«Voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra». (1Cor 12,12-27; Mt 16,13-20)

Cari amici buongiorno e buona domenica. Ieri, contemplando Maria Regina, abbiamo riconosciuto che ogni autorità ricevuta da Dio trova la propria verità nel servizio. Nessuno viene posto in una responsabilità per bastare a se stesso o per raccogliere attorno a sé gli altri. Ogni dono viene ricevuto dentro una comunione e deve servire alla sua edificazione.

Oggi la domenica ci conduce precisamente dentro questa comunione. Il corpo destinato alla gloria non percorre da solo il proprio cammino. Nel Battesimo è stato inserito in Cristo e, proprio per questo, è entrato in un popolo. San Paolo usa un’immagine che appartiene al cuore della sua ecclesiologia: «Voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra».

La Chiesa non nasce dalla semplice vicinanza tra persone che condividono alcune convinzioni religiose. La sua origine è Cristo. È lui che chiama. È lui che comunica lo Spirito. È lui che raduna persone differenti e le inserisce in una comunione che nessuno potrebbe produrre con le proprie forze.

Per questo Paolo può parlare della Chiesa come di un corpo. Un corpo non è una somma di parti accostate. Ogni membro riceve la propria vita dentro una unità che lo precede e che, nello stesso tempo, ha bisogno della sua presenza. L’occhio non possiede la funzione della mano e la mano non può sostituire il piede. La differenza non minaccia la comunione quando ciascun membro riceve il proprio posto e lo vive in relazione con gli altri.

Questa immagine dice qualcosa di molto concreto anche sulla vita cristiana. La fede è sempre personale. Nessuno può credere al posto nostro e nessuno può sostituire la risposta libera che ciascuno è chiamato a dare a Dio. Eppure quella fede personale non nasce in isolamento.

Abbiamo ricevuto la Scrittura attraverso la Chiesa. Abbiamo imparato il nome di Cristo dentro una storia che ci precede. I sacramenti non sono gesti che inventiamo individualmente per esprimere la nostra devozione. Ci vengono consegnati dalla Chiesa e ci inseriscono sempre più profondamente nella sua comunione.

Anche quando preghiamo da soli, utilizziamo parole che abbiamo ricevuto. Il Padre nostro ci è stato consegnato dal Signore attraverso la comunità apostolica. Il Credo che professiamo raccoglie la fede della Chiesa. Persino il segno della croce, compiuto nel silenzio di una stanza, porta dentro di sé una appartenenza ecclesiale.

Il Vangelo di questa domenica aggiunge a questa realtà un elemento decisivo. Gesù domanda ai discepoli chi egli sia. Pietro risponde: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». A quella confessione Gesù lega una promessa: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa».

È Cristo che edifica. Pietro riceve un compito dentro un’opera che rimane del Signore. La Chiesa non appartiene a Pietro e non appartiene ai suoi successori come un possesso. Proprio perché è di Cristo, viene affidata a un ministero visibile di comunione.

Questo ci impedisce di pensare la Chiesa come una realtà soltanto spirituale e invisibile. Il Corpo di Cristo assume una forma storica. Ha una fede ricevuta dagli apostoli e una vita sacramentale. Ha ministri ai quali vengono affidati compiti differenti e comunità concrete nelle quali la comunione deve continuamente prendere forma.

Questa concretezza può anche diventare faticosa. La Chiesa che incontriamo non coincide mai con una immagine ideale. È formata da persone redente che continuano ad avere bisogno di conversione. Anche coloro che esercitano un ministero portano fragilità e possono commettere peccati che feriscono profondamente altri membri del Corpo.

L’immagine paolina non ci chiede di ignorare queste ferite. Quando un membro soffre, tutto il corpo viene coinvolto. Se una parte della comunità è stata ferita, la soluzione cristiana non consiste nel fingere che nulla sia accaduto. La comunione domanda verità e conversione. Può chiedere riparazione e cambiamenti reali.

Amare la Chiesa non significa proteggerne una immagine ideale. Significa riconoscere che Cristo continua ad amare il suo Corpo e che proprio questo amore ci rende responsabili della sua purificazione.

È un punto delicato. Possiamo essere tentati di identificare la Chiesa con i limiti delle persone che la rappresentano. Di fronte a una delusione nasce allora il desiderio di prendere le distanze, quasi che la fede potesse essere conservata più puramente fuori da ogni appartenenza concreta.

San Paolo ci ricorda che la comunione non è un accessorio della vita cristiana. Essere membra significa ricevere dagli altri e permettere agli altri di ricevere da noi. La libertà cristiana non consiste nel sottrarsi a ogni legame. Cresce imparando a vivere dentro relazioni nelle quali nessuno possiede tutti i doni e nessuno è privo di qualcosa da offrire.

Questo vale anche per il corpo concreto. Partecipare all’Eucaristia significa entrare fisicamente in una assemblea e condividere con essa la stessa mensa. Servire una comunità domanda tempo e presenza. Anche la riconciliazione ecclesiale ha bisogno di gesti e parole che ristabiliscano una prossimità reale.

Il corpo attraverso il quale viviamo la fede può quindi diventare strumento di comunione. Può anche ferirla. Una assenza scelta abitualmente per indifferenza priva la comunità di una presenza. Una parola pronunciata con leggerezza può creare divisioni che dureranno molto più del momento in cui è stata detta. Allo stesso modo, un ascolto paziente e una presenza fedele possono ricostruire legami che sembravano indeboliti.

Non si tratta di trasformare ogni attività ecclesiale in un obbligo. Si tratta di comprendere che l’appartenenza domanda una forma concreta. Maria ci accompagna anche in questo passaggio.

Nel cenacolo ella appare insieme agli apostoli e agli altri discepoli. Non costruisce attorno a sé una comunità alternativa e non vive la propria relazione singolare con Cristo come una ragione per sottrarsi alla Chiesa nascente.

Colei che è Madre del Signore prega dentro il popolo che attende lo Spirito. La sua grandezza non la colloca fuori dalla comunione. La rende, secondo l’insegnamento della Chiesa, membro eminente e figura della comunità redenta. L’Assunzione aggiunge una luce ulteriore. Maria vive già nella condizione gloriosa verso la quale la Chiesa intera cammina. La sua persona glorificata non rappresenta un destino individuale separato dal popolo di Dio. In lei contempliamo anticipato ciò che Cristo prepara per il suo Corpo.

La gloria cristiana possiede quindi una dimensione profondamente ecclesiale. Dio non conduce verso il Regno una moltitudine di individui estranei gli uni agli altri. Sta formando un popolo riconciliato, nel quale la comunione iniziata nella storia raggiungerà la propria pienezza.

Questo cambia il modo in cui guardiamo anche le nostre comunità presenti. La parrocchia o la comunità religiosa nella quale viviamo non è ancora la Gerusalemme celeste. Porta limiti e tensioni. Proprio dentro questa concretezza impariamo qualcosa della comunione che ci attende.

Ogni volta che scegliamo di ascoltare anziché irrigidirci, ogni volta che assumiamo un servizio necessario senza cercare di renderlo nostro, la vita ecclesiale prende una forma più conforme al Corpo di Cristo.

Ieri Maria Regina ci ha mostrato che l’autorità trova il proprio compimento nel servizio. Oggi comprendiamo perché: ogni ministero viene ricevuto per edificare un corpo del quale nessuno è padrone e nel quale nessuno è superfluo.

Domani san Bartolomeo ci condurrà da questa comunione alla verità personale. Per vivere come membra dello stesso Corpo non basta essere fisicamente vicini. La comunione ha bisogno di persone nelle quali non vi sia falsità, capaci di presentarsi davanti a Dio e agli altri senza costruire una maschera.

Un gesto per oggi

Preghiamo per una persona della Chiesa con la quale facciamo fatica. Evitiamo una parola che trasformerebbe la differenza in disprezzo.

Alla scuola di sant’Agostino

Presentando l’Eucaristia ai neofiti, sant’Agostino dice: «Siate ciò che vedete e ricevete ciò che siete». Riceviamo il Corpo di Cristo per diventare più pienamente il suo Corpo ecclesiale. La Comunione crea un legame reale tra membra chiamate a prendersi cura le une delle altre. (Discorso 272)

Nel Discorso 272 Agostino collega l’Eucaristia all’identità ecclesiale. Il fedele riceve ciò che è chiamato a diventare. La Comunione forma un corpo e domanda una vita capace di unità.

Preghiera

Spirito Santo, unisci le membra del Corpo di Cristo. Guarisci ciò che divide e rendimi responsabile della comunione. Maria, Madre della Chiesa, insegnami ad amare la comunità concreta nella quale il Signore mi ha posto.

Giaculatoria

Maria, Madre della Chiesa, custodisci la nostra comunione.

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