Ieri sera, nel silenzio in cui è immersa l’abbazia, mi sono concesso un paio d’ore di passeggiata lungo il viale. Il caldo degli ultimi giorni sembra essersi finalmente spezzato. Un’aria fresca, quasi inattesa per questo periodo d’agosto, ha reso gradevole rimanere fuori fino a tardi. Anche le cicale, che nelle settimane precedenti avevano accompagnato ostinatamente le giornate, sembravano essersi date una tregua. Intorno c’era quella quiete che a San Felice, soprattutto di notte, finisce quasi per acquistare una consistenza propria.

Camminando, ho ripensato ad alcune notizie incontrate negli ultimi giorni sui social. La morte di don Lino Zatelli a Trento e la rinuncia al governo della diocesi di Spira del vescovo Karl-Heinz Wiesemann hanno riaperto dolorosamente il discorso sulla fatica che può attraversare la vita di un prete. Mi è rimasta in sottofondo anche l’eco dei podcast di Alberto, un sacerdote che ha lasciato il ministero e che oggi rilegge pubblicamente in termini molto severi la disciplina ecclesiale e la stessa condizione sacerdotale.

Il mese scorso ricorreva il primo anniversario della morte di don Matteo Balzano. Aveva trentacinque anni. Il 5 luglio 2025 era stato trovato senza vita nell’abitazione dell’oratorio di Cannobio. Dalle testimonianze dei giorni successivi emergeva il volto di un giovane sacerdote al quale molti erano profondamente legati, soprattutto i ragazzi dell’oratorio. Durante le esequie mons. Franco Giulio Brambilla rivolse anche a noi sacerdoti un invito che mi è rimasto dentro: imparare ad ascoltarci e riuscire a «dirci di più la verità con semplicità», senza nascondere le sofferenze più intime dietro il ruolo che siamo chiamati a svolgere.

Quelle parole mi colpirono perché rinunciavano a fornire una spiegazione a ciò che nessuno era in grado di spiegare. Ci riportavano alla responsabilità che abbiamo gli uni verso gli altri e lasciavano aperta una domanda più profonda sulla forma concreta della nostra vita. Forse anche per questo, seduto poco dopo su una delle panchine di pietra che guardano verso Castagnola, la memoria è tornata con naturalezza a ciò che era accaduto pochi giorni prima nello stesso luogo.

Don Giuseppe, un sacerdote di Bologna, era arrivato inaspettatamente a San Felice. Aveva scelto di trascorrere alcuni giorni del suo riposo estivo seguendo le tracce di san Gaspare e della devozione al Preziosissimo Sangue. Non ci eravamo mai incontrati. Ci siamo messi a parlare proprio su quella panchina e, quasi senza rendercene conto, si sono fatte le undici di notte.

Non saprei indicare il momento nel quale la conversazione abbia acquistato un tono diverso. Le cautele normali di un primo incontro sono cadute lentamente e le parole hanno raggiunto zone più profonde. Tra sacerdoti qualche volta accade con una rapidità sorprendente. Un confratello riconosce esperienze che non hanno bisogno di lunghe spiegazioni. Sa che cosa significhi portare per anni le vicende altrui e celebrare anche nelle giornate in cui dentro si è stanchi. Conosce il peso di confidenze destinate a rimanere affidate al silenzio. Comprende quanto possa risultare difficile, per chi trascorre tanta parte della propria vita ad ascoltare, trovare qualcuno davanti al quale lasciare ciò che porta con sé.

Credo che quella sera ci abbia aiutato anche il luogo. San Felice è un’abbazia appartata. Chi arriva qui per la prima volta rimane quasi sempre colpito dalla quiete e dalla distanza dal rumore. «Qui c’è pace», mi sento dire spesso. Qualcuno guarda la valle, attraversa il chiostro e immagina volentieri di poter restare più a lungo. Capisco bene quella sensazione. Per chi arriva da giornate dense di rumore e richieste continue, questa distanza sembra restituire il respiro.

Dopo alcuni giorni accade qualcosa che conosco bene. Quel silenzio comincia ad avere una voce diversa. La pace del luogo resta immutata; cambia ciò che essa permette di ascoltare. Quando vengono meno le distrazioni, riaffiorano pensieri tenuti a distanza. Un’inquietudine prima confusa acquista contorni più precisi. Domande sommerse sotto le occupazioni quotidiane trovano finalmente il tempo di raggiungerci. Essere sottratti al rumore, nei primi momenti, riposa. Una permanenza più lunga può diventare esigente, perché il silenzio esterno accompagna lentamente verso ciò che realmente abita dentro di noi.

Forse è anche per questo che tanti desiderano il silenzio e pochi riescono ad abitarlo a lungo. Ripensando alla conversazione con don Giuseppe, mi sono accorto che proprio quella quiete, capace dopo qualche giorno di diventare tanto esigente, aveva favorito fra noi una confidenza inattesa. Aveva tolto ciò che normalmente occupa lo spazio e aveva permesso a due sacerdoti, incontratisi per la prima volta, di parlarsi con una libertà che altrove avrebbe probabilmente richiesto molto più tempo.

Ieri sera, seduto sulla stessa panchina, la parola «solitudine», così frequente nei commenti di questi giorni, mi è sembrata improvvisamente meno semplice. Ho cominciato a chiedermi se stiamo utilizzando un unico termine per indicare esperienze molto diverse e se, cercando di comprendere la fatica dei sacerdoti, rischiamo qualche volta di fermarci proprio alla sua manifestazione più evidente.

Quando muore tragicamente un confratello, sento una certa ritrosia davanti alla rapidità con cui si cerca una causa. Il suicidio appartiene a una regione dell’animo umano nella quale occorre entrare quasi scalzi. La depressione può colpire anche un sacerdote che vive seriamente la propria fede e una vita di preghiera non sostituisce le cure di cui una persona può avere bisogno. Sarebbe crudele attribuire il gesto estremo di un prete a una carenza spirituale. Mi sembra altrettanto imprudente leggere automaticamente ogni tragedia come la prova che qualcuno sia stato abbandonato dal proprio vescovo o dai confratelli.

Su questo punto, da sacerdote, sento il bisogno di parlare con una libertà diversa. Conosco la fatica di alcuni confratelli e so che esistono preti realmente dimenticati. Ci sono sacerdoti malati che ricevono poche visite; ci sono anziani che, dopo una vita intera spesa nel ministero, si accorgono improvvisamente di essere diventati marginali. Anche il rapporto con il proprio vescovo può diventare difficile, e in alcuni presbitèri la comunione invocata nei documenti fatica a trasformarsi in una consuetudine vera. Nella lettera apostolica Una fedeltà che genera futuro, Leone XIV ha chiesto una particolare attenzione verso i confratelli «più soli e isolati» e ha auspicato che nelle Chiese locali si promuovano forme possibili di vita comune. È una responsabilità che nessuna considerazione spirituale può cancellare.

La domanda che continuo a portarmi dentro si colloca un poco più in profondità. Mi chiedo che cosa intendiamo veramente quando diciamo che un prete è solo. Una certa solitudine appartiene alla forma concreta della nostra esistenza. Il celibato la rende evidente senza bisogno di trasformarla in una disgrazia. Arriva la sera, si chiude la porta della canonica e il telefono prima o poi tace. Non c’è una famiglia propria che abiti naturalmente lo spazio domestico. Ci sono stagioni nelle quali quella quiete viene accolta come un dono e altre nelle quali pesa maggiormente. Il passare degli anni modifica anche il modo di percepirla. Le forze diminuiscono, un incarico viene affidato a un altro e la comunità continua il proprio cammino. Il sacerdote deve imparare a riconoscersi senza appoggiarsi interamente alla funzione che ha svolto.

Tutto questo appartiene alla vita e non coincide ancora con l’isolamento. L’isolamento può crescere anche in un uomo molto socievole. Possiamo trascorrere una giornata intera ascoltando persone che ci raccontano la propria storia e arrivare alla sera senza avere consegnato a nessuno la nostra. Un prete può avere rapporti cordiali con molti confratelli e conservare dentro di sé una zona che lentamente diventa irraggiungibile. A volte si teme di mostrare una debolezza perché gli altri sono abituati a cercarci come sostegno. Una delusione può sedimentarsi a lungo e rendere sempre più difficile chiedere aiuto. Si continua a vivere fra la gente mentre ciò che realmente sta accadendo dentro rimane chiuso dietro una porta.

C’è poi una forma ancora più sottile di lontananza che riguarda direttamente la nostra identità sacerdotale. Può accadere che il prete continui a essere molto presente agli altri e perda gradualmente la capacità di rimanere presente a Dio. Le celebrazioni continuano e le responsabilità vengono assolte. L’agenda conserva il suo ritmo. Proprio questa normalità può nascondere per molto tempo l’impoverimento che avviene nell’intimo.

Rileggendo in questi mesi gli Esercizi spirituali di mons. Gaetano Bonanni, ho trovato una chiave che mi sembra capace di illuminare questa zona della nostra esperienza. Nel 1825, rivolgendosi ai sacerdoti che si preparavano a celebrare l’anniversario dell’ordinazione, Bonanni riprende l’antica consegna rivolta a sant’Arsenio: fuge, tace, quiesce. Chiede al sacerdote di sottrarsi per alcuni giorni al «dissipamento» prodotto dalle occupazioni e richiama la parola del profeta Osea: Ducam eam in solitudinem, et loquar ad cor eius, «la condurrò nella solitudine e parlerò al suo cuore». Quello spazio appartato diventa per lui «l’anima de’ Santi Esercizj» e richiede qualcosa di più della semplice separazione materiale dagli impegni: «Non basta la solitudine del corpo, se manca la solitudine del cuore».

Questa pagina mi colpisce ogni volta che la rileggo. Bonanni conduce deliberatamente il sacerdote nel silenzio perché proprio lì possa tornare ad ascoltare. Il suo tace indica un raccoglimento capace di «sentire con attenzione viva e premurosa la voce di Dio». Il quiesce porta ancora più avanti e significa riposare in Dio, affidarsi a ciò che Egli farà conoscere, lasciando che l’orazione sostenga il lavoro interiore.

La differenza fra solitudine e isolamento acquista qui una profondità che le nostre discussioni contemporanee rischiano di perdere. La normale condizione di un sacerdote può comprendere ore trascorse senza compagnia e diventare feconda quando in quello spazio vive la relazione alla quale egli ha consegnato l’esistenza. L’isolamento prende forma quando quello stesso spazio rimane progressivamente senza interlocutore, quando il sacerdote finisce per ritrovarsi solo con i propri pensieri e Dio resta professato nella fede, entrando sempre meno nella trama reale delle giornate.

È un processo che può riguardare ciascuno di noi e non occorre aspettare una crisi clamorosa per accorgersene. La preghiera sacerdotale può impoverirsi con una discrezione impressionante. Non si smette necessariamente da un giorno all’altro. Più spesso si comincia a rinviare ciò che non possiede un orario imposto. La meditazione viene sacrificata alla prima urgenza del mattino. Il ringraziamento dopo la Messa si accorcia perché qualcuno aspetta. La Liturgia delle Ore rimane e può gradualmente diventare un dovere compiuto con la mente già occupata da altro. Celebriamo quotidianamente l’Eucaristia e la familiarità con il mistero rischia qualche volta di consumare lo stupore. Prepariamo la Parola per gli altri e le lasciamo sempre meno tempo per raggiungere noi.

Questa è una delle cose che, da prete, mi inquietano maggiormente: si può continuare a pregare e perdere lentamente il gusto della preghiera. Bonanni dedica pagine severe proprio all’Ufficio divino. Il suo linguaggio porta i segni dell’ascetica del tempo e non ha bisogno di essere riprodotto oggi in ogni sua accentuazione. La domanda che lo muove conserva tutta la propria forza. Egli si chiede che cosa accada quando le parole sacre continuano a passare sulle labbra e il cuore non le segue più. In quella distanza vede una delle vie attraverso le quali lo spirito sacerdotale può raffreddarsi senza produrre immediatamente segni visibili.

Da sacerdoti conosciamo anche un’altra possibilità: nascondere questa povertà proprio dietro il lavoro pastorale. Il ministero offre una protezione molto efficace perché le cose da fare sono realmente importanti. La gente ci cerca e un malato aspetta una visita. Le celebrazioni hanno il loro orario. Una giornata piena sembra garantire da sola che il sacerdozio sia vivo. Lentamente si può arrivare a considerare quasi sottratto alla missione il tempo dedicato alla preghiera personale, come se stare davanti al Signore fosse ciò che resta dopo avere terminato il vero lavoro.

Quando la preghiera viene sistematicamente relegata negli spazi lasciati liberi dal resto della giornata, finisce per ricevere ciò che rimane delle nostre energie e lentamente smette di essere il luogo dal quale il ministero prende forma. Il richiamo di Leone XIV a custodire con costanza il rapporto personale con il Signore riguarda precisamente questo punto. Non si tratta di aggiungere una devozione al ministero. Si tratta di custodire il luogo dal quale il ministero riceve la propria unità e nel quale il sacerdote continua a riconoscere il proprio valore senza dipendere interamente dalle richieste ricevute o dal consenso che lo circonda.

Qui comprendo meglio anche alcune compensazioni che possono insinuarsi nella nostra vita. Una quiete diventata interiormente vuota cerca qualcosa che la renda sopportabile. Penso a quelle abitudini attraverso le quali evitiamo di restare in silenzio con noi stessi. Lo schermo può occupare ore che non sappiamo più come abitare e può crescere il bisogno di essere continuamente cercati. Anche il lavoro pastorale può dilatarsi fino a portarci alla sera abbastanza stanchi da non dover più ascoltare ciò che si muove dentro. Possono nascere rapporti sui quali viene caricato un bisogno affettivo sproporzionato. Molte di queste dinamiche iniziano in forme quasi innocenti, come piccole risposte a una stanza interiore diventata difficile da frequentare.

Il passaggio diventa ancora più delicato quando anche il popolo affidato finisce per sostenere quella funzione. Ogni sacerdote ha bisogno di sentirsi amato. Sarebbe disumano pensare diversamente. Il problema nasce quando essere cercati diventa la principale conferma della nostra esistenza e l’affetto della comunità comincia a dirci chi siamo più della relazione con Cristo. Un trasferimento, in quel momento, può ferire in profondità. L’età viene percepita come una lenta sottrazione e l’arrivo di un altro sacerdote rischia di essere vissuto quasi come la cancellazione della propria storia. Non serve immaginare dietro tutto questo una particolare vanità. Può essere semplicemente il risultato di anni nei quali il ministero concreto ha occupato uno spazio sempre più ampio nell’identità personale.

Bonanni conduce il sacerdote in un’altra direzione. Tutto il suo ritiro nasce dal richiamo paolino a «ravvivare il dono di Dio» ricevuto mediante l’imposizione delle mani. Riporta quindi l’uomo al sacramento che precede gli incarichi e rimane quando gli incarichi cambiano. La parrocchia viene affidata e un giorno viene riconsegnata. La grazia dell’Ordine continua a dare forma alla vita del sacerdote. Saperlo sui libri non basta. Occorre che questa verità diventi una consapevolezza nutrita nel rapporto quotidiano con Dio, capace di sostenere l’uomo quando ciò che faceva ieri non gli viene più chiesto oggi.

Anche per questa ragione provo disagio quando, davanti alla sofferenza di un sacerdote, il discorso scivola rapidamente verso un processo al vescovo. Un vescovo può trascurare un proprio prete e deve interrogarsi seriamente quando una sofferenza rimane per lungo tempo senza ascolto. La stessa domanda raggiunge noi confratelli. È troppo comodo denunciare l’assenza dell’autorità quando il sacerdote che vive a pochi chilometri da noi non riceve una nostra telefonata da mesi. Il presbiterio non diventa fraterno perché lo afferma un documento e non può delegare la propria comunione alla curia.

Rimane poi uno spazio nel quale nessun vescovo e nessun confratello possono entrare al posto nostro. La Chiesa prega con me e per me. Un amico sacerdote può sostenermi; un professionista può aiutarmi quando la salute psichica richiede una competenza specifica. La relazione personale con Cristo rimane affidata alla mia libertà. Nessuna struttura può fabbricarla dall’esterno quando io stesso smetto di frequentarla.

Questo non trasforma la preghiera in una garanzia contro la malattia. Un sacerdote profondamente unito al Signore può conoscere una depressione e attraversare periodi nei quali persino pregare costa una fatica enorme. In simili stagioni ha bisogno di essere sostenuto e qualche volta anche portato da altri. La preghiera agisce su un piano diverso: custodisce il significato della vita sacerdotale e impedisce che il peso della nostra identità finisca per dipendere dal lavoro o dall’approvazione ricevuta. Anche il bisogno di mostrarsi sempre forti perde, davanti a Dio, una parte del suo potere.

È proprio questo che oggi mi interroga maggiormente. Abbiamo imparato, con una consapevolezza finalmente maggiore, a parlare della salute psicologica dei sacerdoti e del valore di un accompagnamento competente. Mi domando se possediamo la stessa franchezza quando si tratta di riconoscere l’inaridimento spirituale. È possibile attraversare molti anni di ministero senza scandali visibili e arrivare profondamente stanchi perché la sorgente si è ridotta a un filo. Da fuori apparirà un uomo affaticato. Lui stesso potrà pensare di avere soltanto bisogno di riposo. Il riposo qualche volta sarà precisamente ciò che occorre. In altri momenti servirà ritrovare la ragione per la quale, tanti anni prima, ci si era alzati dall’altare della prima Messa con la certezza che tutta la vita avesse ricevuto un centro.

Con gli anni impariamo anche che la vita spirituale adulta non assomiglia all’entusiasmo dell’inizio. Esistono periodi nei quali pregare viene naturale e altri nei quali si rimane davanti al Signore senza percepire quasi nulla. Proprio allora la fedeltà acquista uno spessore diverso, perché non è più sostenuta dalla consolazione. Dire il breviario con attenzione in una giornata pesante o fermarsi davanti al tabernacolo con la testa ancora piena delle cose da fare può sembrare poca cosa. Sono proprio questi gesti nascosti a ricondurre continuamente la vita verso il suo centro.

La cura della Chiesa deve aiutarci a non diventare uomini isolati; a noi sacerdoti rimane anche il lungo apprendistato di una solitudine che non sia deserta. Quella sera con don Giuseppe l’ho sperimentato in una forma semplice. Due preti che non si conoscevano hanno trovato nel silenzio dell’abbazia uno spazio nel quale una parola poteva diventare più vera. Qualche giorno dopo, nello stesso luogo, ho sentito che la quiete poteva riportare a galla domande che il lavoro tiene facilmente sommerse. Il luogo non era cambiato. Era cambiato ciò che vi accadeva dentro.

Rientrando verso l’abbazia, mi sono accorto che la domanda nata durante la passeggiata non riguardava anzitutto gli altri. Riguardava me: come sta la mia preghiera? Non mi interessa contare quante formule vengono recitate o quante celebrazioni riempiono una settimana. La questione riguarda il posto reale che Cristo conserva nelle ore in cui nessuno ci cerca e anche il ministero, per qualche momento, tace.

Una comunità ecclesiale può raggiungere un sacerdote molto in profondità e deve farlo quando egli è in difficoltà. La vicinanza di un vescovo e dei confratelli può sostenere, custodire e qualche volta impedire che una ferita diventi più grave. Arriva poi una soglia che nessun altro può attraversare in nostra vece. È il luogo nel quale ciascuno di noi torna alla relazione personale con Cristo, quella dalla quale il sacerdozio ha avuto origine e che ogni giorno ha bisogno di essere nuovamente frequentata.

Forse la normale solitudine della vita sacerdotale rivela proprio qui la sua verità. Non è soltanto il tempo nel quale manca qualcuno. È anche lo spazio nel quale si vede ciò che continua a dare senso alla nostra consegna. Il silenzio dell’abbazia, ieri sera, non mi ha dato una risposta definitiva alle notizie dolorose di questi giorni. Mi ha ricordato qualcosa di più semplice e più esigente: nessuno di noi può vivere a lungo di un ministero che non torna alla sua sorgente.

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2 risposte a “LA SOLITUDINE DEL PRETE E CIÒ CHE LA ABITA”

  1. Avatar Alessandro
    Alessandro

    Carlo don Mario intanto grazie perché affronti il problema con tono pacato, senza moralismi e guardando in faccia alla realtà. Tra amici preti da un po’ di tempo stiamo riflettendo assieme. Le cose che scrivi sono giustissime e anche tanti altri le hanno individuate chiaramente. Credo però, e in questo anche gli amici preti sono d’accordo, si stia guardando il problema solo dal punto di vista del singolo: come si rapporta al ministero, come si rapporta con i confratelli, come prega ecc. Riteniamo invece che sia anche un’altra faccia della medaglia non meno importante e cioè la attuale struttura della Chiesa, delle parrocchie, di come è concepita la vita del prete, dell’insieme di attività di cui giorno dopo giorno è stato investito. Il problema non è solo personale ma è strutturale e forse è venuto il momento di chiederci anche se le strutture, i modelli organizzativi, l’idea di comunità, oggi sono adeguate. Diventi prete per fare il pastore e ti trovi a fare l’assistente sociale, il geometra, il commercialista, il gestore della scuola materna e della casa di riposo, l’organizzatore di eventi, rispondendo a richieste spesso assurde da parte della gente che a volte non si rende conto che il mondo è cambiato e avendo 3, 4, 5 parrocchie non puoi dire la notte di Natale tre messe a mezzanotte, non puoi fare tre funerali nello stesso pomeriggio, non puoi organizzare il catechismo dei bambini in ogni sgabuzzino, non puoi passare un pomeriggio a spiegare perché non è una scelta opportuna per fare la madrina una persona che è già al quarto matrimonio civile.

    Si parla molto di dare spazio ai laici ma poi si fa molta fatica a trovare laici disposti ad occupare con continuità gli spazi.

    Dopo un po’ ti chiedi se tutto questo abbia senso, e questa domanda facilmente diventa la porta di accesso della crisi del prete.

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    1. Avatar Don Mario Proietti, cpps

      Alessandro, credo che tu abbia individuato un aspetto reale che il mio articolo non affronta in modo sufficiente. Ho scelto consapevolmente di fermarmi sulla dimensione interiore della solitudine sacerdotale, soprattutto perché mi interessava distinguere la solitudine dall’isolamento e chiedermi quale posto abbia la relazione con Cristo nel rendere abitabile la nostra forma di vita. Resta aperta la questione che poni tu, e penso sia molto seria: l’attuale organizzazione pastorale può diventare essa stessa una fonte di logoramento. Non possiamo diminuire continuamente il numero dei sacerdoti e, nello stesso tempo, pretendere di conservare immutato un modello costruito quando ogni comunità disponeva stabilmente del proprio parroco. Quando a un sacerdote vengono affidate più parrocchie e resta sulle sue spalle anche una quantità crescente di incombenze amministrative, patrimoniali e organizzative, il rischio è che il pastore venga lentamente assorbito dal gestore. A quel punto la fatica non nasce soltanto dalla solitudine della canonica. Nasce anche dalla sensazione di spendere una parte enorme delle proprie energie in compiti che finiscono per allontanarlo da ciò per cui aveva scelto il sacerdozio. Qui entra anche la questione dei laici che tu richiami. Parliamo molto di corresponsabilità, poi la realtà concreta mostra quanto sia difficile trovare persone disponibili ad assumere nel tempo responsabilità vere. Il risultato può essere che il sacerdote rimanga formalmente responsabile di tutto e concretamente sommerso da tutto. Credo quindi che le due domande vadano tenute insieme. Dobbiamo interrogarci su come un sacerdote custodisca la propria vita spirituale e le proprie relazioni, e dobbiamo avere anche il coraggio di domandarci se il modello pastorale nel quale gli chiediamo di vivere sia ancora sostenibile. Una struttura che consuma sistematicamente il tempo necessario alla preghiera, alla fraternità e all’incontro pastorale finisce per contribuire proprio a quella fragilità che poi cerchiamo di curare nel singolo. Forse questo meriterebbe davvero una riflessione a parte, perché tocca una domanda che ormai non possiamo rinviare: con meno sacerdoti possiamo continuare semplicemente a chiedere agli stessi uomini di mantenere in piedi tutto ciò che esisteva prima?

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