Cari amici, questa mattina Leone XIV è entrato nel sito archeologico dell’antica Ippona, ad Annaba, e per comprendere la densità di questo momento bisogna forse liberarsi per un istante dall’idea di una semplice visita a un luogo storico. Qui sant’Agostino fu vescovo per più di trent’anni, qui predicò, accompagnò il suo popolo e visse gli ultimi giorni della sua vita mentre la città era minacciata dall’assedio dei Vandali. Per un Papa agostiniano arrivare a Ippona significa dunque incontrare una memoria che appartiene alla Chiesa universale e, nello stesso tempo, raggiungere una delle sorgenti della propria storia spirituale.
Leone XIV ha attraversato le rovine della città antica e, al termine del percorso, ha deposto una corona di fiori in memoria di sant’Agostino. Una corale dell’Istituto della Musica di Annaba ha accompagnato quel momento con il canto e il Papa si è raccolto in preghiera. Sono gesti sobri, quasi incapaci di competere con l’enormità del nome che quelle pietre custodiscono, e proprio per questo aiutano a entrare nel significato della visita.
Ippona non conserva il corpo di Agostino, che riposa a Pavia, eppure conserva la geografia concreta della sua paternità. Qui il convertito delle Confessioni divenne pastore; qui l’uomo che aveva cercato Dio attraverso tante strade dovette imparare ogni giorno a portare il peso di una Chiesa reale, con le sue ferite, le sue divisioni, le sue povertà e le sue domande. Le pietre che oggi vediamo come reperti archeologici furono il paesaggio quotidiano dentro il quale una delle più grandi intelligenze cristiane imparò a spendersi per il suo popolo.
In questa terra Agostino conobbe anche il tramonto di un mondo che molti ritenevano indistruttibile. Il sacco di Roma del 410 aveva sconvolto l’immaginario dell’impero e la sua riflessione aiutò i cristiani a comprendere che la speranza non poteva essere consegnata alla durata di una potenza terrena. Il De civitate Dei nacque anche da quella ferita e insegnò alla Chiesa a non identificare il Regno di Dio con nessuna costruzione politica della storia.
Vedere oggi un Successore di Pietro, figlio dell’Ordine di sant’Agostino, sostare in preghiera proprio qui introduce una continuità che supera la suggestione dell’anniversario o del luogo. La Chiesa continua ad attraversare epoche nelle quali strutture considerate solide mostrano improvvisamente la propria fragilità, e continua ad avere bisogno di padri capaci di ricordarle dove riporre la propria speranza.
Dopo le rovine di Ippona, il viaggio ha condotto Leone XIV alla casa di accoglienza per anziani “Ma Maison”, affidata alle Piccole Sorelle dei Poveri. Il passaggio potrebbe apparire brusco: dalla memoria di uno dei più grandi Padri della Chiesa alla quotidianità di una casa nella quale vivono uomini e donne segnati dall’età e dalla fragilità. In realtà è proprio qui che la giornata acquista una sorprendente unità.
Al suo arrivo il Papa ha incontrato circa quaranta persone assistite, insieme alle religiose e agli operatori. Ha ascoltato le parole dell’Arcivescovo emerito di Algeri, mons. Paul Desfarges, e la testimonianza di Salah Bouchemel, residente algerino musulmano. Da ciò che aveva appena ascoltato Leone XIV ha tratto una delle espressioni più semplici e più belle di questa giornata.
Vedendo una casa nella quale si cerca di vivere insieme nella fraternità, ha detto, il Signore potrebbe guardarla dal cielo e pensare: «allora c’è speranza!».
Quella frase acquista un peso particolare se viene ascoltata poche ore dopo la visita a Ippona. Le rovine ricordano che anche le costruzioni più potenti possono cadere, mentre una piccola casa nella quale uomini e donne si prendono cura gli uni degli altri può diventare un segno nel quale Dio riconosce ancora la possibilità del futuro.
Leone XIV ha ricordato che il cuore di Dio è ferito dalle guerre, dalle violenze, dalle ingiustizie e dalle menzogne che attraversano il mondo. E ha aggiunto che quel cuore rimane accanto ai piccoli e agli umili, attraverso i quali il Regno di amore e di pace continua a crescere giorno dopo giorno.
Queste parole impediscono di trattare la visita agli anziani come una parentesi assistenziale all’interno di una giornata dedicata ad Agostino. Proprio qui si vede qualcosa della sua eredità più profonda. La fede cristiana che Agostino ha pensato con una profondità difficilmente eguagliabile deve sempre arrivare alla carne dell’uomo, alla sua fragilità e alla sua concreta necessità di essere amato.
La Chiesa custodisce i suoi padri quando continua a lasciarsi generare dalla fede che essi hanno trasmesso. Per questo la memoria di Agostino non vive soltanto nelle biblioteche e nelle edizioni delle sue opere. Vive ogni volta che il Vangelo permette di riconoscere nel piccolo, nell’anziano e nel fragile una presenza davanti alla quale nessuno può rimanere indifferente.
C’è allora una continuità profonda tra le due tappe della mattinata. A Ippona, il Papa ha incontrato una memoria che attraversa i secoli; nella casa delle Piccole Sorelle dei Poveri ha incontrato uomini e donne nei quali quella memoria è chiamata ancora una volta a diventare vita.
Le pietre raccontano ciò che è stato. I volti mostrano ciò che continua.
Forse proprio qui si comprende qualcosa del viaggio di Leone XIV ad Annaba. Tornare alla sorgente agostiniana non significa rifugiarsi nel passato. Significa ricevere nuovamente da quel passato una luce con cui guardare il presente e riconoscere dove Dio continua a costruire il suo Regno.
Questa mattina, tra le rovine dell’antica Ippona e una casa abitata dalla fragilità degli anziani, Leone XIV ha incontrato due forme diverse della memoria. Una custodita dalla storia e una affidata alla carne viva delle persone. In entrambe ha trovato la stessa domanda rivolta alla Chiesa: che cosa rimane quando ciò che appare forte passa?
La risposta, forse, è già nelle parole pronunciate dal Papa: quando esiste ancora un luogo nel quale gli uomini cercano di vivere insieme nella fraternità, allora c’è speranza.
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