
Cari amici, la giornata di Papa Leone XIV tra San Marino e Rimini si è conclusa al Porto, davanti al mare, con la celebrazione dell’Eucaristia.
Ed è stato lo stesso Papa, nelle prime parole dell’omelia, a spiegare il significato di questo ultimo passaggio. Dopo gli incontri con le istituzioni, con la comunità ecclesiale, con i giovani del Meeting e con le persone fragili incontrate in Cattedrale, Leone XIV ha detto che era arrivato il momento di celebrare «il mistero che dà senso a tutto», culmine e fonte di ogni azione pastorale.
Mi sembra una frase capace di raccogliere l’intera giornata. Il Vangelo proponeva la domanda di Gesù ai discepoli: «Voi chi dite che io sia?». Pietro risponde: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Leone XIV ha chiesto alla Chiesa radunata a Rimini di rinnovare quella stessa professione di fede, ricordando che siamo qui perché crediamo in Gesù, Figlio eterno del Padre, venuto per servire e dare la propria vita.
Da questa confessione di fede nasce anche il modo cristiano di comprendere l’autorità. Gesù consegna a Pietro le chiavi e il Papa interpreta quel gesto attraverso una frase molto chiara: «Nella Chiesa, ad ogni livello, l’autorità è servizio».
Il Successore di Pietro ha collocato il Papa, i vescovi, i sacerdoti e i diaconi dentro questa responsabilità, chiedendo poi a tutto il popolo di Dio di viverla secondo la propria vocazione. L’autorità cristiana trova la propria misura nel Cristo che si china a lavare i piedi e nel pastore che offre la vita per il gregge. Per spiegare che cosa significhi concretamente questo servizio, Leone XIV ha ricordato don Oreste Benzi e la sua scelta di conformarsi a Cristo povero e servo, vivendo la condivisione a partire dagli ultimi.
Anche la missione di «legare e sciogliere» viene così allargata alla vita di ogni battezzato. Il Papa la descrive come capacità di riunire chi è disperso, liberare chi rimane prigioniero del peccato e fare dei doni ricevuti strumenti posti al servizio della salvezza degli altri.
La prima lettura gli ha offerto poi l’immagine di Sebna, che aveva ricevuto responsabilità e mezzi per contribuire al rinnovamento di Gerusalemme e aveva finito per usare il proprio potere a vantaggio di sé e della propria cerchia. La sua vicenda diventa un avvertimento rivolto a chiunque riceva un incarico: tutto ciò che siamo e possediamo ci viene affidato perché possa concorrere al bene della comunità.
È una riflessione che attraversa sorprendentemente tutta la giornata. Al Meeting il Papa aveva invitato a liberarci dall’ossessione di difendere prestigio e influenza. Al Porto ritorna sullo stesso punto attraverso la Scrittura: i doni di Dio diventano fecondi quando vengono consegnati.
Poi l’omelia entra ancora più profondamente nel mistero di Dio. Leone XIV parla dell’«immensità disarmante» del suo amore. Dio è semplice perché è pura carità e chiama l’uomo a lasciarsi plasmare da questa stessa logica.
Da qui il Papa guarda alla Romagna e alla sua gente, alla sua storia di solidarietà, ai santi che vi sono nati e alle numerose realtà ecclesiali che continuano a servire il territorio. E arriva a un aspetto molto concreto della vocazione di Rimini: l’accoglienza di quanti ogni anno raggiungono questa terra per le vacanze e per il riposo.
Riprendendo una riflessione di san Giovanni Paolo II, Leone XIV ha ricordato che riposarsi significa ritrovare se stessi e riconciliarsi con il proprio intimo. Esistono forme di svago che lasciano il cuore ancora più disperso, perché il luogo dell’incontro con Dio e con noi stessi si trova nel profondo dell’anima.
Per questo la vocazione turistica di Rimini può diventare anche una vocazione pastorale. Accogliere significa offrire ristoro al corpo e creare luoghi nei quali lo spirito possa ritrovare silenzio e profondità. Significa custodire chiese nelle quali sia possibile raccogliersi, offrire presenza personale e disponibilità concreta, essere capaci di ricevere anche chi arriva ferito nel corpo o nello spirito e cerca lontano dalla propria terra un luogo nel quale sentirsi accolto.
Poco prima, in Cattedrale, Leone XIV aveva detto alle persone malate e fragili: «Qui voi siete a casa». Al Porto quella stessa accoglienza viene affidata all’intera Chiesa riminese come forma della sua missione.
Al termine della Messa, il vescovo di Rimini ha quasi restituito al Papa questa consegna trasformandola in un impegno per il futuro. Ha ricordato che la preparazione alla visita aveva già radunato la diocesi nella preghiera, nell’adorazione e nella riconciliazione, e ha detto che la grazia più grande della giornata consiste nell’aver aiutato molte persone a riconoscere la presenza di Gesù nella propria vita.
Poi ha guardato oltre questa sera. La diocesi continuerà a pregare in modo particolare per il Papa e per la pace. La memoria della visita sarà legata anche a opere concrete, tra cui un intervento destinato ai detenuti della casa circondariale e il sostegno a un progetto sanitario per Gaza. Rimini vuole proseguire anche il proprio impegno nell’accoglienza delle persone provenienti da altri Paesi che già vivono, lavorano e crescono insieme alla popolazione locale.
Mi è sembrata molto bella l’immagine con cui il vescovo ha guardato al mare davanti al quale stavamo celebrando. L’Adriatico, per una città abituata a ricevere persone da ogni parte del mondo, può diventare un «veicolo di amore e di fraternità».
È qui che una visita pastorale comincia davvero a mostrare il proprio frutto. La giornata passa, le strutture vengono smontate e il Papa riparte. Resta ciò che una Chiesa decide di fare con quanto ha ricevuto.
Accanto all’altare era presente il quadro miracoloso della Madonna della Misericordia, Patrona di Rimini, custodito nel Santuario di Santa Chiara dai Missionari del Preziosissimo Sangue. Nel giorno in cui la Chiesa celebra Maria Regina, il vescovo ha ricordato anche la storia di quegli occhi che la tradizione riminese vide rivolgersi verso il popolo e poi verso il cielo.
Quello sguardo era entrato nella nostra preparazione alla visita e questa sera è entrato pienamente nella celebrazione.
Il vescovo ha poi richiamato le parole pronunciate da Leone XIV all’inizio del suo pontificato: «Vorremmo sparire perché rimanga Cristo, farci piccoli perché Lui sia conosciuto e spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo».
Forse è proprio questa la consegna con cui chiudere la giornata. La libertà di cui Leone XIV aveva parlato alle istituzioni di San Marino trova la sua sorgente in Cristo. La comunione indicata alla comunità ecclesiale prende forma nella Chiesa raccolta attorno allo stesso altare. La missione evocata al Meeting riceve qui la forza che la sostiene. Le ferite incontrate in Cattedrale entrano nella preghiera e diventano responsabilità.
L’Eucaristia non è stata semplicemente l’ultimo appuntamento del programma. È stata, come ha detto il Papa, «il mistero che dà senso a tutto». E il saluto del vescovo ci ha ricordato che quel mistero comincia ora a chiedere frutto.
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