Cari amici, nei giorni scorsi alcuni mi hanno chiesto una riflessione sul comunicato dei Missionari Comboniani italiani in vista del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo. Il testo nasce da una preoccupazione sincera per il bene comune e per la responsabilità civile dei cristiani, e proprio per questo offre l’occasione per riflettere su una questione più ampia: fino a che punto un soggetto ecclesiale può orientare una scelta politica concreta?
La Chiesa ha pieno titolo per richiamare i fedeli alla partecipazione, alla tutela della dignità umana, alla giustizia e alla cura delle istituzioni. La dottrina sociale non lascia il cristiano ai margini della vita civile. Al contrario, gli chiede di assumere responsabilmente il proprio compito nel mondo.
Il punto diventa più delicato quando dai principi si passa a una precisa opzione tecnico-istituzionale. Nel comunicato dei Comboniani l’invito al voto viene accompagnato da una scelta esplicita per il NO, motivata dalla convinzione che la riforma possa indebolire l’equilibrio costituzionale e la tutela dei più fragili. È una valutazione legittima, che appartiene però all’ordine del giudizio prudenziale.
Gaudium et spes offre qui un criterio particolarmente prezioso. La Costituzione pastorale riconosce la legittima pluralità delle opzioni temporali e chiede di distinguere con chiarezza ciò che i cristiani compiono come cittadini, guidati dalla coscienza formata, da ciò che viene posto in essere in nome della Chiesa. Questa distinzione non impoverisce la presenza ecclesiale nello spazio pubblico. La rende più limpida.
Una riforma dell’ordinamento della magistratura non appartiene direttamente al deposito della fede. Richiede competenze giuridiche, valutazioni istituzionali e un giudizio politico sul quale cattolici seriamente formati possono arrivare anche a conclusioni diverse. Proprio qui la coscienza laicale assume una responsabilità che nessuna indicazione esterna dovrebbe sostituire.
Questo non significa che la Chiesa debba tacere. Può e deve offrire criteri morali, richiamare il bene comune, denunciare ciò che ferisce la dignità della persona e formare coscienze capaci di giudizio. La sua parola è più autorevole quando aiuta a pensare e non quando dà l’impressione di trasformare una scelta prudenziale nell’unica traduzione possibile della fedeltà cristiana.
Anche il linguaggio conta. Espressioni fortemente collocate dentro la polemica politica rischiano di rendere meno percepibile la specificità ecclesiale dell’intervento. Un soggetto missionario possiede una propria voce proprio quando riesce a parlare del bene comune senza assumere automaticamente il lessico dello schieramento.
La responsabilità dei laici, in questo quadro, non è un ripiego. È una dimensione propria della vocazione cristiana nel mondo. Formare la coscienza significa metterla in condizione di esercitare un giudizio libero e responsabile, sapendo che la fedeltà al Vangelo non elimina la complessità delle scelte politiche e istituzionali.
Per questo considero importante custodire insieme due esigenze: la libertà della Chiesa di intervenire nella vita pubblica e la libertà dei fedeli di assumersi il proprio giudizio nelle questioni prudenziali. Quando entrambe vengono rispettate, l’autorità ecclesiale illumina la coscienza senza sostituirsi ad essa e il laicato può esercitare davvero la propria responsabilità.
Gaudium et spes, nn. 75-76
Comunicato dei Missionari Comboniani sul referendum costituzionale
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