don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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Calendario liturgico

ANGOLA, RIMANI FEDELE ALLE TUE RADICI CRISTIANE

Cari amici, nella Messa celebrata questa mattina nella grande spianata di Saurimo, Papa Leone XIV ha pronunciato un’omelia che raggiunge uno dei punti più delicati della vita cristiana: il motivo per cui cerchiamo Cristo. È una domanda apparentemente semplice, che in realtà attraversa ogni esperienza di fede, perché si può andare verso il Signore mossi dal desiderio dell’incontro oppure cercarlo soprattutto per ciò che speriamo di ottenere da Lui. Il Vangelo del pane di vita permette al Papa di entrare proprio dentro questa ambiguità e di mostrare come Cristo stesso purifichi il desiderio dell’uomo per condurlo dalla ricerca del beneficio alla relazione con Lui.

Leone XIV apre l’omelia ricordando che la Chiesa, in ogni parte del mondo, vive come popolo che cammina alla sequela di Cristo, nostro fratello e Redentore. Saurimo viene così inserita immediatamente nell’orizzonte della Chiesa universale: quella comunità radunata nella spianata dell’Angola orientale appartiene allo stesso popolo che vive del Vangelo e riconosce nel Risorto colui che illumina la via verso il Padre. Il Papa descrive il Vangelo come una forza vitale che attraversa la Chiesa e la sostiene nel cammino, quasi fosse il sangue che scorre nelle vene, ed è dentro questa immagine che chiede ai fedeli di interrogarsi sul motivo e sul fine della sequela cristiana.

Il punto di partenza è il comportamento della folla che cerca Gesù dopo la moltiplicazione dei pani. Quelle persone hanno visto i suoi segni e sperimentato concretamente la sua capacità di rispondere alla fame, e proprio per questo continuano a seguirlo. Gesù, però, non si accontenta di essere cercato. Guarda dentro il desiderio di chi gli va incontro e pone una distinzione decisiva: lo si può cercare per gratitudine o per interesse, per amore o per calcolo.

La parola evangelica diventa allora severa: «Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati». Leone XIV legge questa frase come la denuncia di una forma deformata di relazione religiosa, nella quale la persona non cerca realmente l’incontro con Cristo e finisce per considerarlo uno strumento utile a ottenere qualcos’altro. Il Signore viene apprezzato finché offre ciò che desideriamo e rischia di perdere interesse appena non corrisponde alle nostre attese.

Qui il Papa utilizza un’espressione particolarmente forte parlando del rischio di sostituire la fede autentica con una sorta di commercio superstizioso. La religiosità può infatti conservare parole, gesti e pratiche esteriormente cristiane e, nello stesso tempo, deformare il rapporto con Dio fino a renderlo una trattativa: io prego perché tu mi dia, compio un gesto perché tu mi protegga, cerco il sacro perché produca l’effetto che desidero.

Il problema, naturalmente, non riguarda soltanto quelle forme di superstizione che possono essere riconosciute facilmente. Ogni cristiano può scivolare nella stessa logica quando misura la vicinanza di Dio esclusivamente attraverso ciò che riceve, quando considera la preghiera riuscita soltanto se produce l’esito sperato o quando vive la fede soprattutto come garanzia contro la fatica e la sofferenza.

L’omelia di Saurimo acquista allora una profondità che va ben oltre il contesto locale, perché la domanda rimane universale: chi stiamo cercando quando cerchiamo Cristo?

Il passaggio più importante è forse quello in cui Leone XIV mostra che Gesù non respinge la ricerca ancora imperfetta della folla. La corregge e la conduce verso qualcosa di più grande. Cristo non desidera uomini che rimangano davanti a Lui come clienti in attesa di un servizio; vuole entrare in una relazione nella quale possa donare sé stesso e rendere l’uomo partecipe della vita di Dio.

Qui cambia completamente il significato della fede. Il cristianesimo non appare più come un sistema attraverso il quale ottenere protezione o consolazione, perché diventa risposta a una Persona che si dona e invita alla sequela. L’uomo passa progressivamente dal bisogno del pane al riconoscimento del Pane della vita, dall’interesse per ciò che Gesù può offrire all’incontro con Gesù stesso.

Per questo il Papa richiama la parola evangelica: «Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna». Cristo non disprezza il pane necessario alla vita e non spiritualizza la fame dell’uomo; proprio colui che ha moltiplicato il pane per la folla conduce però oltre il bisogno immediato, perché sa che l’uomo porta dentro di sé una fame che nessun bene materiale può saziare definitivamente.

Ed è proprio a questo punto che l’omelia entra con forza nella storia dell’Angola. Leone XIV osserva che molti desideri della gente vengono frustrati dai violenti, sfruttati dai potenti e ingannati dalla ricchezza, fino alla sua affermazione forse più incisiva sul piano sociale: «Quando l’ingiustizia corrompe i cuori, il pane di tutti diventa possesso di pochi».

La frase merita di essere ascoltata senza fretta, perché il Papa non si limita a descrivere una cattiva distribuzione delle risorse. Va alla radice morale del problema e individua nel cuore corrotto il punto nel quale il bene comune smette di essere riconosciuto come tale e viene progressivamente trasformato in possesso esclusivo.

L’ingiustizia sociale, in questa prospettiva, non nasce soltanto da strutture sbagliate. Le strutture diventano ingiuste perché uomini concreti permettono all’interesse, al potere o all’avidità di deformare il loro modo di guardare gli altri. Per questo la conversione cristiana non può essere separata dalla giustizia e la giustizia non può essere ridotta a un problema esterno alla fede.

Leone XIV torna allora al centro pasquale e proclama che Cristo vive ed è il nostro Redentore. L’annuncio della Risurrezione non rimane una verità da custodire nel calendario liturgico, perché introduce dentro la storia una possibilità nuova. Il Risorto rialza dalle cadute, consola nella sofferenza e sostiene la missione, facendo comprendere che nessuna forma di schiavitù può essere considerata il destino definitivo dell’uomo.

Il Papa lo dice con parole che possiedono una grande forza antropologica: siamo stati chiamati alla vita e alla libertà dei figli di Dio, e proprio per questo la corruzione dell’anima, la violenza, la menzogna e l’oppressione contraddicono ciò che la Risurrezione rivela dell’uomo. La Pasqua non riguarda soltanto ciò che è accaduto a Cristo, perché in Lui viene annunciato anche il destino di coloro che gli appartengono.

Da questa fede nasce la responsabilità della Chiesa. Il Papa ricorda alla comunità angolana che il cammino viene tracciato dal Signore e chiede una sequela capace di non lasciarsi governare semplicemente dalle urgenze o dalle mode del momento. È una parola preziosa anche per il modo in cui la Chiesa comprende la propria missione: l’annuncio cristiano non nasce dall’adattamento continuo alle aspettative del tempo, ma dall’ascolto di Cristo, dal quale viene poi la capacità di entrare realmente nella storia.

È proprio questa centralità a rendere possibile la dimensione sociale dell’omelia. Leone XIV può parlare della distribuzione del pane, dell’ingiustizia e della libertà dell’uomo senza trasformare la celebrazione in un discorso politico, perché tutto viene letto alla luce di Cristo. La fede non viene utilizzata per fuggire dalle questioni concrete e le questioni concrete non vengono separate dalla domanda su ciò che salva l’uomo.

Al termine della Messa, dopo le parole di ringraziamento dell’Arcivescovo di Saurimo, Mons. José Manuel Imbamba, il Papa riprende la parola per salutare la comunità. Ringrazia i vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i consacrati e i laici che hanno preparato la visita e ricorda che nel pomeriggio incontrerà ancora una volta la comunità cattolica a Luanda. Poi raccoglie l’esperienza di Saurimo in una consegna destinata a tutta la nazione: «Angola, rimani fedele alle tue radici cristiane!».

Questa frase non chiede di trasformare il passato in un rifugio nostalgico. Le radici cristiane servono se continuano a generare vita, se rendono possibile una fede capace di purificare il desiderio, educare il cuore e costruire giustizia e pace. Il Papa stesso collega immediatamente quella fedeltà alla capacità dell’Angola di offrire un contributo alla pace e alla giustizia in Africa e nel mondo.

La consegna di Saurimo diventa così molto più esigente di un richiamo all’identità religiosa. Restare fedeli alle radici significa tornare continuamente alla sorgente, lasciando che Cristo purifichi anche il nostro modo di cercarlo e impedendo che la fede venga trasformata in interesse, superstizione o semplice appartenenza culturale.

L’Angola viene invitata a custodire le proprie radici cristiane proprio perché esse possano ancora portare frutto.

E il frutto, secondo il Papa, ha il volto concreto della giustizia, della pace e di una vita nella quale Cristo venga cercato per ciò che Egli è.

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