Cari amici, all’inizio di questo nuovo anno facciamo un salto di duecento anni e andiamo al 1826. Mentre il calendario ricomincia e ciascuno di noi prova a rimettere ordine tra progetti, attese e fatiche, mi sono chiesto come fu il 1826 per San Gaspare del Bufalo? Un modo per capire come si attraversa un anno quando molto è in gioco e poco è visibile.
Leggendo le lettere di quel tempo, ci si accorge subito che non fu un anno tranquillo. Non fu segnato da fondazioni clamorose né da iniziative appariscenti. Solo scelte e decisioni che toccavano il futuro stesso dell’Opera. Per alcuni mesi, in modo del tutto concreto, si profilò la possibilità che Gaspare lasciasse l’Italia e venisse destinato a un incarico di grande rilievo nella missione universale della Chiesa. In gioco non c’era soltanto la sua persona, ma l’equilibrio fragile di un Istituto ancora giovane, esposto a difficoltà economiche e a resistenze già emerse negli anni precedenti.
Alla fine di gennaio Gaspare si trovava ancora all’abbazia di San Felice a Giano dell’Umbria. È qui da Natale. Ha trascorso le feste con i 20 convittori, futuri missionari del Preziosissimo Sangue. Riceve una lettera che lo sollecita a recarsi urgentemente a Roma. Il Papa, Leone XII, lo vuole incontrare. Gaspare entra in apprensione. Non immagina cosa ci sia in ballo. Aveva già dovuto difendere il Titolo dell’Istituto ad agosto. Prende carta e penna e comunica la sua partenza per Roma.
Ai primi di febbraio è di fronte al Papa. Forse immaginava un’altra reprimenda, invece una sorpresa. Una di quelle che avrebbe fatto gioire molti ecclesiastici. Ma non Gaspare. Non è una gioia per lui. Il Papa gli manifesta l’intenzione di inviarlo come nunzio in Brasile. È la seconda volta che il Papa prova a promuovere Gaspare vescovo. La prima fu nel 1820 alla morte di Mons. Francesco Albertini vescovo di Terracina. Non andò a buon fine. Ci fu il suo netto rifiuto. L’Istituto era appena sorto e molto bisognava fare per consolidarlo. Riuscì a far desistere il buon Pio VII.
Questa volta sembra diverso. Si confida molto nell’accettazione. Si tratta di una delicata missione di alto profilo. Il progetto è chiaro. Gaspare dovrebbe partire insieme a dei giovani Cappuccini, ancora inesperti, per formarli e guidarli. Il Pontefice glielo dice senza ambiguità: «Voglio mandar voi con dei Cappuccini ma giovani assai di età, e li formerete».
Per Gaspare si apre un tempo di discernimento serio. Da una parte c’è la volontà del Papa e l’urgenza missionaria della Chiesa. Dall’altra c’è una realtà concreta che egli conosce bene. Le Case dell’Istituto sono poche e spesso indebitate. I missionari non sono molti. Gran parte dell’organizzazione dipende ancora direttamente da lui. Un’assenza lunga e indefinita rischierebbe di compromettere la tenuta dell’Opera proprio mentre essa è ancora priva di un riconoscimento giuridico solido.
Non oppone un palese rifiuto. Parla, cerca di spiegare. Vuole tenere insieme obbedienza e responsabilità. Si appoggia allora al suo principale protettore, Mons. Bellisario Cristaldi, e gli scrive verso la metà di febbraio, chiedendogli aiuto con parole semplici e dirette: «Lei poi mi ha da far questo piacere di coadjuvarmi su ciò, e lo prego». Non chiede di sottrarsi alla missione della Chiesa, ma di poter continuare a reggere l’opera che gli è stata affidata.
Nella proposta che affida a Cristaldi non manca la disponibilità. Gaspare offre al Papa altri missionari del suo Istituto, ritenuti maturi e idonei per una missione in Brasile. Fa nomi precisi: il canonico Gonnelli, il canonico Betti, De Victoriis, Spina. Sottolinea che l’Istituto è in grado di contribuire alle missioni estere, mentre la sua presenza resta necessaria nello Stato Pontificio per garantire la continuità dell’Opera.
L’intervento di Cristaldi, datato 17 febbraio 1826, risulta decisivo. Il Papa comprende e cambia orientamento. Gaspare, a marzo, confermerà a Monsignore la scelta fatta dal Papa dicendo semplicemente «che poi si cambiò, sentendo la maturità dei nostri, discorso che Iddio mi dette campo attivare…». Non partirà per il Brasile. Resterà a Roma. L’accordo, tuttavia, comporta una piena disponibilità verso Propaganda Fide per altre missioni estere. L’Istituto non si chiude, ma continua a offrire uomini e servizio, come dimostrerà di lì a poco la missione verso le Isole Ionie. Una sola condizione: deve restare a Roma e abbandonare, al momento, predicazioni, impegni e missioni.
Non è un tempo di attesa o di tregua, e per Gaspare non potrebbe esserlo. La sua permanenza romana fu intensa e, come a volersi giustificare, scrive a fine marzo una lettera a Cristaldi dove elenca una serie di incombenze che, a suo dire, gli rendono impossibile allontanarsi: «la direzione di tutte le Case di Missioni», «l’incessante carteggio con i Vescovi, ed ora in specie con quei del Regno [di Napoli] per le fondazioni che si desiderano», «le selve predicabili per i nostri giovani», «gli affari da trattarsi continuamente colla Sacra Penitenzieria frutto delle Missioni dei nostri», «le occupazioni di ministero che anche in Roma non mancano», sottolineando come la città si trovasse in un bisogno maggiore rispetto all’epoca del ritorno dalla deportazione, e «l’occupazione presente di un Ospizio in Roma», riferendosi specificamente all’affare di San Norberto che doveva essere concluso e trattato con l’incaricato per gli affari di Prussia.
La primavera e l’estate le trascorre nella direzione dell’Istituto che lo occupa quotidianamente, insieme alla gestione delle Case e alla riapertura di quella di Terracina. Collabora con Propaganda Fide per preparare missionari destinati all’estero, lavorando con il cardinale Della Somaglia e con Monsignor Caprano. Organizza la partenza del canonico Carboneri, che si trova da poco a Rimini, per Zante e mantiene una fitta corrispondenza con diversi vescovi per reclutare operai per l’Istituto e si occupa di questioni logistiche complesse, come l’apertura dei Convitti a Sonnino e a Sermoneta, che prenderanno forma nell’estate.
In questo contesto, la sua attività di predicatore itinerante è inevitabilmente ridotta. A Roma, tiene i catechismi quaresimali nella chiesa di Santa Maria della Pace, predica un corso di esercizi spirituali per incarico del Vicariato a metà aprile e un altro ai primi di maggio. Nel mese di giugno predica il Mese del Preziosissimo Sangue nella chiesa di San Nicola in Carcere. Anche quando non viaggia, il suo ministero non si arresta.
Solo verso la metà di ottobre ottiene il permesso di riprendere l’attività missionaria fuori Roma. A fine novembre predica gli esercizi spirituali alla comunità di San Felice di Giano. Ai primi di dicembre è ad Assisi, dove guida gli esercizi al clero e al popolo. Alla fine dell’anno riparte verso il Regno di Napoli, passando per Rieti, L’Aquila e Sulmona, dove si trova il 31 dicembre, diretto ad Ariano Irpino per una nuova missione. Anche in questo, il 1826 si chiude senza clamori, ma con un’opera che non si interrompe, semplicemente cambia ritmo.
Nel frattempo restano le difficoltà materiali. Giano è gravata da debiti pesanti. Pievetorina necessita di interventi urgenti per essere sostenuta. Ad Albano le camere sono tutte occupate, alcune riservate agli esercizi spirituali, e non c’è spazio per nuovi ingressi. Sermoneta offre ambienti più ampi, ma manca ancora del necessario per la vita comune. Gaspare segue tutto personalmente, scrivendo, sollecitando, cercando soluzioni possibili.
In una lettera del 26 luglio confessa di essere “carico sempre di nojosi pensieri sul temporale”. Non è uno sfogo, ma una constatazione. Il peso della responsabilità accompagna ogni giornata. Accanto a questo, continua la direzione spirituale. Nelle lettere guida le anime attraverso il linguaggio della croce e della prova, parlando del torchio e della notte che prepara il giorno. Sono parole nate dall’esperienza, non dalla distanza.
Il 1826 non consegna grandi fondazioni né eventi clamorosi. Consegna qualcosa di più silenzioso. È l’anno in cui Gaspare resta. Resta accanto alle sue case, ai suoi missionari, ai suoi debiti, alle sue lettere. Resta dove il lavoro è più faticoso e meno visibile. Così facendo, permette all’Istituto di consolidarsi e di crescere. Attraversa quell’anno senza sapere come si sarebbe chiuso, prendendo decisioni che impegnano il futuro senza poterne vedere subito i frutti.
All’inizio di questo nuovo anno, tornare a quelle lettere e a quelle scelte può diventare un esercizio salutare. Non per imitarne i gesti, ma per apprendere un modo di stare nel tempo. Gaspare insegna a investire il presente con responsabilità, a non disperdere le energie, a custodire ciò che è stato affidato, anche quando sarebbe più semplice cercare altrove soluzioni più luminose o meno faticose.
Il 1826, così, non resta un capitolo della sua storia. Diventa una scuola discreta. Insegna che il tempo futuro non si costruisce con grandi slanci isolati, ma con fedeltà quotidiane, scelte ponderate e una pazienza che sa attendere. Forse è questo l’insegnamento più prezioso con cui iniziare l’anno: imparare a spendere il tempo che viene come Gaspare seppe spendere il suo, tenendo insieme tutto, un giorno alla volta.
Con questo spirito si apre il nostro 2026. Non come un anno da riempire in fretta, ma come un tempo da abitare con attenzione. Se il 1826 di San Gaspare del Bufalo ci ha insegnato qualcosa, è che il futuro prende forma quando il presente viene custodito con serietà e fiducia. L’augurio, allora, è che anche questo nuovo anno possa essere vissuto così: senza dispersioni, senza fughe inutili, con la pazienza di chi sa che il bene cresce nel tempo. Un anno da tenere insieme, giorno dopo giorno, affidando a Dio ciò che non vediamo ancora, e facendo con fedeltà ciò che oggi ci è chiesto.
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