Nel giorno della memoria della santa di Paray-le-Monial, il Sacro Cuore ci riporta al centro della fede cristiana: prima di ogni progetto pastorale viene l’esperienza di essere amati da Cristo e la libertà di rispondere a quell’amore con tutta la vita.
Avevo ancora nella mente la riflessione sull’esculturazione della fede quando, in questo 16 ottobre, memoria di santa Margherita Maria Alacoque, sono tornato a pensare a un’altra parola che rischiamo di utilizzare molto e di comprendere sempre meno: amore. Forse anche questa parola ha conosciuto una propria esculturazione, perché continua a occupare un posto enorme nel linguaggio pubblico e privato, mentre diventa sempre più difficile stabilire che cosa realmente significhi amare una persona e quale rapporto esista tra amore, verità, libertà e dono di sé.
La figura di Margherita Maria ci conduce proprio dentro questa domanda. Nata in Borgogna nel 1647 ed entrata nell’Ordine della Visitazione a Paray-le-Monial, visse tra il 1673 e il 1675 quelle esperienze mistiche attraverso le quali la devozione al Cuore di Gesù avrebbe ricevuto un impulso decisivo nella vita della Chiesa. Sarebbe però riduttivo fermarsi alle immagini che tradizionalmente associamo a quelle apparizioni, perché ciò che la santa racconta possiede un centro molto più semplice e insieme più esigente: l’esperienza di un Cristo che manifesta la grandezza del proprio amore e domanda all’uomo di lasciarsi raggiungere da esso.
Francesco, nell’Enciclica Dilexit nos, ha voluto rileggere questa esperienza liberandola tanto dal sentimentalismo quanto da un devozionismo troppo concentrato sui dettagli. Ricorda che Margherita Maria raccontò di avere scoperto nel Cuore di Cristo «le meraviglie del suo Amore» e che il messaggio essenziale delle apparizioni può essere raccolto nella dichiarazione con cui Gesù le manifesta un Cuore che ha tanto amato gli uomini da nulla risparmiare per testimoniare loro il proprio amore.
La forza di questa immagine nasce dal fatto che il cuore, nel linguaggio biblico e cristiano, non indica semplicemente la sede delle emozioni. È il centro della persona, il luogo nel quale l’uomo comprende, desidera, decide e orienta la propria esistenza. Parlare del Cuore di Cristo significa quindi contemplare il centro umano della persona del Verbo incarnato, quella umanità attraverso la quale l’amore eterno di Dio è entrato realmente nella nostra storia.
Il cristianesimo comincia da questo amore ricevuto. Prima della risposta morale, prima delle opere e prima ancora delle nostre strategie per testimoniare la fede, vi è l’iniziativa di Dio. «Egli ci ha amati», ricorda il titolo stesso dell’Enciclica di Francesco, riprendendo san Paolo. Tutto ciò che il cristiano può offrire nasce dalla scoperta di essere preceduto da un amore che non ha prodotto e che non potrebbe meritare.
Anche per questo la spiritualità di Margherita Maria non dovrebbe essere ridotta alla ricerca di consolazioni religiose. Il Cuore che ella contempla è trafitto e donato, appartiene al Cristo della Croce e dell’Eucaristia. L’amore che vi si manifesta possiede quindi la forma concreta del dono di sé e mostra che la carità cristiana non coincide con la semplice intensità del sentimento, perché raggiunge la propria verità quando diventa disponibilità a consegnarsi per il bene dell’altro.
Il Vangelo conduce continuamente verso questa misura. Gesù non si limita a chiedere ai discepoli di riconoscere una verità su di Lui; dopo la Pasqua interroga Pietro attraverso una domanda che raggiunge la relazione personale: «Mi ami?». L’apostolo che aveva promesso fedeltà e poi aveva conosciuto la propria fragilità viene ricondotto al punto dal quale potrà ripartire. La missione che gli viene affidata nasce dentro un rapporto d’amore con Cristo, perché soltanto da quella relazione potrà diventare servizio al gregge.
Anche la parola rivolta ai discepoli durante l’ultima Cena va nella stessa direzione: saranno riconosciuti come appartenenti a Gesù dall’amore reciproco. La credibilità cristiana non viene affidata anzitutto alla capacità di vincere una discussione religiosa. È il modo in cui una comunità vive la carità ricevuta da Cristo a rendere visibile qualcosa del suo Signore.
Questo non significa separare l’amore dalla verità, quasi che la carità cristiana consista nell’approvare qualsiasi desiderio purché sia sinceramente sentito. La rivelazione del Cuore di Cristo ci impedisce proprio questa separazione, perché in Gesù la verità di Dio e l’amore di Dio appartengono alla stessa persona. Colui che dice di essere la Verità è anche colui che offre la propria vita, e proprio nell’atto supremo della donazione mostra che la verità dell’uomo si comprende pienamente dentro la vocazione ad amare.
Il nostro tempo conosce una grande domanda d’amore. Le persone cercano relazioni nelle quali sentirsi riconosciute, desiderano affetti capaci di resistere alla precarietà e soffrono profondamente quando sperimentano l’abbandono. Anche molte tensioni culturali che attraversano la società contemporanea possono essere lette, almeno in parte, come tentativi di rispondere al bisogno di essere accolti e riconosciuti.
La Chiesa commetterebbe un errore se davanti a questa ricerca si limitasse a denunciare le sue deformazioni. Deve anzitutto saper mostrare quale esperienza dell’amore abbia ricevuto da Cristo, perché soltanto una verità vissuta possiede la forza di diventare comprensibile. Se una comunità parla continuamente dell’amore cristiano e nello stesso tempo diventa luogo di freddezza, rivalità o indifferenza, le parole più corrette perdono inevitabilmente la loro capacità di convincere.
Il Sacro Cuore pone quindi una domanda molto concreta anche alla pastorale. Possiamo moltiplicare programmi, incontri e strumenti di comunicazione, mentre l’evangelizzazione conserva il proprio principio vitale soltanto quando nasce da persone che hanno incontrato Cristo e desiderano che altri possano conoscere lo stesso amore. Una struttura ecclesiale può funzionare perfettamente e rimanere spiritualmente sterile se ciò che la sostiene è soltanto l’organizzazione.
Questo riguarda in modo particolare il sacerdote. Prima di essere colui che organizza una comunità o amministra le sue molte necessità, egli è un uomo che ha risposto a una chiamata personale di Cristo. Gli anni del ministero possono rendere familiare tutto ciò che all’inizio possedeva la forza di una scoperta, e proprio per questo il Cuore di Gesù continua a porre anche al sacerdote la domanda rivolta a Pietro: «Mi ami?».
Non è una domanda sentimentale. Chiede che cosa sostiene realmente il ministero quando vengono meno l’entusiasmo, il riconoscimento e perfino la percezione immediata dei frutti. Un sacerdote può continuare a compiere correttamente molte cose mentre il rapporto personale con Cristo diventa progressivamente più debole, e allora il servizio rischia di trasformarsi in funzione, la predicazione in mestiere e la pastorale in amministrazione di ciò che esiste.
La spiritualità del Sacro Cuore richiama invece a quella sorgente nella quale il ministero ritrova continuamente la propria unità. Il sacerdote annuncia un amore che egli stesso deve ricevere, celebra l’Eucaristia nella quale Cristo continua a consegnarsi e viene chiamato a lasciare che questa forma eucaristica plasmi anche il modo nel quale offre il proprio tempo e incontra le persone affidategli.
Santa Margherita Maria comprendeva questa dinamica attraverso la necessità di rispondere all’amore con l’amore. Il linguaggio della riparazione, molto presente nella sua esperienza spirituale e nella successiva devozione al Sacro Cuore, acquista qui il proprio significato più autentico. Francesco ricorda in Dilexit nos che la risposta all’amore di Cristo non consiste nella ricerca esasperata di sacrifici con i quali pensare di compensare le colpe del mondo, perché il suo senso profondo è permettere all’amore ricevuto di prolungarsi nella nostra vita.
La riparazione diventa allora anche rimozione di ciò che impedisce alla carità di Cristo di raggiungere gli altri attraverso di noi. L’indifferenza può essere riparata attraverso una presenza fedele, la solitudine incontrando chi rimane senza relazioni, le ferite attraverso una vicinanza capace di non abbandonare. La devozione esce così dall’ambito puramente intimistico e diventa una forma concreta di partecipazione alla missione di Cristo.
Lo stesso Papa Francesco, al termine della sua riflessione sul Sacro Cuore, riconduce questa risposta verso i fratelli. Se vogliamo ricambiare l’amore di Cristo, il Vangelo ci rimanda a ciò che facciamo ai piccoli e ai fragili nei quali egli ha voluto identificarsi. Il movimento del Cuore di Gesù conduce sempre dal Padre agli uomini e dagli uomini nuovamente verso il Padre, facendo della comunione con Cristo la sorgente di una carità che raggiunge la vita reale.
Dentro questa prospettiva anche le esigenze morali del cristianesimo recuperano la loro unità. La Chiesa difende la vita, la fedeltà, la dignità del corpo e la cura dei deboli perché riconosce nella persona un bene che domanda di essere custodito. Quando queste convinzioni vengono staccate dall’esperienza dell’amore di Cristo rischiano facilmente di apparire come una raccolta di proibizioni; ricondotte alla loro sorgente mostrano invece quale idea dell’uomo la fede cristiana desideri servire.
Il Cuore di Cristo impedisce nello stesso tempo di trasformare la verità in durezza. Gesù incontra il peccatore senza negare il peccato e restituisce alla persona una possibilità nuova. La misericordia cristiana non nasce dall’indifferenza rispetto al bene e al male, perché è precisamente l’amore per il bene dell’altro a rendere possibile il perdono e a desiderare la sua guarigione.
Forse proprio qui la devozione al Sacro Cuore può parlare nuovamente al nostro tempo. Abbiamo bisogno di un linguaggio dell’amore che non si riduca né alla pura emozione né alla norma astratta, e l’umanità di Cristo custodisce questa unità. Nel suo Cuore troviamo la tenerezza verso chi soffre, il dolore davanti al rifiuto, la fermezza della verità e la libertà di offrire se stesso fino alla Croce.
Santa Margherita Maria visse questa scoperta dentro la spiritualità della Visitazione, profondamente segnata da san Francesco di Sales. Non è un particolare secondario, perché la devozione che da Paray-le-Monial si diffonderà nella Chiesa nasce dentro una tradizione che aveva insistito sulla fiducia nell’amore di Dio e sulla possibilità di cercare la santità dentro la vita concreta. Il Sacro Cuore non appartiene quindi a una spiritualità del timore; storicamente diventerà anche una risposta alle forme rigoriste che avevano reso difficile percepire la misericordia divina.
A distanza di secoli possiamo forse comprendere meglio quanto questo messaggio continui a essere necessario. Anche noi conosciamo forme diverse di paura religiosa e, nello stesso tempo, una cultura nella quale la parola amore rischia di diventare così indefinita da non poter più indicare alcuna verità stabile. Il Cuore di Cristo non ci consegna una definizione astratta con cui risolvere il problema, perché ci pone davanti a una persona e alla storia concreta della sua donazione.
Nel giorno di santa Margherita Maria, la domanda che rimane non riguarda dunque la quantità delle nostre devozioni. Riguarda il posto reale che Cristo occupa nel cuore e la disponibilità a lasciare che il suo amore dia forma alle nostre relazioni, alle scelte e al modo stesso di vivere la fede.
Prima di chiederci come rendere più efficace l’evangelizzazione, forse dovremmo tornare con maggiore serietà alla sorgente dalla quale essa può nascere. Una Chiesa che sa di essere amata da Cristo non ha bisogno di gridare per dimostrare di esistere e non deve inseguire continuamente tecniche capaci di renderla interessante; può vivere, celebrare e servire con quella libertà che nasce quando il centro non è più la propria riuscita, perché è il Signore stesso.
Margherita Maria ci riconduce precisamente a questo centro. Il Cuore di Gesù non domanda di essere contemplato come un simbolo separato dalla persona di Cristo, perché attraverso quel segno la Chiesa guarda all’amore umano e divino del Signore e impara lentamente a rispondere. L’ultima parola rimane allora quella che attraversa tutta la sua esperienza spirituale: abbiamo ricevuto un amore che ci precede, e la vita cristiana diventa il luogo nel quale impariamo, giorno dopo giorno, a rendergli amore per amore.
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