San Pellegrino di Norcia, 21 maggio 2026. Il settimo verbo conclude il primo anno del cammino del clero di Spoleto-Norcia
Il 21 maggio 2026 il clero dell’Arcidiocesi di Spoleto-Norcia si è ritrovato a San Pellegrino di Norcia per l’ultimo incontro dell’anno pastorale dedicato ai «verbi del prete». Erano presenti quarantasei sacerdoti e il giovane Tommaso, in propedeutico. Il luogo scelto conferiva già alla giornata una particolare densità, perché il piccolo centro porta ancora impressa la memoria del terremoto del 2016 e della distruzione che colpì profondamente la frazione, mentre molte famiglie stanno gradualmente tornando nelle abitazioni ricostruite.
L’Arcivescovo mons. Renato Boccardo, dopo la preghiera comune, ha ricordato quella storia e la visita compiuta da Papa Francesco il 4 ottobre 2016, presentando anche il centro di comunità nel quale si svolgeva l’incontro, realizzato grazie alla solidarietà della Caritas e divenuto nel tempo uno dei pochi spazi nei quali la popolazione può ancora celebrare, incontrarsi e custodire le proprie relazioni. In un luogo nato dentro una ferita e diventato progressivamente spazio di ricostruzione, il verbo scelto per concludere il percorso acquistava quasi spontaneamente una particolare concretezza: «ringraziare».
La meditazione è stata affidata alla dott.ssa Debora Rienzi, poeta e teologa, da poco trasferitasi in Umbria e nella diocesi. L’Arcivescovo ha collocato il suo intervento dentro il cammino iniziato nei mesi precedenti e ha ricordato che alcuni verbi restavano ancora da approfondire, manifestando l’intenzione di proseguire l’itinerario anche nel nuovo anno pastorale. La giornata di San Pellegrino concludeva quindi un tratto del percorso senza pretendere di esaurirlo.
Debora Rienzi ha iniziato proprio dalla scelta dei verbi come metodo della riflessione. Un sostantivo può facilmente apparire fermo e definito, mentre il verbo suggerisce movimento, sviluppo e apertura. Anche «ringraziare» indica un’azione che coinvolge la persona e modifica progressivamente il suo modo di abitare la realtà. La gratitudine non è stata presentata come disposizione ornamentale della vita spirituale, né come semplice ottimismo capace di ignorare ciò che ferisce. Ringraziare significa imparare a guardare più profondamente ciò che esiste, riconoscendo la presenza del dono anche dentro una storia attraversata dalla fatica.
In un tempo segnato da guerre, inquietudini sociali e difficoltà ecclesiali, parlare di gratitudine potrebbe sembrare quasi ingenuo. La meditazione ha assunto invece proprio questa tensione. Il ringraziamento cristiano non richiede di negare le ombre della realtà, perché può diventare una postura autentica soltanto attraversandole. La gratitudine nasce quando lo sguardo riesce ad allargarsi abbastanza da non identificare tutta la realtà con ciò che in un determinato momento appare problematico o doloroso.
L’immagine biblica di Abramo è servita a rendere visibile questo passaggio. Nel capitolo quindicesimo della Genesi, davanti alla fatica di una promessa che sembra tardare, Dio conduce Abramo fuori dalla tenda e gli chiede di guardare il cielo e contare le stelle. Per vedere occorre uscire e occorre alzare lo sguardo. La tenda può diventare allora immagine di quella percezione ristretta nella quale l’uomo rischia di restare prigioniero quando la delusione occupa tutto il campo visivo.
Ringraziare comporta questa dilatazione dello sguardo. La realtà che ferisce continua ad essere reale, e insieme ad essa esistono presenze, relazioni, grazie ricevute e possibilità future che rischiano di rimanere invisibili quando l’attenzione si chiude su ciò che manca. La gratitudine diventa quindi anche un esercizio di verità, perché permette di riconoscere una realtà più ampia di quella immediatamente percepita.
La relatrice ha insistito sul coinvolgimento integrale della persona. Non basta riconoscere intellettualmente che vi sono motivi per ringraziare. Il ringraziamento autentico domanda che mente, affetti e corpo ritrovino una certa unità, perché l’esperienza spirituale cristiana riguarda l’uomo concreto. Anche il corpo può rivelare le chiusure interiori e può essere educato a una diversa postura davanti alla vita.
Il tema del respiro ha introdotto naturalmente il riferimento allo Spirito Santo. La vicinanza della Pentecoste permetteva di rileggere il ringraziare come apertura al soffio di Dio che dilata e rinnova. Dove la vita spirituale diventa contratta, ripetitiva o appesantita, lo Spirito riapre uno spazio e restituisce respiro. Anche la gratitudine può diventare uno dei segni di questa libertà interiore.
Dentro questa prospettiva la preghiera smette di essere soltanto luogo nel quale presentare richieste e bisogni. Diventa anche memoria di ciò che Dio ha già compiuto. Il sacerdote che ringrazia impara a rileggere la propria storia e a riconoscervi volti, incontri e passaggi attraverso i quali la grazia lo ha accompagnato. La memoria, quando viene attraversata dalla fede, può così diventare uno dei luoghi più concreti della gratitudine.
Questo vale in maniera particolare per la vocazione. Nessun sacerdote si è dato da sé la chiamata, la fede o il ministero che esercita. Dietro ogni storia presbiterale vi sono persone che hanno trasmesso il Vangelo, comunità che hanno custodito una vocazione, formatori e confratelli, fedeli che con la loro vita hanno insegnato qualcosa anche al proprio pastore. Ringraziare significa riconoscere che molta parte di ciò che siamo è stata ricevuta.
Anche il presbiterio entra dentro questa memoria. La gratitudine per i confratelli non nasce dall’idealizzazione delle relazioni e non richiede che ogni rapporto sia semplice. Permette però di riconoscere il bene che la vita degli altri ha portato nella propria storia, imparando a leggere il presbiterio come luogo nel quale il ministero viene condiviso e sostenuto. Lo stesso rapporto con il Vescovo può essere riletto dentro questa logica ecclesiale, riconoscendo nella comunione presbiterale una dimensione ricevuta e non semplicemente organizzata.
La meditazione ha poi raggiunto l’Eucaristia, dove il verbo «ringraziare» trova la sua espressione cristiana più profonda. Eucharistia significa rendimento di grazie. La Chiesa celebra riconoscendo che tutto ciò che possiede proviene dal dono di Dio e che la risposta più piena dell’uomo consiste nell’entrare nell’offerta del Figlio. La gratitudine cristiana assume così una forma sacramentale e pasquale.
Questo passaggio collega in maniera particolarmente felice l’ultima tappa a quella dedicata al verbo «celebrare». L’Eucaristia non insegna soltanto a pronunciare parole di ringraziamento; educa uno sguardo e una vita eucaristici. Il sacerdote che ogni giorno rende grazie sul pane e sul vino è chiamato lentamente a riconoscere la propria intera esistenza come dono ricevuto e restituito.
Debora Rienzi ha richiamato anche il valore della dimensione sensibile e corporea della liturgia, servendosi di Romano Guardini e della sua attenzione ai gesti elementari della vita liturgica. Un segno della croce compiuto lentamente e consapevolmente coinvolge tutta la persona. Anche la gratitudine ha bisogno di uscire dall’astrazione e trovare una forma nel corpo, nelle parole, nel modo di guardare e di entrare in relazione.
Proprio le relazioni hanno costituito uno degli ultimi passaggi della meditazione. Ringraziare significa riconoscere nell’altro un dono senza trasformarlo in possesso. La gratitudine rende possibile una relazione più libera, perché permette di accogliere ciò che l’altro offre senza pretendere che egli corrisponda perfettamente alle nostre attese.
Per il sacerdote questo assume una rilevanza pastorale immediata. Una comunità può essere facilmente guardata attraverso le sue mancanze: poche persone, scarsa partecipazione, difficoltà economiche, conflitti, iniziative che non producono i frutti sperati. Lo sguardo eucaristico non rimuove queste fatiche, e insieme impara a vedere ciò che già vive, le persone che rimangono fedeli, i piccoli segni di grazia e quella porzione di bene che chiede di essere riconosciuta prima ancora che organizzata.
L’Arcivescovo, concludendo l’intervento, ha raccolto le diverse piste offerte dalla relatrice invitando i sacerdoti a riprenderle personalmente e a tradurle in atteggiamenti concreti, cercando quel filo capace di tenere insieme i diversi aspetti della vita. La meditazione non terminava quindi con una definizione compiuta del ringraziare, ma affidava a ciascuno un esercizio di rilettura interiore.
La mattinata ha poi assunto un carattere particolarmente semplice e popolare. Dopo un momento di fraternità offerto dalla comunità locale, a mezzogiorno i sacerdoti si sono uniti agli abitanti di San Pellegrino per la recita del Rosario davanti all’immagine della Madonna di Montesanto, tanto cara alla popolazione, pregando in particolare per la pace nel mondo e per le famiglie. Il ritiro del clero si è così inserito nella vita concreta di un popolo che, dopo il terremoto, continua lentamente a ricostruire case, relazioni e speranza.
Riletto alla luce di tutto il cammino, il verbo «ringraziare» appare come una conclusione particolarmente significativa. Il sacerdote può accogliere perché è stato accolto, accompagnare perché Cristo cammina con lui, predicare perché ha ricevuto una Parola, celebrare perché è introdotto nell’offerta del Figlio, ascoltare perché una voce lo precede e pregare perché nello Spirito è reso partecipe della relazione di Cristo con il Padre. Quando tutto questo viene riconosciuto come dono, nasce il ringraziamento.
L’ultimo verbo non chiude dunque il percorso come si chiude un programma completato. Aiuta piuttosto a rileggerlo. Ogni tappa dell’anno ha riportato il presbitero a qualcosa che precede la sua attività e fonda il suo ministero. La gratitudine permette di riconoscere questa precedenza della grazia e libera lentamente dalla tentazione di vivere il sacerdozio come un’opera interamente affidata alle proprie forze.
Forse proprio San Pellegrino, con le sue ferite ancora visibili e la vita che lentamente ritorna, ha offerto l’immagine più concreta per concludere questo primo anno dei «verbi del prete». Ringraziare non significa dichiarare che tutto sia compiuto o che ogni ferita sia guarita. Significa alzare lo sguardo abbastanza da riconoscere che, anche dentro una storia incompiuta, Dio continua a far apparire stelle.
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