
Ieri, durante la visita pastorale a San Marino, Papa Leone XIV ha pronunciato alcune parole che questa mattina mi sono tornate alla mente mentre leggevo i commenti lasciati sotto il nostro articolo dedicato alla sua catechesi sulla musica sacra. Rivolgendosi alla comunità ecclesiale, ha chiesto che, «alla scuola del Concilio Vaticano II, si curi con attenzione la liturgia e si formino i fedeli a viverla in modo corale». Mi ha colpito soprattutto quel verbo: formare. Il Papa non stava chiedendo semplicemente celebrazioni ben organizzate. Parlava di fedeli che devono essere accompagnati a vivere la liturgia, entrando sempre più profondamente nel mistero che la Chiesa celebra.
Qualche ora dopo, al porto di Rimini, Leone XIV avrebbe chiamato l’Eucaristia «il Mistero che dà senso a tutto» e «culmine e fonte di ogni nostra azione pastorale». Le due espressioni appartengono alla stessa visione. La liturgia non arriva alla fine della pastorale come il momento religioso che conclude le nostre attività. È la fonte dalla quale la vita cristiana riceve la propria forma e il luogo nel quale impariamo continuamente chi siamo davanti a Dio.
Forse proprio per questo mi hanno fatto sorridere alcuni commenti letti questa mattina. Un lettore rimpiangeva Gen Rosso, Symbolum e i canti degli anni Novanta, capaci almeno, secondo lui, di «animare» una Messa che già di suo «non è che sia sta botta di vita». Un altro riconosceva al gregoriano la capacità di comunicare sacralità e mistero e lo riservava alle celebrazioni solenni, preferendo per la normale domenica una musica più vicina alla vita quotidiana, capace di suscitare entusiasmo e commozione.
Non credo che il problema siano Gen Rosso o il gregoriano. Ho cantato anch’io per anni repertori diversissimi e non mi verrebbe in mente di compilare un certificato di cattolicità sulla base della data di composizione di un canto. Leone XIV non lo ha fatto. Nella catechesi del 19 agosto ha riconosciuto il posto proprio del gregoriano e ha lasciato spazio a nuove composizioni e ad altre forme musicali, chiedendo che la musica sia realmente unita all’azione liturgica e sappia condurre dentro il mistero celebrato.
Mi interroga qualcosa che viene prima del repertorio musicale. È l’idea, ormai abbastanza diffusa, secondo cui ciò che non ci coinvolge immediatamente debba essere modificato fino a diventare familiare. Quando un linguaggio richiede apprendimento, nasce subito il sospetto che non sappia più comunicare. Quando una forma impone un ritmo diverso da quello al quale siamo abituati, la prima risposta diventa spesso quella di renderla più spontanea. La preoccupazione pastorale è comprensibile. Col tempo può produrre un rovesciamento quasi impercettibile: invece di accompagnare l’uomo dentro la liturgia, cominciamo a costruire una liturgia che non gli chieda più di entrare da nessuna parte.
Leone XIV aveva affrontato esattamente questo punto già il 3 giugno, parlando del rito, del segno e del simbolo. Disse allora che i riti della liturgia non sono un rivestimento esteriore del sacramento e nemmeno un insieme di cerimonie arbitrarie. Sono «la mediazione ecclesiale attraverso cui il dono divino ci raggiunge». Aggiunse che il rito ci inserisce in una sequenza di gesti e di preghiere ben definita, capace talvolta di urtare la nostra tendenza individuale alla spontaneità. Proprio attraverso questa forma veniamo educati. Il Papa arrivò a chiedere che imparassimo a «lasciarci educare dai riti della liturgia».
Questa espressione mi sembra decisiva. Ci siamo abituati a parlare della liturgia che deve adattarsi all’uomo e abbiamo forse dimenticato che anche l’uomo ha bisogno di essere formato dalla liturgia. Le due cose non si escludono. La storia della Chiesa conosce adattamenti profondi e riforme vere. Una realtà viva cresce proprio perché conserva una identità capace di attraversare il tempo. Leone XIV, nella catechesi del 27 maggio, aveva ricordato il principio conciliare della «sana tradizione» e del «legittimo progresso»: ciò che nasce di nuovo nella liturgia deve crescere organicamente da ciò che la Chiesa ha ricevuto.
È qui che comincio a vedere meglio il confine tra rinnovamento e trasgressione. Il rinnovamento nasce quando una realtà ricevuta viene compresa più profondamente e può trovare forme adatte a esprimere la stessa fede nel corso della storia. La trasgressione comincia quando la forma ricevuta viene considerata un impedimento alla libertà di chi celebra e il superamento del limite acquista valore proprio in quanto superamento.
Qualche mese fa un giornalista di Omnes raccontava di avere ascoltato ripetutamente un sacerdote modificare le parole sul calice, sostituendo «per voi e per molti» con «per voi e per tutta l’umanità». Ciò che mi ha colpito nel suo racconto è la spiegazione attribuita al sacerdote: non riusciva ad attenersi a una «formula schematica». Non conosciamo il sacerdote e la testimonianza non consente di costruirci sopra un processo. Quella frase, presa per ciò che è, racconta comunque una mentalità che riconosco facilmente. La formula ricevuta viene avvertita come uno schema che limita; la modifica personale appare come il gesto attraverso il quale il celebrante restituisce al rito una libertà che ritiene necessaria.
Il problema, in questo caso, non riguarda neppure l’universalità della redenzione. La Chiesa insegna senza esitazioni che Cristo è morto per tutti. Benedetto XVI lo ricordò proprio spiegando perché pro multis dovesse essere tradotto fedelmente con «per molti». La questione è un’altra: chi possiede quelle parole? Se un sacerdote ritiene che la formula approvata esprima male una verità, può correggerla mentre celebra? La risposta della Chiesa è semplice perché nasce dalla natura stessa della liturgia: quelle parole non appartengono al celebrante.
Da sacerdote questa cosa mi tocca in maniera molto concreta. Ogni giorno apro un Messale che mi consegna parole che non ho scritto. Alcune mi piacciono più di altre. Alcune forse le formulerei diversamente se stessi componendo una preghiera personale. Proprio lì comprendo che non sto componendo una preghiera personale. La forma che ricevo mi ricorda chi sono in quel momento e mi preserva dalla tentazione, sempre possibile, di trasformare il servizio in possesso. Quando celebro non sono il proprietario dell’altare e la comunità che ho davanti non è una platea affidata alla mia capacità di comunicazione.
Anche i gesti appartengono a questa grammatica. Pochi giorni fa ha fatto discutere una celebrazione presieduta a Madrid dal cardinale José Cobo. Durante le parole dell’istituzione rivolse lo sguardo verso l’assemblea ed estese verso di essa prima il pane e poi il calice mentre pronunciava «Prendete e mangiatene» e «Prendete e bevetene». Il Messale colloca l’ostensione al popolo dopo le parole della consacrazione. La Preghiera eucaristica, nel suo insieme, è la grande preghiera che il sacerdote eleva al Padre associando a sé l’assemblea.
Non credo sia corretto ricavare da quel gesto una teologia personale del cardinale Cobo. Nei suoi stessi testi egli parla chiaramente di Cristo che si offre al Padre e del sacerdote che presenta a Dio l’offerta del popolo. Proprio questa precisazione rende l’episodio più istruttivo. Un gesto può comunicare qualcosa che il celebrante non intende affermare. Nella liturgia il corpo parla insieme alle parole e il rito custodisce anche questa corrispondenza. La forma impedisce alla nostra espressività personale di introdurre, magari con le migliori intenzioni, un significato estraneo a ciò che stiamo celebrando.
Leone XIV aveva detto il 3 giugno che i simboli liturgici possiedono una forza capace di plasmare chi vi partecipa. Per questo la precisione del rito non nasce da una mania burocratica. Se la liturgia forma, anche una piccola alterazione insegna qualcosa. Un sacerdote che trasforma il racconto dell’istituzione in una sorta di rappresentazione visiva dell’Ultima Cena può suggerire che in quel momento stia parlando ai presenti, mentre l’intera Preghiera eucaristica è rivolta al Padre. La sua intenzione personale può essere perfettamente cattolica. Il gesto rimane capace di dire altro. È una delle ragioni per cui la Chiesa non affida la struttura del rito all’inventiva di chi presiede.
Qui occorre evitare anche l’errore opposto, perché la teologia cattolica dell’Eucaristia non riduce l’assemblea a un gruppo di spettatori che assiste mentre il sacerdote compie qualcosa da solo. Leone XIV lo ha ricordato con grande chiarezza nella catechesi del 24 giugno. Riprendendo Sacrosanctum Concilium, ha detto che l’assemblea offre il Sacrificio «non solo per le mani del sacerdote, ma anche unita a lui». Nella stessa catechesi ha descritto Cristo come colui che «si offre al Padre». È questa la struttura dell’azione eucaristica: Cristo, unico Sommo Sacerdote, rende presente sacramentalmente la sua offerta; il ministro ordinato agisce nel servizio sacramentale che ha ricevuto e tutta la Chiesa viene associata all’offerta del suo Capo.
Questa precisazione mi sembra importante anche per comprendere la partecipazione. Partecipare non significa appropriarsi di una parte della celebrazione. Significa essere introdotti più profondamente nell’azione di Cristo. Il sacerdozio battesimale non cresce quanto più assomiglia esteriormente al ministero ordinato. Trova la propria grandezza quando la vita concreta del fedele viene unita all’offerta di Cristo e diventa, con lui, offerta al Padre.
Da qui la questione si allarga e raggiunge qualcosa che non riguarda più soltanto la liturgia. Mi domando da tempo se non abbiamo imparato a identificare troppo facilmente la libertà con la possibilità di superare un limite ricevuto. È un tratto della cultura nella quale siamo immersi. Una forma che viene da prima di noi deve continuamente spiegare perché meriti ancora di esistere. Ciò che nasce dalla scelta individuale porta con sé un’aura di autenticità. Persino la parola «trasgressivo» ha assunto spesso un valore positivo, quasi fosse sinonimo di coraggioso.
Quando questa sensibilità entra nella vita ecclesiale, il limite può diventare provocazione. Una norma viene letta facilmente come residuo di un tempo passato e chi la oltrepassa può sentirsi protagonista di un futuro che la Chiesa non ha ancora avuto il coraggio di riconoscere. L’atto di rompere la forma acquista allora un significato che va oltre il suo contenuto concreto. Diventa dimostrazione di libertà.
È proprio qui che il pensiero mi conduce al racconto della Genesi. Il peccato delle origini non viene presentato come il semplice piacere di infrangere un comando. La tentazione promette all’uomo di diventare «come Dio», appropriandosi di una misura che aveva ricevuto. San Tommaso, riflettendo sul peccato originale, individua il suo elemento formale nella privazione della giustizia originale, quell’ordine per il quale la volontà dell’uomo rimaneva sottomessa a Dio e le altre facoltà trovavano in questo rapporto la loro armonia. Spezzato quell’ordine, ogni facoltà tende più facilmente verso il proprio movimento.
Non sarebbe corretto applicare questo schema direttamente a ogni innovazione liturgica, come se il desiderio di cambiare fosse già una ripetizione del peccato di Adamo. Il punto è più sottile. La ferita originaria ci rende vulnerabili alla tentazione di fare di noi stessi la misura di ciò che abbiamo ricevuto. Possiamo desiderare sinceramente il bene e arrivare a pensare che quel bene autorizzi a disporre autonomamente di una forma che non ci appartiene.
La liturgia esercita allora una funzione spirituale che forse abbiamo sottovalutato. Ci abitua a ricevere. Mi chiede di entrare in un tempo che non decido io e di pronunciare parole affidatemi dalla Chiesa. Educa anche il corpo a una misura che non coincide sempre con la spontaneità. In questo esercizio apparentemente piccolo si nasconde qualcosa di profondamente cristiano: la scoperta che ricevere non significa perdere la libertà.
Anche nella vita ordinaria le realtà più importanti ci vengono consegnate prima di essere comprese pienamente. Riceviamo una lingua e impieghiamo anni per imparare a usarla con libertà. Entriamo in una famiglia della quale impariamo lentamente la memoria. Nessuno penserebbe che per essere autentico un musicista debba rifiutare la grammatica della musica prima di averla appresa. Nella liturgia abbiamo talvolta preteso l’immediatezza proprio nel luogo in cui il cristiano dovrebbe imparare che non tutto ciò che è vero deve coincidere subito con ciò che gli è familiare.
Ritorno allora al commento letto questa mattina: «Già la Messa non è che sia sta botta di vita». Sorrido ancora, perché la battuta è riuscita. Dietro quella frase avverto anche una domanda che merita rispetto. Che cosa dovrebbe accadermi durante la Messa perché io possa riconoscerla come viva? Se attendo soprattutto una sensazione capace di coinvolgermi, ogni elemento della celebrazione finirà inevitabilmente sotto il giudizio della sua efficacia emotiva. Se imparo ad entrare nel sacrificio di Cristo che si offre al Padre e associa a sé la Chiesa, il mio sentimento conserva tutto il suo valore senza dover portare sulle spalle il peso di decidere se il mistero sia riuscito oppure no.
Forse per questo ieri Leone XIV ha chiesto a San Marino di «formare i fedeli» alla liturgia. Non perché il fedele debba subire passivamente una forma incomprensibile. La formazione serve proprio a far sì che quella forma diventi abitabile, conosciuta dall’interno e capace di nutrire la vita. Lo stesso Concilio che ha riformato profondamente la liturgia ha chiesto con insistenza una formazione liturgica autentica. Riforma e formazione appartengono così allo stesso movimento ecclesiale.
A Rimini, poche ore dopo, il Papa ha ricordato che ciò che siamo e possediamo è dono di Dio. È forse questa la parola che tiene insieme tutto: dono. Una cosa ricevuta può crescere nelle nostre mani, può essere custodita con intelligenza e può conoscere sviluppi reali. Rimane qualcosa che ci precede.
Qui passa, a mio avviso, il confine più profondo tra rinnovamento e trasgressione. Il rinnovamento riceve e fa crescere. La trasgressione comincia quando sentiamo di avere bisogno di infrangere la forma per dimostrare che siamo finalmente liberi da essa.
La Chiesa avrà sempre bisogno di rinnovarsi, perché è viva e attraversa la storia. Avrà bisogno anche di correggere forme diventate opache e di trovare linguaggi capaci di accompagnare gli uomini del proprio tempo. La sua libertà rimane quella di una Sposa che ha ricevuto un dono, non quella di un proprietario che decide ogni volta che cosa farne.
Forse la vera modernità cristiana comincia proprio quando smettiamo di avere paura di ricevere. Scopriamo allora che la Tradizione non ci consegna una stanza nella quale restare chiusi. Ci consegna una casa nella quale possiamo abitare, crescere e accogliere chi verrà dopo di noi, senza doverne abbattere i muri ogni volta che desideriamo sentirci liberi.
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