
L’arrivo di Papa Leone XIV al Meeting di Rimini ha avuto qualcosa di diverso rispetto alle tappe della mattinata a San Marino. Là il Papa aveva incontrato prima le istituzioni civili e poi la comunità ecclesiale, sviluppando progressivamente il rapporto tra libertà, verità e comunione. A Rimini quella riflessione si è aperta immediatamente alla grande questione della presenza cristiana nel mondo, dentro la cultura, nelle relazioni tra i popoli e nella vita concreta di una società che attraversa trasformazioni profonde.
Lo si era già intuito durante la visita ai padiglioni. Leone XIV si è fermato più volte tra i giovani e ha parlato a braccio, richiamando una frase di san Giovanni Paolo II sulla necessità della comunione e affidando proprio ai giovani il compito di costruirla attraverso l’amicizia e il rispetto reciproco. Poco dopo, davanti a un altro gruppo, ha chiesto che gli applausi più forti fossero rivolti a Gesù Cristo e, dopo aver visitato la mostra dedicata a sant’Agostino, ha parlato dell’amore come forza capace di cambiare il mondo a partire dal cuore dell’uomo.
Erano interventi brevi, nati dall’incontro con le persone, e anticipavano in modo sorprendentemente limpido ciò che sarebbe emerso nel discorso pronunciato più tardi davanti all’assemblea del Meeting.
Il canto iniziale in ebraico e i due saluti rivolti al Papa hanno introdotto un incontro segnato fin dall’inizio dall’idea dell’amicizia tra uomini provenienti da storie e culture differenti. Leone XIV ha scelto di partire proprio dal nome del Meeting, riconoscendo in quelle parole, «incontro», «amicizia», «amicizia tra i popoli», una profezia divenuta ancora più necessaria nel tempo che stiamo vivendo.
La pace, nella sua lettura, non nasce dalle grandi dichiarazioni e non si costruisce soltanto ai tavoli della politica internazionale. Comincia quando gli uomini accettano di incontrarsi, quando non temono il confronto e riconoscono nell’altro una persona che viene prima dei confini e delle appartenenze. Il Papa ha ricondotto questa convinzione direttamente al cuore della fede cristiana, perché il Vangelo rivela un Dio che si fa incontro e raggiunge l’uomo nella concretezza della sua storia.
È precisamente qui che il discorso acquista una profondità che impedisce di ridurlo a un generico appello all’umanità o alla concordia. La fraternità di cui parla Leone XIV nasce dal riconoscimento di una comune dignità di figli di Dio. La fede cristiana non viene collocata accanto alla vita come uno degli elementi che possono contribuire alla convivenza civile. Diventa la sorgente dalla quale nasce un modo diverso di guardare l’uomo.
Per questo il Papa ha riconosciuto al Meeting un merito preciso: non essere diventato un’enclave. La parola è importante, soprattutto pronunciata davanti a Comunione e Liberazione. Ogni esperienza ecclesiale corre il rischio di trasformare la propria storia, il proprio linguaggio e le proprie relazioni in un ambiente capace di proteggere chi vi appartiene senza riuscire più a generare un vero incontro con ciò che sta fuori. Leone XIV non mette in discussione l’identità di un movimento ecclesiale e non chiede di attenuarne il carisma. Lo invita a viverlo fino in fondo, perché un carisma rimane fecondo quando conduce oltre se stesso e introduce nella realtà intera.
Più avanti il Papa tornerà sullo stesso punto rivolgendosi direttamente ai giovani: il movimento, i gruppi e le comunità devono diventare un trampolino dal quale tuffarsi nell’intera realtà. L’immagine è molto più esigente di quanto possa sembrare. Una comunità cristiana non è il luogo nel quale ci si sottrae alla complessità del mondo. È il luogo nel quale si viene educati ad abitarlo con una libertà nuova.
Il titolo dantesco scelto per questa edizione del Meeting, «L’amor che move il sole e l’altre stelle», ha permesso a Leone XIV di entrare ancora più profondamente nel fondamento di questa presenza. L’amore che muove il creato non appartiene soltanto alla grande poesia di Dante. Il Papa lo riconduce all’agire stesso di Dio, alla gratuità con cui il Padre fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi e continua a offrire la propria misericordia dentro una storia attraversata dal male.
Da qui nasce quella che mi sembra una delle espressioni più significative dell’intero discorso: il «realismo della misericordia». Leone XIV lo contrappone a un altro realismo, quello che considera inevitabili la forza e il riarmo delle coscienze, fino a convincerci che la contrapposizione sia l’unico linguaggio veramente efficace nella storia. Il Papa non nega l’esistenza del peccato e lo afferma con grande chiarezza. La risposta cristiana nasce dalla convinzione che l’amore redentore di Cristo possieda una forza più profonda del male e che il metodo della Croce non possa essere sostituito dalle stesse logiche che hanno generato la violenza.
La misericordia, in questa prospettiva, non coincide con l’indifferenza davanti alla verità. Leone XIV parla degli avversari come di fratelli da guardare negli occhi e da incontrare nella verità. È proprio questa congiunzione a rendere il discorso profondamente cristiano: la verità non viene sacrificata alla relazione e la relazione non viene sacrificata alla verità.
Da questa convinzione nasce anche una richiesta molto concreta di conversione. Il Papa invita a liberare la cultura dalla prepotenza, il lavoro dall’idolatria del profitto e la tecnologia dai meccanismi che trasformano la morte in occasione di guadagno. Chiede di riconoscere i rapporti di potere che generano disuguaglianza e di avere il coraggio di cambiare rotta.
Il passaggio decisivo arriva quando precisa da dove questo cambiamento deve cominciare: dalle organizzazioni che noi stessi abbiamo generato e nelle quali operiamo. È facile denunciare le strutture del mondo e molto più impegnativo riconoscere che anche gli ambienti ecclesiali possono essere attraversati dal desiderio di conservare prestigio, influenza e sicurezza. Leone XIV invita a non confondere la gloria di Dio con la nostra e ricorda che quella gloria si manifesta nell’umiltà di Betlemme e nel disonore della Croce.
La missione cristiana comincia quindi da una conversione reale di chi annuncia. È in questo contesto che il Papa introduce il mistero dell’Incarnazione e lo definisce attraverso la sua bellezza disarmata. Il riferimento a don Luigi Giussani gli permette di ricordare che il metodo educativo cristiano non consiste nella fuga dalla realtà per custodire separatamente ciò che si ritiene buono. La fede conduce invece a entrare nella realtà intera, accettando il rischio dell’incontro e lasciando che Cristo illumini ciò che l’uomo vive.
Questo diventa particolarmente evidente quando Leone XIV si rivolge ai giovani. Dice loro che il futuro è una promessa e li invita ad aprirsi a una cattolicità capace di allargare i legami oltre le appartenenze ristrette. È un richiamo importante perché riguarda precisamente il rapporto tra identità e missione. Un’appartenenza cristiana autentica non rende più angusto l’orizzonte, lo dilata. Chi ha incontrato Cristo non ha bisogno di difendersi dal mondo attraverso una continua separazione, perché possiede una ragione ancora più grande per incontrare gli uomini e condividere la loro ricerca.
Il Papa collega tutto questo alla libertà. Dice che nell’amore non può esserci costrizione e poco dopo afferma che «la verità si incontra solo nella libertà». È una frase che completa in modo particolarmente interessante quanto aveva detto poche ore prima a San Marino. Là aveva ricordato che la libertà ha bisogno della verità per non ridursi all’arbitrio. Al Meeting mostra anche il movimento inverso: la verità cristiana non si impone attraverso la forza e non ha bisogno di meccanismi di pressione per essere riconosciuta. Essa domanda una libertà capace di lasciarsi incontrare.
È dentro questa prospettiva che Leone XIV riprende l’insegnamento secondo cui la Chiesa non cresce attraverso il proselitismo e si diffonde invece per attrazione. Il Papa spiega in modo molto concreto che cosa significhi questa attrazione: un modo di abitare il mondo. La missione cristiana non nasce quindi dalla capacità di conquistare spazi e non dipende dalla forza numerica di un’organizzazione. Diventa credibile quando uomini e donne vivono in modo tale da rendere percepibile la possibilità di una vita diversa.
A questo punto il discorso diventa direttamente ecclesiale e riguarda in modo particolare Comunione e Liberazione. Leone XIV ripete con evidente intenzione: «Amate sempre la Chiesa». A questo punto c’è un applauso convinto dell’assemblea che convince il Papa a ripetere l’invito: «Amate sempre la Chiesa».
Quell’applauso parla molto e l’appello fatto non è di circostanza. Il Papa parla di un movimento che ha attraversato negli ultimi anni passaggi delicati e richiama l’esperienza stessa di Giussani, capace di affrontare i momenti di crisi rimanendo affidato a Cristo e in comunione con la Chiesa. L’unità del movimento non può essere separata dall’unità con le Chiese particolari, con la Sede Apostolica e con il Successore di Pietro.
È qui che entra il tema della sinodalità. Leone XIV la sottrae a una lettura burocratica quando afferma che non è semplicemente il nome di un processo. Essa appartiene alla natura stessa di un popolo che impara ad ascoltare. L’ascolto parte dalla Parola di Dio e raggiunge gli altri, compresi coloro che cercano sinceramente la verità pur non appartenendo alla Chiesa.
Per un movimento ecclesiale questo significa accettare che la fede dell’altro possa trasformare la propria comprensione e che il cammino venga compiuto sotto la guida dei pastori. Significa anche riconoscere che l’autorità trova la propria forma evangelica nel servizio e che ogni carisma viene dato per l’utilità comune.
Qui il discorso pronunciato al Meeting ritrova con naturalezza quello tenuto poche ore prima nella Basilica di San Marino. Là Leone XIV aveva concluso dicendo che la parola che più gli stava a cuore era «comunione». A Rimini quella stessa comunione si apre alla missione e diventa criterio per giudicare anche la vita dei movimenti ecclesiali.
La comunione non protegge dal mondo. Invia nel mondo. Non chiede di rinunciare alla propria storia. Chiede di riconoscere che ogni storia cristiana appartiene a una realtà più grande, che è la Chiesa.
Forse è questo il punto più esigente del discorso di Leone XIV al Meeting. Non diventare un’enclave significa non avere paura della realtà e non trasformare l’identità in una frontiera. Significa sapere che Cristo non ci raggiunge per trattenerci dentro uno spazio rassicurante, ci raggiunge per renderci capaci di incontrare uomini e donne che non avremmo scelto e di scoprire che il Vangelo possiede ancora una forza capace di generare relazioni nuove.
Il Papa ha chiuso affidando questa strada allo Spirito Santo, perché insegni il gusto e la pratica della comunione. La parola con cui aveva lasciato la comunità ecclesiale di San Marino è diventata così, poche ore dopo, il criterio con il quale entrare nella cultura e attraversare la società.
Ed è forse proprio questo il movimento più interessante della giornata: una Chiesa che ritrova la propria comunione non per custodirsi dal mondo, ma per essere finalmente libera di servirlo.
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