Cari amici, dopo il Meeting, Papa Leone XIV ha raggiunto la Cattedrale di Rimini per un incontro molto diverso dai precedenti e, forse proprio per questo, particolarmente eloquente.

Ad attenderlo c’erano malati, persone con disabilità, uomini e donne impegnati in percorsi di liberazione dalle dipendenze, persone prossime a rientrare nella società dopo il carcere, famiglie segnate dalla fatica e altri fratelli e sorelle che stanno attraversando momenti difficili della propria vita.

Nel suo saluto il vescovo ha presentato questa presenza come parte reale della Chiesa riminese, dentro una comunità che porta con sé la memoria dei suoi santi e dei suoi beati, la testimonianza di Sandra Sabattini, Alberto Marvelli e don Oreste Benzi, insieme alle ferite concrete di tante persone che oggi chiedono vicinanza e cura.

Poi ha ricordato il dialogo di Gesù con Pietro nel capitolo ventunesimo del Vangelo di Giovanni: «Mi ami? Pasci le mie pecorelle». E ha affidato al Papa il volto di questo popolo, chiedendogli di continuare a prendersene cura come successore di Pietro.

Leone XIV ha risposto con parole molto semplici. «Questa è la Cattedrale di Rimini e qui voi siete a casa». Mi sembra che questa frase dica quasi tutto. Il Papa non ha parlato delle persone fragili come di ospiti da accogliere per qualche ora. Ha ricordato che Gesù, quando incontrava malati, poveri e persone segnate dalla sofferenza, le metteva al centro e restituiva loro una vita secondo la dignità ricevuta da Dio. E ha aggiunto che queste persone, guarite e risollevate, entravano poi a far parte della comunità dei discepoli.

La fragilità non colloca nessuno ai margini della Chiesa. Chi soffre non è soltanto destinatario della carità degli altri. È parte viva della comunità, chiamata a camminare con tutti e a partecipare alla vita ecclesiale. Leone XIV ha invitato proprio per questo a lasciarsi guarire da Gesù, a lasciarsi perdonare e convertire, per poi camminare insieme nella Chiesa. La comunione di cui aveva parlato al mattino a San Marino e poco prima al Meeting prende qui una forma ancora più concreta: diventa appartenenza, prossimità e riconoscimento reciproco dentro le ferite della vita.

Poi il Papa ha fatto qualcosa che ha dato peso alle parole appena pronunciate: ha salutato personalmente ogni malato presente. Uno per uno. Senza fretta. Ha incontrato volti, ascoltato parole, raccolto storie. E in quel gesto si è visto con chiarezza ciò che aveva appena detto: nessuno è una categoria, nessuno è un problema pastorale, nessuno è soltanto una fragilità da assistere.

Alla fine tutti hanno pregato insieme il Padre nostro. Prima il Papa aveva ricordato che Dio è Padre e che noi siamo figli suoi e fratelli tra noi. Poi quella fraternità è diventata preghiera condivisa.

La visita di oggi continua a mostrarci una comunione che non rimane una parola ecclesiale. Entra nella libertà, passa attraverso la missione e arriva fino alle ferite.

Ed è proprio lì che la Chiesa deve poter dire con verità a ciascuno: «Qui voi siete a casa».

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