«Ha innalzato gli umili». (Lc 1,52; cfr Ap 12,1)

Cari amici buongiorno e buon fine settimana. Ieri Gesù ci ha posto davanti al corpo del bambino, totalmente affidato alla responsabilità degli adulti. Abbiamo compreso che la fragilità del più piccolo trasforma l’autorità in un compito di custodia: chi riceve una vita non ne diventa proprietario, ne diventa responsabile.

Oggi, otto giorni dopo l’Assunzione, la Chiesa celebra la memoria della Beata Vergine Maria Regina. Il passaggio non ci allontana da ciò che abbiamo meditato ieri. La donna che contempliamo glorificata accanto al Figlio è la stessa che lo ha portato nel grembo, lo ha custodito bambino e ha esercitato la propria maternità nella forma quotidiana della cura.

Per comprendere la regalità di Maria dobbiamo guardare anzitutto a Cristo. Maria è Regina perché è la Madre del Re e perché partecipa, per grazia, alla signoria del Figlio. La sua dignità non costituisce un potere parallelo a quello di Cristo. Tutto ciò che ella è viene da lui e conduce a lui.

Anche in questo la sua vita rimane fedele alle parole del Magnificat: «Ha innalzato gli umili». Colei che si era definita «la serva del Signore» viene innalzata da Dio. L’elevazione non cancella la sua condizione di creatura e non trasforma la maternità in dominio. Porta a compimento ciò che la grazia aveva formato in lei lungo tutta l’esistenza.

Per questo la regalità di Maria può essere compresa soltanto alla luce della regalità di Cristo. Gesù è Re e tuttavia la sua signoria non assume la forma del potere che cerca se stesso. Durante l’ultima cena si china davanti ai discepoli e lava loro i piedi. Sulla croce esercita la propria regalità consegnando se stesso. Risorto, riceve dal Padre ogni potere e lo esercita comunicando la vita.

Maria entra dentro questa logica. La sua regalità non contraddice il servizio vissuto a Nazaret. Ne manifesta il compimento. La Madre glorificata rimane totalmente orientata al Figlio e continua, nella comunione dei santi, a esercitare quella maternità che Cristo stesso ha affidato alla Chiesa.

Qui possiamo comprendere perché il titolo di oggi sia legato così profondamente all’Assunzione. Il 15 agosto abbiamo contemplato Maria tutta intera nella gloria. Oggi quella gloria ci appare nella forma di una comunione pienamente vissuta con Cristo e, proprio per questo, aperta alla Chiesa.

La vicinanza a Dio non rende Maria più distante. La comunione perfetta con il Figlio rende piena la sua partecipazione materna alla vita del popolo che ancora cammina. Per questo la Chiesa la invoca e le affida le proprie necessità, sapendo che ogni sua intercessione rimane totalmente dipendente dall’unica mediazione di Cristo.

Questa regalità offre anche una luce preziosa sul modo cristiano di esercitare l’autorità. Ieri il bambino ci ha mostrato quanto una vita fragile dipenda dalla maturità di chi ha responsabilità su di essa. Oggi Maria Regina ci ricorda che essere posti in una posizione di responsabilità non significa ricevere uno spazio nel quale affermare se stessi. Significa ricevere delle persone da custodire e un bene da servire.

Questo principio riguarda molti ambiti della vita. Nella famiglia l’autorità dei genitori esiste perché i figli possano crescere verso una libertà matura. Nella comunità civile il potere dovrebbe custodire il bene comune. Nella Chiesa ogni ministero riceve la propria forma da Cristo che è venuto «non per farsi servire, ma per servire».

Anche il corpo rivela molto del modo in cui esercitiamo questa responsabilità. Prima delle parole, una persona percepisce come viene guardata. Il tono della voce può creare fiducia oppure paura. La posizione fisica può comunicare disponibilità o distanza. Perfino il tempo che concediamo a qualcuno dice se lo consideriamo realmente importante.

Per questo la conversione dell’autorità passa anche attraverso gesti molto concreti. Chi ha responsabilità può imparare a non occupare continuamente lo spazio della conversazione. Può lasciare che l’altro termini ciò che sta dicendo. Può scegliere di avvicinarsi invece di costringere sempre gli altri ad avvicinarsi a lui.

Sono gesti piccoli, e proprio per questo possono rivelare qualcosa di molto profondo. L’autorità cristiana non teme di essere riconosciuta come tale. Deve assumere decisioni e custodire la verità. Il servizio non equivale alla rinuncia alla responsabilità. Chi guida deve talvolta pronunciare una parola esigente e prendere decisioni che non saranno comprese da tutti.

La differenza sta nella ragione per cui esercita quel potere. Se l’autorità viene utilizzata per proteggere la propria immagine, diventa facilmente dominio. Quando è vissuta come responsabilità ricevuta da Dio, cerca il bene reale delle persone anche quando questo richiede fermezza.

Questo riguarda in modo particolare il ministero nella Chiesa. Il sacerdote presiede una comunità perché essa appartiene a Cristo, non perché diventi il prolungamento della sua personalità. È chiamato a insegnare e santificare, a guidare il popolo che gli viene affidato. Proprio per questo deve continuamente ricordare che quelle persone non sono sue.

Maria Regina offre un’immagine luminosa di questa appartenenza. Ella possiede una dignità altissima e rimane totalmente riferita al Figlio. Non trattiene per sé lo sguardo della Chiesa. Continua a ripetere, con tutta la propria esistenza, ciò che aveva detto a Cana: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».

La sua regalità è profondamente cristologica proprio perché conduce a Cristo. Anche la sua intercessione appartiene a questa forma di servizio. Maria non sostituisce il Signore. Presenta alla sua misericordia la Chiesa pellegrina e accompagna i discepoli nell’obbedienza al Figlio.

Il corpo destinato alla gloria impara allora qualcosa di ulteriore. Nei giorni scorsi abbiamo contemplato un corpo che serve e un corpo che si lascia educare nei propri desideri. Ieri abbiamo visto il corpo fragile del bambino affidato alla cura. Oggi comprendiamo che anche l’autorità ha una vocazione corporea: deve diventare presenza che custodisce.

Maria assunta e Regina ci mostra che essere innalzati da Dio non significa allontanarsi dagli altri. Nel Regno l’elevazione raggiunge la propria verità quando approfondisce la comunione.

Domani la liturgia domenicale allargherà ancora il nostro sguardo. Non contempleremo più soltanto una persona chiamata a servire attraverso l’autorità. San Paolo ci mostrerà una realtà ancora più grande: siamo membra gli uni degli altri, inseriti nell’unico Corpo di Cristo che è la Chiesa.

Un gesto per oggi

Affidiamo a Maria una responsabilità che esercitiamo sugli altri. Viviamola oggi attraverso un gesto di servizio.

Alla scuola del Concilio Vaticano II

Il Concilio insegna che la funzione materna di Maria nell’ordine della grazia continua senza interruzione. Assunta nella gloria, ella non smette di servire il disegno del Figlio e accompagna i fratelli di Cristo ancora pellegrini. La sua regalità è intercessione materna e piena partecipazione alla carità del Risorto. (Lumen gentium, 62)

Lumen gentium presenta la maternità di Maria come una cooperazione subordinata all’unica mediazione di Cristo. La Madre glorificata continua a intercedere e a servire il disegno del Figlio. La sua regalità rimane interamente cristologica.

Preghiera

Signore Gesù, hai associato tua Madre alla gloria del Regno. Fa’ che ogni autorità diventi servizio e ogni responsabilità sia esercitata nella carità. Maria Regina, continua a prenderti cura della Chiesa e guidaci verso il tuo Figlio.

Giaculatoria

Maria Regina, insegnami a servire.

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