don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

TUTTI I SANTI, I DEFUNTI E NOI: L’UNICO CORPO CHE LA MORTE NON DIVIDE

Tra la solennità di Tutti i Santi e la Commemorazione dei fedeli defunti, la liturgia lascia intravedere l’intera Chiesa: coloro che contemplano già Dio, coloro che vengono purificati nell’attesa della piena comunione con Lui e noi che continuiamo il pellegrinaggio della fede. Non sono tre Chiese diverse, perché la comunione dei santi rivela un Corpo nel quale la carità continua ad agire anche oltre la morte.

Ogni anno il passaggio dal 1° al 2 novembre ci conduce dentro uno dei misteri più consolanti della fede cristiana. La solennità di Tutti i Santi apre lo sguardo sulla moltitudine di coloro nei quali la grazia di Cristo ha raggiunto il proprio compimento, mentre il giorno successivo la Chiesa prega per i fedeli defunti che attendono ancora la piena purificazione. Noi celebriamo entrambe queste giornate restando sulla terra, dentro quella parte della Chiesa che continua a camminare nella fede e porta ancora nella propria carne la fragilità della condizione presente.

Il Catechismo raccoglie questa realtà parlando dei «tre stati della Chiesa»: alcuni discepoli del Signore sono ancora pellegrini nel mondo, altri sono passati attraverso la morte e vengono purificati, altri godono già della visione di Dio. La distinzione riguarda la condizione nella quale ciascuno vive il proprio rapporto con Cristo, mentre l’appartenenza rimane una sola, perché tutti fanno parte dello stesso Corpo.

Questa verità impedisce di trasformare la festa di Tutti i Santi in una semplice celebrazione dei grandi personaggi del calendario liturgico. La Chiesa contempla certamente gli apostoli, i martiri, i dottori, i fondatori e le figure che hanno lasciato un segno visibile nella storia cristiana, ma guarda nello stesso tempo quella moltitudine sconosciuta agli uomini che l’Apocalisse descrive davanti all’Agnello e che soltanto Dio conosce pienamente.

La santità appare così nella sua dimensione più vera. Non è un titolo attribuito a pochi cristiani eccezionali e neppure un riconoscimento ecclesiastico riservato alle figure canonizzate. È il compimento della vocazione battesimale, la forma pienamente maturata di quella vita ricevuta in Cristo che ogni credente porta ancora dentro una libertà esposta alla conversione, alla fedeltà e alla possibilità di resistere alla grazia.

Quando celebriamo i santi, contempliamo dunque ciò che la grazia vuole compiere anche in noi. La loro gloria non rende inutile il nostro cammino e non ci autorizza ad anticipare il giudizio sulla nostra stessa vita. Ci ricorda piuttosto che la salvezza ricevuta nel Battesimo domanda di attraversare concretamente l’esistenza, raggiungendo gli affetti, le scelte, il modo di utilizzare la libertà e quella parte di noi che continua a chiedere purificazione.

Proprio per questo il passaggio liturgico al 2 novembre non interrompe la festa del giorno precedente, perché ne mostra un’altra dimensione. La Chiesa che contempla i santi sa che molti dei suoi figli sono morti nell’amicizia di Dio senza essere ancora pienamente purificati e continua a sostenerli con la preghiera, con il sacrificio eucaristico e con le opere di suffragio.

Il Catechismo descrive il purgatorio come la «purificazione finale degli eletti». Sono parole che aiutano a liberare questa dottrina dalle immagini che nel corso dei secoli hanno talvolta occupato più spazio della sostanza della fede. Il purgatorio riguarda persone salvate, appartenenti definitivamente a Cristo, nelle quali deve ancora compiersi quella purificazione necessaria per entrare nella piena gioia del cielo.

Parlare di purgatorio significa quindi parlare della serietà dell’amore di Dio. La misericordia non considera irrilevante ciò che il peccato ha prodotto nell’uomo, perché vuole guarirlo fino in fondo. La salvezza non consiste semplicemente nell’essere dichiarati estranei alla nostra storia; comporta che la grazia raggiunga realmente ciò che in noi rimane disordinato e ci renda capaci della comunione piena con Dio.

La tradizione cristiana ha parlato anche di «fuoco» per indicare questa purificazione. Sarebbe imprudente trasformare il linguaggio simbolico in una descrizione materiale dell’aldilà, perché la Chiesa afferma con certezza la realtà della purificazione senza pretendere di possedere una geografia dell’eternità. Il nucleo della dottrina rimane più profondo: l’incontro definitivo con la santità di Dio conduce a compimento ciò che la grazia aveva iniziato durante la vita.

Questa concezione permette di comprendere anche perché i cristiani pregano per i morti. Se la morte spezzasse ogni relazione, la preghiera di suffragio sarebbe soltanto un modo religioso di elaborare il lutto. La comunione dei santi afferma invece che la carità conserva una reale efficacia nel Corpo di Cristo e che ciò che viene offerto nella fede può giovare anche a coloro che hanno già attraversato la soglia della morte.

Per questo la tradizione della Chiesa ha sempre attribuito un valore particolare alla celebrazione dell’Eucaristia per i defunti. Nel sacrificio di Cristo, che supera i confini del tempo e della morte, la comunità affida al Padre coloro che l’hanno preceduta e continua ad amarli nella forma più propriamente cristiana, trasformando la memoria in intercessione.

Anche le indulgenze proprie dei primi giorni di novembre vanno comprese dentro questa stessa comunione. Dal 1° all’8 novembre la Chiesa concede, alle condizioni stabilite, l’indulgenza plenaria applicabile ai defunti a chi visita devotamente un cimitero e prega per loro; il 2 novembre questa possibilità è legata anche alla visita di una chiesa o di un oratorio con la recita del Padre nostro e del Credo.

Il linguaggio delle indulgenze può apparire distante alla sensibilità contemporanea e proprio per questo richiede una catechesi accurata. Non si tratta di un meccanismo attraverso il quale accumulare benefici spirituali e nemmeno di una scorciatoia capace di sostituire la conversione. L’indulgenza suppone la vita sacramentale, il distacco dal peccato e la comunione ecclesiale, e nasce dalla convinzione che nel Corpo di Cristo i beni spirituali non vengono vissuti come proprietà privata.

Il gesto di visitare un cimitero acquista allora un significato molto diverso dalla sola cura della memoria familiare. Portare un fiore, sostare davanti a una tomba e custodire il ricordo di chi abbiamo amato appartengono a una dimensione profondamente umana, mentre il cristiano aggiunge a tutto questo qualcosa che la memoria da sola non può produrre: prega perché crede che quella persona continua a vivere davanti a Dio e che la comunione con lei non è stata cancellata dalla morte.

Questa fede cambia anche il nostro modo di attraversare il lutto. Il dolore per l’assenza rimane reale e non viene diminuito dalle formule religiose. Chi ha perduto una persona amata conosce bene quanto una casa, un luogo, una fotografia o persino un gesto quotidiano possano improvvisamente riaprire la ferita della mancanza.

Il cristianesimo non chiede di fingere che questa assenza non faccia male. Offre però al dolore un orizzonte nel quale il ricordo non rimane prigioniero del passato, perché la storia condivisa viene affidata alla promessa della risurrezione.

Leone XIV lo ha espresso con particolare semplicità celebrando la Commemorazione dei fedeli defunti il 2 novembre 2025 al cimitero del Verano. Ha ricordato che continuiamo a portare nel cuore coloro che abbiamo amato e che molti luoghi della nostra vita ne mantengono viva la memoria, aggiungendo che la fede cristiana ci permette di vivere questi ricordi come qualcosa di più della semplice nostalgia del passato, perché li apre alla speranza del futuro.

Questa speranza ci impedisce anche di anticipare con leggerezza il giudizio di Dio. Nel linguaggio comune, soprattutto durante i funerali, capita facilmente di parlare di ogni defunto come se fosse già certamente nella gloria. L’intenzione nasce spesso dal desiderio di consolare, ma la liturgia della Chiesa possiede una sapienza più sobria: affida il defunto alla misericordia di Dio e prega per lui.

La preghiera non è meno consolante di una canonizzazione improvvisata. È forse più profondamente rispettosa, perché riconosce che la storia di ogni persona appartiene definitivamente al giudizio misericordioso di Dio e che noi possiamo continuare a servirla con la carità senza pretendere di conoscere ciò che soltanto il Signore vede interamente.

In questa prospettiva appare anche la differenza tra la solennità di Tutti i Santi e la Commemorazione dei fedeli defunti. Nel primo giorno la Chiesa celebra coloro che sono già nella gloria e chiede la loro intercessione; nel secondo prega per coloro che sono morti e possono avere ancora bisogno della nostra intercessione. La vicinanza delle due celebrazioni rende visibile un’unica comunione nella quale chi è arrivato alla meta continua ad amare chi cammina, mentre chi cammina continua a pregare per chi viene purificato.

Noi stessi siamo coinvolti in questo movimento. Ricordare il purgatorio non serve soltanto a pensare alla condizione dei morti, perché richiama la necessità di lasciarci purificare già ora. Ogni conversione sincera, ogni riconciliazione, ogni atto attraverso il quale permettiamo alla grazia di liberarci da ciò che ci rende incapaci di amare prepara in questa vita quella santità alla quale siamo destinati.

La tradizione spirituale cristiana ha sempre compreso che la purificazione non appartiene esclusivamente all’aldilà. Dio lavora già dentro le nostre resistenze, le prove che ci spogliano delle illusioni, il pentimento che restituisce verità alla coscienza e quella lenta educazione della libertà attraverso la quale impariamo a desiderare realmente ciò che diciamo di credere.

Tutti i Santi ci impedisce così di accontentarci di una fede mediocre, mentre il 2 novembre ci impedisce di disperare davanti alla nostra incompiutezza. La prima celebrazione mostra ciò che la grazia può portare a compimento; la seconda ricorda che la misericordia di Dio continua a purificare coloro che muoiono nella sua amicizia senza aver ancora raggiunto quella piena trasparenza dell’amore che appartiene alla visione del cielo.

Tra queste due giornate rimaniamo noi, ancora pellegrini, dentro una Chiesa più grande di ciò che i nostri occhi possono vedere.

Quando celebriamo l’Eucaristia, preghiamo i santi e affidiamo i defunti alla misericordia di Dio, scopriamo che la morte non è riuscita a spezzare il Corpo di Cristo. Ha modificato il modo della nostra comunione e ha sottratto alla vista coloro che ci hanno preceduto, mentre la carità continua a unirci dentro quella vita ricevuta dal Signore che attraversa il tempo e tende verso il proprio compimento.

Forse proprio questo è il dono più profondo che il 1° e il 2 novembre consegnano alla fede: imparare a guardare la Chiesa nella sua interezza, senza ridurla alle persone che oggi riempiono le nostre assemblee. Attorno all’altare siamo sempre più numerosi di quanto sembri, perché apparteniamo a una comunione nella quale i santi pregano, i defunti vengono affidati alla misericordia e noi continuiamo il cammino verso quella santità che, per grazia, speriamo un giorno di condividere con loro.

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