
La giornata di Papa Leone XIV tra San Marino e Rimini si è conclusa davanti al mare, quando il sole cominciava a scendere sul Porto e il Papa ha elevato l’ostia sopra l’altare. Dopo ore trascorse tra istituzioni, comunità ecclesiali, giovani, persone ferite dalla vita e migliaia di uomini e donne riuniti al Meeting, quell’immagine ha quasi raccolto senza bisogno di ulteriori spiegazioni il senso del cammino compiuto.
Poco prima, iniziando l’omelia, Leone XIV aveva detto che era giunto il momento di celebrare «il mistero che dà senso a tutto», culmine e fonte di ogni azione pastorale. A quel punto si comprendeva che la Messa non costituiva semplicemente la conclusione liturgica di un programma molto intenso. Tutto ciò che era accaduto durante la giornata veniva ricondotto alla sorgente dalla quale la Chiesa riceve la propria vita.
Il viaggio era cominciato poche ore prima nella Repubblica di San Marino, dentro il Palazzo Pubblico, nel luogo in cui la parola Libertas racconta da secoli l’identità di un popolo. Leone XIV ha scelto proprio quella parola per il suo primo discorso e ne ha approfondito il significato fino a raggiungere la coscienza dell’uomo. «Non c’è vera libertà civile senza libertà personale», ha ricordato, legando questa libertà alla dignità della persona e riconoscendone in Dio il fondamento ultimo. La coscienza, nelle sue parole, non diventa il luogo nel quale ciascuno stabilisce autonomamente la propria verità. È lo spazio nel quale risuona la voce di Dio e nel quale l’uomo, formato dalla ricerca della verità, assume responsabilmente le proprie decisioni.
Il riferimento a san Tommaso Moro ha dato immediatamente concretezza a questa concezione. La libertà può chiedere il prezzo della testimonianza quando la coscienza rifiuta di piegarsi a ciò che riconosce ingiusto. Da qui Leone XIV è arrivato a una delle espressioni che avrebbero accompagnato l’intera giornata: «Libertà e comunione stanno o cadono insieme». La libertà cristiana raggiunge la propria maturità nel dono e nella relazione, perché l’uomo creato da Dio non realizza se stesso nell’isolamento.
Anche il linguaggio della politica è stato ricondotto a questa visione. Il Papa ha parlato di diplomazia e di multilateralismo, ha indicato San Marino come possibile «laboratorio di buona politica» e ha richiamato i principi della dottrina sociale della Chiesa come contributo offerto alla vita pubblica dentro una corretta laicità dello Stato. Il bene comune e la tutela della vita, dal concepimento alla morte naturale, sono entrati così dentro un discorso rivolto alle autorità civili senza diventare rivendicazione confessionale. Leone XIV ha proposto una visione dell’uomo e della società nella quale la fede illumina la realtà dall’interno.
Quando poco dopo si è affacciato sulla Piazza della Libertà, il linguaggio istituzionale ha lasciato spazio alla semplicità del saluto. Il Papa ha augurato al popolo sammarinese di vivere nella libertà autentica, nella verità e in Cristo Gesù. In poche parole aveva riportato alla sua sorgente cristiana ciò che aveva appena spiegato nel Palazzo.
La visita è poi entrata nella Basilica di San Marino e il registro è cambiato. Leone XIV ha sostato in adorazione davanti al Santissimo Sacramento, ha venerato le reliquie del santo fondatore e ha ascoltato il vescovo della diocesi di San Marino-Montefeltro, che gli ha consegnato le fatiche e le speranze di una Chiesa presente su due Stati e radicata in territori segnati anche dallo spopolamento e dalla riduzione dei servizi. Il vescovo ha parlato della famiglia e dei giovani, della tutela della vita, della necessità di custodire l’umano dentro i grandi mutamenti del nostro tempo. Ha pronunciato una frase che merita di essere ricordata: «Nel piccolo risiede ed è custodito l’umano che ci salverà da ogni deriva disumana».
Leone XIV ha raccolto questa consegna trasformandola in un discorso rivolto alla vita concreta della Chiesa. Ai giovani ha chiesto di prendere sul serio la propria vocazione e di non accontentarsi delle risposte immediate. Alla famiglia ha restituito la responsabilità originaria di essere il primo luogo nel quale la fede viene respirata e trasmessa. Parlando della liturgia, ha chiesto che i fedeli siano formati, alla scuola del Concilio Vaticano II, a viverla come «azione comune di un unico corpo vivo». La Chiesa viene edificata proprio là dove smette di essere una somma di iniziative e riconosce di ricevere la propria forma da Cristo.
Alla fine del discorso il Papa ha scelto personalmente la parola che doveva raccogliere tutto: «L’ultima parola è quella che più mi sta a cuore: comunione».
Sul sagrato della Basilica, davanti ai giovani, ha poi parlato senza testo. Ha ricordato loro che la vita di ciascuno possiede un valore immenso perché è creata e amata da Dio. Ha parlato di amicizie autentiche e di servizio, tornando nuovamente sulla Libertas sammarinese per affermare che la libertà autentica si trova in Gesù Cristo e nella verità.
La breve visita privata alle monache agostiniane di Pennabilli ha inserito nella giornata una pausa quasi nascosta. Non ci sono stati grandi discorsi da consegnare ai giornali. Un Papa agostiniano, dopo aver parlato alle istituzioni e alla comunità cristiana, è entrato per qualche tempo nel silenzio di una comunità contemplativa della propria famiglia religiosa. Prima di raggiungere la grande assemblea del Meeting, la visita è passata attraverso una forma di Chiesa nella quale la fecondità rimane affidata alla preghiera.
A Rimini la riflessione si è aperta immediatamente a un orizzonte più largo. Durante la visita ai padiglioni del Meeting Leone XIV si è fermato a parlare spontaneamente con i giovani. Ha chiesto che gli applausi più forti fossero rivolti a Gesù Cristo e ha ricordato che il mondo ha ancora bisogno di comunione. Dopo aver visitato la mostra dedicata a sant’Agostino ha parlato del cuore umano e dell’amore come forza capace di cambiare il mondo, cominciando dalla conversione di ciascuno.
Nel grande Auditorium tutto questo ha ricevuto una forma più compiuta. Leone XIV è partito dal nome stesso del Meeting per l’amicizia fra i popoli e vi ha riconosciuto una vocazione particolarmente necessaria nel tempo presente. L’amicizia fra uomini e popoli nasce dal riconoscimento di qualcosa che precede i confini e le appartenenze: la dignità della persona, radicata nella comune condizione di figli di Dio. Il Papa ha così ricondotto l’amicizia sociale al cuore dell’esperienza cristiana, descrivendo il Vangelo come rivelazione di un Dio che si fa incontro.
Rivolgendosi direttamente al Meeting e a Comunione e Liberazione, Leone XIV ha riconosciuto il valore di un’esperienza che ha saputo evitare di diventare «una sorta di enclave». Più avanti ha chiesto ai giovani che il movimento e le comunità diventino un trampolino dal quale tuffarsi nell’intera realtà. Il carisma ecclesiale riceve così il proprio criterio di autenticità dalla capacità di condurre oltre se stesso, verso uomini e ambienti che non appartengono necessariamente al proprio mondo.
Il titolo dantesco dell’edizione, «L’amor che move il sole e l’altre stelle», ha condotto il Papa verso una delle espressioni più forti della giornata: il «realismo della misericordia». Leone XIV lo ha contrapposto a quel falso realismo che considera inevitabili la forza e l’aggressività, fino a convincere l’uomo che il male possa essere sconfitto soltanto assumendone il linguaggio. Il peccato esiste, ha affermato con chiarezza. Più forte del peccato rimane l’amore redentore di Cristo. La misericordia conserva così la verità e rende possibile guardare perfino l’avversario come un fratello da incontrare.
Da questa convinzione il Papa ha fatto discendere una richiesta di conversione che riguarda anche le realtà ecclesiali. Ha chiesto di liberarci dalla ricerca dell’influenza e dalla tentazione di custodire la nostra gloria, ricordando che la gloria di Dio si manifesta nella povertà di Betlemme e nella Croce. Ha invitato a entrare nella realtà senza costruire spazi protetti nei quali difendere una propria purezza. L’Incarnazione, che Leone XIV ha definito nella sua «bellezza disarmata», chiede di assumere il rischio dell’incontro.
Il rapporto tra verità e libertà è riemerso ancora una volta. A San Marino il Papa aveva mostrato che la libertà ha bisogno della verità. Al Meeting ha pronunciato il movimento complementare: «La verità si incontra solo nella libertà». La fede non può essere prodotta dalla costrizione. La Chiesa cresce per attrazione quando la vita cristiana rende visibile un modo nuovo di abitare il mondo.
Il discorso al Meeting ha raggiunto infine la questione della sinodalità e dell’appartenenza ecclesiale. Leone XIV ha chiesto a Comunione e Liberazione di amare sempre la Chiesa e di custodire l’unità con le Chiese particolari, con la Sede Apostolica e con il Successore di Pietro. La sinodalità, nelle sue parole, appartiene alla natura di un popolo che impara ad ascoltare la Parola di Dio e a camminare insieme sotto la guida dei pastori. La comunione pronunciata poche ore prima nella Basilica di San Marino diventava ora condizione della missione.
La visita in Cattedrale ha portato quella parola dentro le ferite reali delle persone. Il vescovo di Rimini ha presentato al Papa una Chiesa che porta con sé la memoria di Sandra Sabattini e Alberto Marvelli, la testimonianza di don Oreste Benzi e la vita di tanti uomini e donne attraversati dalla sofferenza. Davanti a Leone XIV c’erano malati e persone con disabilità, uomini e donne impegnati in percorsi difficili, persone segnate dalla povertà o da altre forme di fragilità.
Il Papa ha detto loro: «Questa è la Cattedrale di Rimini e qui voi siete a casa». In quella frase la comunione ha raggiunto forse la sua verifica più semplice. Chi soffre non occupa uno spazio laterale della Chiesa e non viene accolto come destinatario esterno della sua carità. Appartiene alla comunità dei discepoli ed è chiamato a partecipare attivamente alla sua vita. Leone XIV lo ha spiegato ricordando il modo in cui Gesù incontrava le persone ferite e restituiva loro dignità, poi lo ha mostrato salutando personalmente ogni malato presente.
Al Porto, quando ormai la giornata volgeva al termine, la domanda del Vangelo ha riportato tutto a Cristo: «Voi chi dite che io sia?».
Pietro risponde confessando Gesù come il Cristo e il Figlio del Dio vivente. Leone XIV ha chiesto alla Chiesa di Rimini di rinnovare quella stessa professione e da lì ha interpretato anche il ministero di Pietro. «Nella Chiesa, ad ogni livello, l’autorità è servizio». Il Papa, i vescovi e i ministri ordinati ricevono un’autorità che trova la propria forma in Cristo che lava i piedi e offre la vita.
La figura di don Oreste Benzi è tornata ancora una volta, questa volta come testimone di una conformazione a Cristo povero e servo. La vicenda di Sebna, proposta dalla prima lettura, ha permesso al Papa di mostrare il pericolo opposto: trasformare l’autorità ricevuta per il bene della comunità in uno strumento di affermazione personale. Anche qui risuonava ciò che poche ore prima era stato detto al Meeting sulla tentazione di difendere prestigio e influenza.
L’omelia ha poi guardato direttamente a Rimini e alla sua vocazione turistica. Leone XIV ha ripreso san Giovanni Paolo II per ricordare che riposarsi significa ritrovare se stessi e riconciliarsi con il proprio intimo. Una città abituata ad accogliere milioni di persone può offrire qualcosa di più del divertimento e del ristoro fisico. Può diventare luogo nel quale l’uomo ritrova silenzio e profondità, incontra comunità cristiane capaci di ospitalità e trova qualcuno disposto ad accompagnarlo anche quando arriva ferito nel corpo o nello spirito.
Accanto all’altare era presente il quadro della Madonna della Misericordia, Patrona di Rimini, custodito da oltre due secoli nel Santuario di Santa Chiara dai Missionari del Preziosissimo Sangue. Nel giorno di Maria Regina, quella presenza ha portato dentro la Messa una lunga storia di fede riminese.
Il vescovo, nelle parole pronunciate al termine della celebrazione, ha voluto esplicitamente ricordarla. Ha parlato dello sguardo della Madonna che la tradizione del 1850 vide rivolgersi verso il popolo e poi verso il cielo e ha collegato quella memoria al Magnificat. Ha poi trasformato la gratitudine per la visita in impegno per il futuro: preghiera più intensa per il Papa e per la pace, opere concrete di carità, attenzione verso gli stranieri che vivono e lavorano nel territorio.
La visita, a quel punto, aveva già cominciato a diventare ciò che una visita pastorale dovrebbe essere: una semina destinata a continuare quando il Papa non è più presente.
Guardando l’intera giornata, colpisce la coerenza con cui le diverse tappe si sono richiamate a vicenda. La libertà è stata ricondotta alla verità e alla dignità ricevuta da Dio. Nella comunità ecclesiale questa libertà ha trovato la forma della comunione. Al Meeting la comunione si è aperta alla missione e alla responsabilità di entrare nell’intera realtà. In Cattedrale ha raggiunto le persone segnate dalle ferite della vita. Al Porto tutto è stato raccolto nella professione di fede di Pietro e nell’Eucaristia.
Non si è trattato di una sequenza di temi accostati per necessità di programma. Leone XIV ha mostrato una precisa visione pastorale della Chiesa.
Una Chiesa che riconosce Cristo come propria sorgente può entrare nella società senza paura. Può difendere la dignità dell’uomo senza separarla da Dio, può annunciare la verità rispettando la libertà e può vivere la comunione senza trasformarla in chiusura. L’Eucaristia raccoglie queste dimensioni e le restituisce alla Chiesa come missione.
Forse è questo che rimane più chiaramente dopo una giornata tanto intensa. Quando il Papa ha elevato l’ostia davanti al mare di Rimini, tutti i discorsi pronunciati nelle ore precedenti hanno trovato il loro punto di unità. La libertà, la comunione, la cura delle ferite e la missione non sono programmi autonomi che la Chiesa deve imparare a coordinare. Nascono da Cristo. E ritornano a Lui, nel mistero che davvero «dà senso a tutto».
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