Cari amici, Gaetano Bonanni entrò a Norcia davanti a una diocesi che esisteva nei documenti e chiedeva ancora di diventare una comunità viva. Una bolla poteva ristabilire la sede episcopale. La rinascita reale sarebbe passata attraverso il lavoro paziente di un pastore.

Si mise subito in cammino. In meno di due anni completò la visita dell’intera diocesi, raggiungendo centoquattordici località disseminate tra montagne definite dagli stessi documenti «alpestri». La Curia romana accolse con ammirazione la relazione inviata dal vescovo. Ne lodò la precisione e riconobbe in quelle pagine nuovi motivi per apprezzare il suo zelo.

Visitare significava vedere da vicino la condizione del clero e ascoltare le necessità delle parrocchie. In alcuni paesi popolosi mancava perfino un sacerdote capace di celebrare la Messa nei giorni festivi. Bonanni incontrò giovani che lasciavano la via ecclesiastica perché non trovavano chi li formasse. Altri erano costretti ad andare lontano, sostenendo spese che molte famiglie non potevano affrontare.

Il vescovo portò questa ferita davanti al governo pontificio con parole che sembrano ancora calde della sua preoccupazione. Scrisse che quella situazione «agita infinitamente il mio cuore» e lo spingeva alla più sollecita erezione del Seminario. Lo considerava la via necessaria per offrire sacerdoti alla diocesi e restituire disciplina al clero.

Il Seminario, per Bonanni, nasceva dai paesi rimasti senza Messa e dalle vocazioni lasciate senza guida. Aveva il volto delle comunità che rischiavano di spegnersi lentamente. Ogni giovane formato sarebbe tornato un giorno tra quelle montagne per celebrare i sacramenti e accompagnare il popolo.

Trovare una sede adatta richiese una lunga trattativa. Bonanni individuò il convento di Santa Caterina e cercò le risorse necessarie. La mensa episcopale era povera e il Comune difendeva le proprie prerogative. Il vescovo scrisse a Roma, domandò aiuti e continuò a insistere con quella tenacia che già conosciamo.

Accanto al Seminario gli stava a cuore l’educazione delle ragazze. A Norcia esisteva il progetto di una scuola femminile affidata alle Maestre Pie. La scelta delle insegnanti provocò attriti con l’amministrazione comunale, gelosa dei diritti ricevuti prima della restaurazione della diocesi. Bonanni difese il proprio dovere di vigilare sulla formazione cristiana e cercò maestre disposte a vivere in quella terra difficile.

Per alcuni anni si aprì perfino la possibilità che Maria De Mattias raggiungesse Norcia. Don Gaspare e don Giovanni Merlini seguirono il progetto. Le agitazioni politiche del 1831 consigliarono di attendere e quella strada si chiuse. Rimane un legame sorprendente: il desiderio educativo di Bonanni sfiorò la vicenda della donna che sarebbe diventata fondatrice delle Adoratrici del Sangue di Cristo.

Il 1° e il 2 maggio 1823 celebrò il primo Sinodo della diocesi restaurata. Il clero si raccolse nella cattedrale attorno al proprio vescovo. Il Sinodo diede ordine alla vita ecclesiale e indicò la disciplina necessaria per il culto. L’orazione funebre del 1848 avrebbe ricordato quelle costituzioni come una difesa del deposito della fede e una cura rivolta ai diritti dei poveri.

Istituì anche incontri obbligatori per il clero. Chi rimaneva assente senza una giustificazione doveva offrire una libbra di cera, una quantità che oggi corrisponderebbe orientativamente a una piccola sanzione di una ventina di euro. Il provvedimento conserva un sapore antico e rivela un principio molto semplice: i sacerdoti di una diocesi appena rinata dovevano imparare a incontrarsi, a confrontarsi e a ricevere insieme la direzione del loro pastore. Forse qualche vescovo dei nostri giorni potrebbe riprendere l’idea, aggiornando soltanto la moneta. La comunione presbiterale, evidentemente, richiede anche una certa disciplina, poiché affidarla alla sola buona volontà significa spesso affidarla al calendario degli assenti.

La riforma di Norcia cominciò così, dalla formazione. Bonanni conosceva il valore delle pietre e restaurò gli edifici necessari. Sapeva che una Chiesa vive attraverso uomini interiormente formati. Per questo il Seminario gli agitava il cuore. Vedeva già i sacerdoti che avrebbero camminato sulle sue stesse strade quando le sue gambe non avrebbero più retto la salita.

Domani lo seguiremo proprio su quelle strade. Lo incontreremo vescovo camminatore, severo con il male e ancora più severo con se stesso. Vedremo anche dove trovava le risorse per diventare largo con i poveri: le sottraeva alla propria tavola.

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