don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

QUANDO LA MACCHINA PASTORALE DIVENTA PIÙ GRANDE DEL POPOLO

La diminuzione della pratica religiosa e della corresponsabilità può diventare l’occasione per rileggere con maggiore libertà un modello pastorale nato in una società che non esiste più, restituendo al sacerdote e alla comunità cristiana il compito di custodire ciò che davvero genera fede, comunione e missione.

Da molti anni le nostre comunità ecclesiali avvertono una fatica che viene spiegata attraverso la diminuzione dei sacerdoti, l’invecchiamento dei praticanti, la difficoltà di trovare persone disponibili ad assumere responsabilità e il progressivo assottigliarsi di quella trama sociale che per lungo tempo aveva sostenuto quasi naturalmente la vita parrocchiale. Tutti questi elementi sono reali, ma presi singolarmente non bastano a spiegare ciò che sta accadendo, perché la crisi non riguarda soltanto la quantità delle forze disponibili; coinvolge più profondamente il modello pastorale che abbiamo ereditato e che continuiamo spesso a utilizzare anche quando sono venute meno le condizioni storiche nelle quali era nato.

La parrocchia italiana del secondo dopoguerra si è sviluppata dentro una società nella quale la pratica religiosa coinvolgeva una parte molto ampia della popolazione, il calendario ecclesiale scandiva ancora la vita delle famiglie e la comunità cristiana rappresentava uno dei luoghi principali di educazione, aggregazione e appartenenza. In quel contesto era del tutto comprensibile costruire una pastorale ricca di associazioni, catechesi, feste, processioni, attività educative, gruppi e iniziative affidate alla regia di un sacerdote che viveva stabilmente dentro una comunità numerosa e culturalmente ancora vicina alla Chiesa.

Quel modello non nacque da un errore e per molti decenni ha prodotto frutti reali. La difficoltà comincia quando una forma pastorale pensata per una società prevalentemente cristiana continua a essere mantenuta quasi immutata mentre la società cambia in profondità e la presenza ecclesiale perde progressivamente quella centralità che un tempo sembrava scontata.

I dati dell’Istat aiutano a comprendere la portata di questa trasformazione. Nel 1995 quasi quattro persone su dieci frequentavano un luogo di culto almeno una volta alla settimana; nel 2023 la quota si è ridotta a circa due su dieci. Tra i giovani adulti la frequenza settimanale è ormai inferiore al dieci per cento, mentre cresce il numero di coloro che dichiarano di non entrare mai in un luogo di culto. Questi numeri non misurano la fede e non consentono di giudicare la qualità della vita spirituale delle persone, ma mostrano con sufficiente chiarezza che la Chiesa italiana non abita più lo stesso mondo nel quale si era formato gran parte dell’attuale assetto parrocchiale.

Quando diminuiscono le persone realmente coinvolte e rimane quasi intatto l’apparato di attività, strutture, tradizioni e appuntamenti, la vita pastorale può diventare progressivamente più pesante proprio mentre il popolo concreto si assottiglia. Il sacerdote finisce allora per dedicare una parte crescente del proprio tempo alla manutenzione della macchina ecclesiale, tra riunioni, problemi economici, questioni amministrative, edifici da seguire, calendari da coordinare e iniziative da mantenere in vita, fino a sperimentare quella particolare forma di stanchezza nella quale la giornata appare pienissima e diventa sempre più difficile capire quanto di ciò che si è fatto abbia realmente aiutato qualcuno a incontrare Cristo.

Ho conosciuto personalmente questa dinamica negli anni del ministero parrocchiale e, in maniera diversa, l’ho compresa ancora meglio nell’esperienza di cappellano militare. Il contesto militare aveva naturalmente una struttura propria e non può essere sovrapposto alla vita di una parrocchia, ma mi ha insegnato quanto il ministero sacerdotale possa ritrovare una particolare essenzialità quando non è costretto a reggere un apparato complesso e può concentrarsi maggiormente sulle persone, sulla Parola, sulla celebrazione, sull’ascolto e sui passaggi decisivi della loro vita.

Da allora mi accompagna una domanda che credo riguardi oggi molte comunità: quanta parte della nostra pastorale nasce realmente dalla missione e quanta viene invece assorbita dal bisogno di conservare tutto ciò che abbiamo ereditato?

La distinzione richiede molta prudenza, perché la Chiesa non può vivere senza organizzazione. Una comunità ha bisogno di amministrare beni, programmare attività e prendersi cura delle proprie strutture. Il problema nasce quando ciò che dovrebbe servire la missione comincia lentamente a determinarla, fino al punto che la vitalità di una parrocchia viene misurata soprattutto dalla quantità di iniziative che riesce a produrre e dalla capacità del sacerdote di tenere insieme ogni cosa.

In questa situazione il prete può diventare il punto nel quale convergono tutte le attese. Deve celebrare, predicare, coordinare, risolvere problemi, mediare conflitti, seguire i lavori, sostenere le tradizioni, conoscere tutti e intervenire ovunque. Una simile concentrazione di responsabilità non impoverisce soltanto il sacerdote; impedisce anche alla comunità di maturare, perché i battezzati finiscono facilmente per percepirsi come collaboratori chiamati ad aiutare il parroco invece che come membri di un popolo nel quale la missione appartiene a tutti.

Il Documento finale del Sinodo del 2024 insiste proprio su questo passaggio, ricordando che la sinodalità nasce dal Battesimo e descrive il modo ordinario con cui la Chiesa intera cammina nella missione. Il ministero ordinato conserva la propria specificità sacramentale e proprio per questo è chiamato a servire la comunione, aiutando la comunità a riconoscere i doni presenti e ad assumere una responsabilità ecclesiale reale.

Anche Leone XIV, nella lettera apostolica Una fedeltà che genera futuro, ha richiamato la necessità di superare un modello di leadership esclusiva nel quale la vita pastorale finisce per concentrarsi quasi interamente sul sacerdote. Il punto non consiste nel ridimensionare il presbitero, bensì nel restituirgli una forma di ministero più coerente con la Chiesa che serve e con il compito che gli appartiene.

La corresponsabilità, in questa prospettiva, non coincide con la semplice distribuzione dei compiti necessari a mantenere in funzione ciò che già esiste. Se il coinvolgimento dei laici servisse soltanto a trovare nuove persone per coprire incarichi rimasti scoperti, il modello resterebbe sostanzialmente identico e cambierebbero soltanto gli esecutori. Una comunità realmente corresponsabile nasce quando i battezzati vengono riconosciuti come soggetti della missione e quando il discernimento pastorale parte dalla domanda su ciò che il Vangelo chiede oggi in un determinato territorio.

È qui che la sinodalità può offrire un contributo decisivo, purché venga liberata dalla caricatura che la riduce a una proliferazione di riunioni, tavoli e consultazioni. Camminare insieme significa imparare a leggere la realtà, ascoltare ciò che accade nella vita delle persone e riconoscere quali forme ecclesiali continuano a generare fede e quali, invece, vengono conservate soprattutto perché nessuno vuole assumersi la responsabilità di lasciarle terminare.

Questo passaggio è molto più difficile di quanto sembri, perché nelle nostre comunità la vitalità è stata spesso associata alla capacità di mantenere tutto. Una festa, un gruppo, una processione, un oratorio o una tradizione possono custodire una vera memoria cristiana e continuare ad avere una forza evangelizzatrice; possono anche sopravvivere quando il contesto che le aveva generate è ormai profondamente cambiato, assorbendo energie senza riuscire più a raggiungere le persone.

La purificazione pastorale comincia quando una comunità accetta di discernere ciò che deve custodire e ciò che può lasciare andare, senza identificare automaticamente la fedeltà con la conservazione. La domanda allora non riguarda soltanto la sopravvivenza delle attività, ma la loro capacità di servire la missione e di condurre le persone verso una esperienza più profonda di Cristo.

Anche il ministero sacramentale va collocato dentro questa prospettiva. Di fronte alla diminuzione della partecipazione possiamo essere tentati di reagire moltiplicando l’offerta pastorale, come se la quantità delle iniziative potesse compensare il venir meno della pratica religiosa. L’esperienza mostra invece che la vita cristiana non nasce dalla saturazione del calendario.

Presbyterorum ordinis ricorda che il Popolo di Dio viene raccolto attraverso la Parola e che il ministero dei presbiteri è ordinato all’edificazione della comunità. La celebrazione dell’Eucaristia, l’annuncio, la riconciliazione e l’accompagnamento spirituale non sono dunque una parte della pastorale da collocare accanto alle altre; appartengono al suo centro e danno senso a tutto ciò che la comunità organizza.

Quando questo centro si indebolisce, anche una pastorale molto attiva può diventare autoreferenziale. Una comunità può moltiplicare appuntamenti e rimanere ugualmente incapace di generare fede, perché il problema non è sempre la mancanza di iniziative; talvolta è la difficoltà di lasciarsi nuovamente evangelizzare.

La diminuzione numerica può allora diventare una domanda spirituale rivolta alla Chiesa. Per lungo tempo abbiamo potuto contare su appartenenze culturali, consuetudini familiari e forme di pratica quasi automatiche. Oggi una parte crescente della popolazione vive fuori da questo mondo e non comprende più il linguaggio delle nostre strutture ecclesiali.

La parrocchia continua a essere preziosa, ma non può più percepirsi come il centro religioso naturale di un territorio che spontaneamente gravita attorno a lei. Deve imparare a riconoscersi come una comunità inviata dentro un mondo nel quale molte persone non possiedono più le categorie elementari della fede e difficilmente verranno raggiunte attraverso il semplice invito a entrare negli ambienti che abbiamo sempre utilizzato.

Questo mutamento chiede una pastorale meno preoccupata di occupare ogni spazio e più capace di abitare quelli nei quali le persone vivono realmente. Chiede sacerdoti disponibili a conoscere il territorio e comunità capaci di uscire dalle proprie abitudini, senza trasformare l’uscita missionaria in un’altra serie di iniziative da aggiungere al calendario.

Forse proprio qui la diminuzione delle forze può diventare una grazia severa. Quando non è più possibile fare tutto, siamo costretti a scegliere. E scegliere significa finalmente domandarsi ciò che appartiene al cuore della missione e ciò che, pur essendo stato utile in un’altra stagione, può essere lasciato senza che la Chiesa perda la propria identità.

Questa libertà riguarda anche il sacerdote. La fecondità del suo ministero non dipende dalla capacità di rendersi indispensabile, perché un prete che accentra tutto può apparire molto generoso e nello stesso tempo impedire alla comunità di crescere. La sua paternità diventa più matura quando sa generare responsabilità, riconoscere competenze e permettere che altri assumano compiti reali, così da poter custodire con maggiore libertà ciò che il sacramento dell’Ordine gli affida in modo proprio.

Anche la comunità cristiana deve imparare a riconoscere che la propria vitalità non coincide con l’affollamento né con la quantità delle attività. Una parrocchia numericamente più piccola può essere ecclesialmente viva se ciò che compie nasce dalla fede, genera relazioni autentiche e rende possibile la missione; una comunità molto organizzata può invece consumare gran parte delle proprie energie per preservare se stessa.

La situazione che attraversiamo non deve quindi essere letta soltanto come una progressiva perdita. Il declino della pratica religiosa e il venir meno di una società culturalmente cristiana mostrano certamente una crisi reale, ma possono anche costringere la Chiesa a tornare alle domande fondamentali che una stagione più favorevole permetteva di rimandare.

Che cosa genera realmente una comunità cristiana?

Quale servizio chiede oggi il territorio nel quale siamo posti?

Che cosa deve fare il sacerdote perché la sua vita rimanga fedele al ministero ricevuto?

Quali strutture continuano a servire il Vangelo e quali vengono mantenute soprattutto perché ci rassicurano?

Una comunità che accetta di lasciarsi interrogare in questo modo può attraversare la crisi senza limitarsi a subirla. La purificazione pastorale non promette una Chiesa più efficiente e non garantisce che torneremo ad avere le chiese piene di un tempo. Può però aiutarci a diventare più liberi da un modello che ormai ci consuma e meno disposti a confondere la fedeltà al Vangelo con la conservazione di ogni forma che abbiamo ereditato.

Il mondo nel quale è nato gran parte del nostro sistema parrocchiale è già cambiato. Continuare a inseguirlo sarebbe inutile. Più fecondo sarà imparare a riconoscere, dentro il presente che abbiamo ricevuto, quali forme permettano oggi alla Parola, all’Eucaristia, alla comunione e alla missione di tornare a essere il centro reale della vita ecclesiale.

Forse la crisi di una macchina pastorale diventata troppo grande rispetto al popolo che la sostiene può essere proprio l’occasione attraverso la quale la Chiesa ritrova una misura più evangelica del proprio servizio.

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