Cari amici, la chiamata di Gaetano Bonanni all’episcopato maturò nel tempo. Già nell’estate del 1820 il suo nome circolava negli ambienti romani. Monsignor Vincenzo Maria Strambi gli aveva parlato della possibilità. Anche il vescovo di Narni, incontrato a Loreto, gli aveva fatto comprendere che la voce possedeva un fondamento reale.

Nel settembre dello stesso anno don Antonio Santelli, da Roma, lo raggiunse con una nuova comunicazione. Bonanni comprese che il pensiero della sua nomina stava prendendo consistenza e reagì con timore. Si considerava incapace di portare quel «gravissimo peso formidabile agli Angeli» e chiese che si intervenisse presso il Papa per allontanare da lui una responsabilità tanto grande.

In quei mesi anche la storia di San Felice attraversava una stagione decisiva. La guida della comunità missionaria si raccoglieva sempre più attorno a don Gaspare del Bufalo. Bonanni, che aveva promosso gli Operai Evangelici e aveva governato la prima Casa di Missione, si preparava a lasciare il centro dell’opera alla quale aveva dato vita.

Due strade stavano prendendo forma quasi nello stesso tempo. San Felice aveva bisogno di una guida capace di condurre l’espansione missionaria. Norcia attendeva il pastore della diocesi che Roma si preparava a restaurare.

Il 6 gennaio 1821 Pio VII ricostituì la sede episcopale di Norcia, separandone il territorio dalla diocesi di Spoleto. La città tornava ad avere un proprio vescovo dopo secoli. La chiesa di Santa Maria Argentea diventava cattedrale e oltre cento comunità sparse fra le montagne venivano raccolte attorno alla nuova sede.

La decisione giuridica precedette di pochi mesi la scelta del pastore. Il 5 febbraio, mentre predicava una missione a Piedipaterno, Bonanni ricevette la comunicazione che rendeva ormai concreta la prospettiva temuta durante l’anno precedente.

Le parole con le quali accolse la notizia rivelano il passaggio interiore compiuto: «Ecco le disposizioni del Signore. Ci vedo la volontà di Dio, che dobbiamo adorare ed eseguire». La paura rimaneva. L’obbedienza aveva ormai preso il posto della resistenza.

Il 27 giugno 1821 Pio VII nominò Gaetano Bonanni primo vescovo della diocesi restaurata di Norcia. La consacrazione episcopale avvenne a Roma l’8 luglio, nella chiesa di San Nicola in Carcere. Il 21 luglio il nuovo vescovo fece il suo ingresso nella città affidata alla sua cura.

Bonanni conosceva già molte di quelle terre. Le aveva percorse durante le missioni, attraversando paesi separati da lunghe distanze e strade difficili. Una parte del popolo nursino aveva ascoltato la sua predicazione prima ancora di riconoscerlo come pastore.

La diocesi si estendeva sopra un territorio montuoso, segnato da inverni rigidi e da comunità spesso isolate. Le vie richiedevano lunghi viaggi a cavallo o a dorso di mulo. Ogni visita pastorale avrebbe domandato fatica e resistenza. La geografia stessa diventava una forma concreta del ministero episcopale.

Nel giorno della consacrazione Bonanni firmò la sua prima lettera pastorale. Si presentò ai fedeli come un sacerdote tratto dal ritiro di San Felice e posto da Dio fra i vescovi chiamati a reggere la Chiesa acquistata dal Sangue di Cristo.

Quell’espressione illumina anche il suo legame con la spiritualità del Preziosissimo Sangue. La diocesi appariva ai suoi occhi come una porzione della Chiesa redenta dal sacrificio di Cristo. Ogni persona affidata alla sua cura apparteneva a quel prezzo di amore.

Nella stessa lettera Bonanni confessava con severità la propria insufficienza: «Siamo privi di scienza e vuoti di santità». Erano parole nate dalla coscienza del ministero ricevuto. Il nuovo vescovo misurava se stesso davanti alla grandezza della missione e sentiva tutta la distanza fra le proprie forze e ciò che la Chiesa gli chiedeva.

Norcia gli presentò subito il volto concreto della ricostruzione. La cattedrale aveva bisogno di lavori. La curia doveva prendere forma. Il seminario attendeva ancora una sede stabile. Il clero, abituato per lungo tempo alla dipendenza da Spoleto, doveva imparare a vivere attorno a un vescovo residente.

Bonanni volle conoscere con precisione il territorio affidato alle sue cure e fece preparare una carta topografica della nuova diocesi. Su quella mappa poteva vedere le distanze e i paesi nei quali vivevano le persone delle quali avrebbe dovuto rendere conto a Dio.

La carta divenne presto il programma dei suoi passi. La vita episcopale conservò la sobrietà appresa a San Felice. Bonanni entrava in una diocesi povera e condivideva le condizioni del popolo. Gli inverni delle montagne raggiungevano anche le stanze del vescovo. La sede ricevuta appariva come un campo da coltivare, lontano dall’immagine di un’onorificenza.

Cominciava così un episcopato destinato a durare oltre ventidue anni. Bonanni avrebbe attraversato quelle montagne fino al logoramento delle proprie forze. Avrebbe aperto il seminario e raccolto il clero nel sinodo diocesano. La sua memoria avrebbe conservato il volto di un pastore austero e vicino alla gente.

Quel 21 luglio 1821 Norcia vide entrare un uomo che aveva cercato di sottrarsi alla dignità episcopale. Aveva lasciato San Felice nelle mani di Gaspare e portava con sé lo stesso desiderio che aveva guidato gli Operai Evangelici: rinnovare il sacerdote per restituire il Vangelo al popolo. La città riceveva il suo primo vescovo dopo secoli. Con il passare degli anni avrebbe imparato a riconoscere in lui un padre.

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