don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

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I verbi del prete: un anno per tornare al cuore del ministero

Il cammino 2025-2026 del presbiterio di Spoleto-Norcia e la strada che continua nel nuovo anno pastorale

Quando nell’autunno del 2025 il presbiterio dell’Arcidiocesi di Spoleto-Norcia ha iniziato a ritrovarsi intorno ai «verbi del prete», forse non era ancora possibile vedere con chiarezza la forma complessiva che il cammino avrebbe assunto. Gli incontri mensili avrebbero potuto rimanere una successione di giornate formative, ciascuna affidata a un relatore diverso e dedicata a un aspetto particolare della vita sacerdotale. Rileggendoli oggi nel loro insieme appare invece un filo molto più profondo: attraverso quei verbi l’Arcivescovo mons. Renato Boccardo ha progressivamente ricondotto il presbiterio alle sorgenti del proprio ministero.

Il primo passaggio, vissuto il 15 ottobre 2025 a Cesi di Colfiorito, non era ancora legato a un verbo specifico. Fu piuttosto una soglia. Il confronto seguito all’Assemblea diocesana fece emergere alcune domande che avrebbero accompagnato l’intero anno: la formazione delle comunità, il rapporto con una cultura nella quale il linguaggio della fede appare sempre meno condiviso, la responsabilità delle Pievanie, la corresponsabilità dei laici e soprattutto la necessità per il sacerdote di custodire ciò che appartiene più intimamente alla propria identità.

In quella mattinata affiorò l’immagine del prete come «rabdomante», capace di riconoscere una sorgente e indicare dove cercarla. Era già presente, in filigrana, la domanda che avrebbe attraversato tutti gli incontri successivi: da quale sorgente vive il ministero sacerdotale e in quale modo un presbitero può continuare a condurre altri verso di essa?

Il primo verbo, «accogliere», affidato il 13 novembre a dom Alessandro Barban, ha portato immediatamente il discorso alla sua radice. Prima di accogliere qualcuno, il sacerdote deve riconoscere di essere stato accolto. La vocazione non nasce da un progetto costruito su se stessi, perché all’origine vi è una chiamata ricevuta e una storia nella quale Dio ha preceduto ogni risposta. L’accoglienza pastorale trova quindi la propria autenticità nella memoria della misericordia sperimentata.

Da questa prima tappa è nato quasi naturalmente il verbo «accompagnare». Il 18 dicembre padre Roberto Cecconi ha riletto il racconto dei discepoli di Emmaus come icona della paternità spirituale: Cristo si avvicina, cammina con, ascolta, interroga, apre le Scritture, conduce allo spezzare del pane e infine lascia che i discepoli riprendano autonomamente la strada verso Gerusalemme. L’accompagnatore autentico non crea dipendenze. Aiuta una persona a riconoscere il Signore e sa poi diminuire perché sia Cristo a rimanere al centro.

Il nuovo anno si è aperto il 22 gennaio con il verbo «predicare», affidato a mons. Gualtiero Sigismondi. Anche qui il movimento indicato era precedente all’azione pastorale: prima di parlare occorre ascoltare. Il predicatore non possiede la Parola che annuncia e l’ambone non è il luogo nel quale esibire una propria capacità. La Parola precede il ministro, lo raggiunge, lo giudica e gli viene affidata perché possa incontrare la vita concreta del popolo di Dio. La qualità dell’omelia nasce da questa duplice fedeltà alla Scrittura e alle persone alle quali essa viene annunciata.

Con «celebrare», il 19 febbraio, padre Andrea Dall’Amico ha riportato il presbiterio dentro il mistero eucaristico. La distinzione tra compiere una cerimonia e vivere una celebrazione ha consentito di toccare un punto particolarmente delicato della vita sacerdotale: la possibilità di pronunciare ogni giorno parole santissime e di rimanere interiormente distanti da ciò che esse significano. Celebrare significa invece entrare nell’offerta di Cristo e permettere che la forma della sua consegna al Padre diventi progressivamente la forma stessa della vita del sacerdote.

La tappa successiva, il 26 marzo, ha introdotto il verbo «ascoltare». Enzo Bianchi ha scelto come immagine iniziale la richiesta di Salomone: un lev shomea‘, un cuore ascoltante. Prima di ogni discernimento, prima della parola pastorale e persino prima della preghiera formulata, vi è questa capacità di ricevere. Il sacerdote vive sotto una Parola che lo precede e proprio per questo può ascoltare la Chiesa, i confratelli, le persone che gli sono affidate e la storia nella quale è chiamato a esercitare il ministero.

Il 23 aprile, a Verchiano, Dom Bernardo Gianni ha condotto il presbiterio dentro il verbo «pregare». La preghiera è stata presentata nella sua profondità cristologica e trinitaria: il sacerdote prega perché viene introdotto, nello Spirito, nella relazione filiale di Cristo con il Padre. La liturgia, il silenzio, l’Eucaristia, l’intercessione e perfino l’esperienza del Getsemani trovano qui la loro unità. Pregare significa permettere al ministero di respirare dentro una relazione che precede ogni attività.

L’ultimo incontro dell’anno, il 21 maggio a San Pellegrino di Norcia, è stato affidato alla dott.ssa Debora Rienzi e al verbo «ringraziare». In un luogo ancora segnato dalle ferite del terremoto, la gratitudine ha assunto il significato di uno sguardo capace di riconoscere il dono dentro una storia incompiuta. L’Eucaristia, rendimento di grazie, è diventata ancora una volta il criterio della vita sacerdotale: ricevere, riconoscere e restituire.

Messi uno accanto all’altro, questi verbi mostrano che il percorso non è stato costruito come un catalogo di competenze pastorali. Non si è trattato di imparare come accogliere meglio, accompagnare meglio, predicare meglio o organizzare più efficacemente il ministero. Ogni tappa ha compiuto, in forme diverse, un movimento più radicale: ha ricondotto il sacerdote da ciò che fa a Colui dal quale riceve la propria vita e il proprio ministero.

Il filo che attraversa l’intero anno è infatti la precedenza della grazia. Il sacerdote può accogliere perché è stato accolto, accompagnare perché Cristo continua a camminare con lui, predicare perché una Parola gli è stata affidata, celebrare perché è introdotto nell’offerta del Figlio, ascoltare perché Dio continua a parlargli, pregare perché nello Spirito è reso partecipe della relazione di Cristo con il Padre e ringraziare perché riconosce di vivere di un dono che non si è dato da solo.

Questa consapevolezza protegge il ministero da una delle sue tentazioni più persistenti: identificarsi con la quantità delle cose da fare. Le esigenze pastorali sono reali e spesso gravose. Le comunità cambiano, le strutture devono essere ripensate, le Pievanie chiedono nuove forme di collaborazione e la stessa trasmissione della fede incontra una cultura nella quale molte categorie cristiane non possono più essere presupposte. Proprio dentro questo scenario il percorso dei «verbi del prete» ha ricordato che nessuna riorganizzazione pastorale può sostituire la qualità spirituale del ministro.

Anche la formazione permanente acquista qui il suo significato più vero. Non consiste semplicemente nell’aggiornamento delle conoscenze acquisite negli anni del seminario. È il modo attraverso il quale il sacerdote continua a lasciarsi formare dal ministero ricevuto, dalla Parola, dalla liturgia, dalle persone incontrate e dalla comunione presbiterale. L’ordinazione non conclude la formazione del prete; inaugura una forma particolare di discepolato che attraversa tutta la sua vita.

Per questo è significativo che l’Arcivescovo, concludendo l’incontro del 21 maggio, abbia annunciato l’intenzione di continuare il percorso anche nell’anno pastorale 2026-2027. Alcuni verbi restano ancora da esplorare e, soprattutto, rimane aperta la domanda che ha accompagnato fin dall’inizio questa esperienza: quale forma sacerdotale il Signore sta chiedendo oggi alla nostra Chiesa?

Il nuovo anno non ripartirà quindi da zero. Porterà con sé ciò che è stato ascoltato e vissuto nei mesi precedenti. Ogni nuovo verbo potrà diventare una lente attraverso la quale rileggere il ministero e, nello stesso tempo, verificare se le parole meditate hanno iniziato realmente a prendere carne nella vita.

Una formazione permanente diventa feconda quando produce memoria, continuità e conversione. Il rischio di ogni incontro ecclesiale è che una buona meditazione venga ascoltata, apprezzata e poi rapidamente assorbita dal calendario. La scelta di continuare questo percorso permette invece di custodire un cammino comune, nel quale il presbiterio può riconoscere progressivamente un linguaggio condiviso per parlare della propria vocazione.

Il primo anno dei «verbi del prete» consegna dunque al nuovo anno pastorale una domanda più che una conclusione. Dopo aver riflettuto su ciò che significa accogliere, accompagnare, predicare, celebrare, ascoltare, pregare e ringraziare, resta da chiedersi quanto questi verbi siano diventati forma della nostra vita.

È da questa domanda che il cammino può riprendere.

Perché i verbi del prete, alla fine, non descrivono semplicemente ciò che un sacerdote compie. Raccontano lentamente ciò che è chiamato a diventare.

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