergine. Leone XIV spiega il senso di questo esercizio attraverso la preghiera contemplativa, nella quale può prendere forma davanti allo sguardo credente «ciò che ancora è invisibile» e possiede già una forza nuova. Per questo aggiunge: «Non si tratta di fantasia, ma di profezia».

La profezia di cui parla il Papa nasce dalla capacità di riconoscere l’opera di Dio mentre essa sta ancora germogliando, leggendo il presente alla luce della promessa e imparando a scorgere dentro la storia ciò che lo sguardo immediato ancora non riesce a vedere.

È da qui che si comprende il passaggio conclusivo sulla pace.

Il profeta Michea guarda la piccola Betlemme e riconosce proprio lì il luogo dal quale verrà colui che sarà la pace del suo popolo. La liturgia guarda Maria Bambina e riconosce in quella nascita l’aurora della salvezza. Leone XIV invita il cristiano immerso in un tempo segnato dalla distruzione e dall’incertezza ad assumere lo stesso sguardo, imparando a riconoscere i germogli che la forza rumorosa della storia tende facilmente a calpestare.

Per questo chiede di «immaginare la pace», allargando i confini della comprensione fino a percepirne una presenza che può già esistere prima di diventare evidente. La pace alla quale Leone XIV guarda appartiene all’esperienza pasquale del credente, perché viene dal Risorto ed è opera dello Spirito Santo; accolta interiormente, diventa una presenza capace di entrare nella storia e di orientarla verso ciò che Dio prepara.

Solo dentro questo orizzonte acquista tutto il suo significato la frase con la quale il Papa conclude: «Lasciamo crescere la pace in noi. Germoglierà nel mondo».

Il germoglio della pace appartiene così alla stessa logica della bambina nata nella casa di Gioacchino e Anna e della piccola Betlemme intravista dal profeta. Dio comincia spesso là dove lo sguardo umano, abituato a misurare la storia attraverso la grandezza visibile, fatica persino a fermarsi.

Forse Genazzano ci ha consegnato proprio questo. All’inizio della celebrazione il rettore ha detto al Papa: «Lei qui ha una casa». Leone XIV, guardando Maria, ci ha ricordato che anche Dio ha cercato una casa e l’ha trovata nella disponibilità di una creatura che il mondo avrebbe potuto attraversare senza accorgersi di ciò che stava accadendo.

L’affresco e la rosa d’oro resteranno nel Santuario come segni discreti di questa giornata e del legame di Leone XIV con la Madre del Buon Consiglio. Appartengono anch’essi alla logica dell’omelia ascoltata a Genazzano, perché custodiscono la memoria di un affidamento e raccontano quella via silenziosa con la quale Dio continua a far germogliare nella storia ciò che prepara.

La salvezza entrò nella nostra storia cercando una casa, e la trovò in Maria.

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