Una ricostruzione senza precedenti della corteccia umana mostra la straordinaria complessità delle nostre connessioni neuronali. La scienza descrive questa architettura; la fede invita a domandarsi perché l’uomo sia capace di conoscerla e quale responsabilità nasca dall’uso della sua intelligenza.
Nel 2024 un gruppo di ricercatori di Harvard e Google ha pubblicato la più dettagliata ricostruzione tridimensionale mai realizzata di un frammento di cervello umano. Si trattava di appena un millimetro cubo di corteccia temporale, una quantità di tessuto tanto piccola da sembrare insignificante, eppure all’interno di quello spazio sono state individuate decine di migliaia di cellule, circa centocinquanta milioni di sinapsi e centinaia di millimetri di vasi sanguigni. Per rappresentare quella minuscola porzione di cervello sono stati necessari circa 1,4 petabyte di dati, una quantità che dice qualcosa della complessità con cui la materia vivente può essere organizzata.
Le immagini prodotte dalla ricerca sono impressionanti e suscitano facilmente un sentimento di meraviglia. Si osservano neuroni che estendono ramificazioni in molte direzioni, connessioni che si intrecciano con una densità difficilmente immaginabile e strutture delle quali gli stessi studiosi dichiarano di non comprendere ancora pienamente la funzione. La prima reazione potrebbe essere quella di cercare immediatamente una conclusione teologica e di dire che una simile complessità dimostra l’esistenza di un Creatore. Sarebbe però un modo troppo rapido di usare sia la scienza sia la fede, perché la ricerca scientifica descrive ciò che osserva, misura le connessioni e cerca di comprenderne il funzionamento, mentre la domanda sul fondamento ultimo dell’ordine della realtà appartiene a un livello ulteriore della ragione.
La fede cristiana non ha bisogno di trasformare ogni scoperta scientifica in una dimostrazione apologetica. Può accoglierla nella sua verità propria e lasciarsi provocare dalla meraviglia che essa suscita. Il Catechismo ricorda che la creazione, proprio perché procede dalla sapienza di Dio, possiede un ordine e un’intelligibilità che l’uomo può progressivamente conoscere attraverso le leggi della natura. Questo non significa che ogni struttura complessa possa essere utilizzata come prova immediata dell’azione divina, ma che il credente riconosce nella possibilità stessa di conoscere il reale qualcosa che merita di essere pensato.
La domanda diventa allora più interessante. Perché il mondo è intelligibile e perché l’uomo possiede una ragione capace di riconoscere almeno in parte quell’intelligibilità? Giovanni Paolo II, nella Fides et ratio, ricordava che il Dio della creazione è anche colui che fonda la ragionevolezza dell’ordine naturale sul quale gli scienziati possono lavorare con fiducia. La fede non sostituisce il lavoro della ragione e non anticipa artificialmente le conclusioni della scienza; riconosce che la verità non può essere contraddittoria e che ciò che l’uomo scopre autenticamente nel creato appartiene a un’unica realtà che trova in Dio il proprio fondamento ultimo.
La ricostruzione del cervello umano può essere letta precisamente in questa prospettiva. Ci mostra quanto poco ancora conosciamo della struttura materiale che rende possibile una parte così importante della nostra esperienza corporea e, nello stesso tempo, ci ricorda che l’uomo non è semplicemente spettatore di questa complessità. È la stessa creatura umana a possedere la capacità di osservare il proprio cervello, costruire strumenti capaci di ingrandirne le strutture, elaborare quantità immense di dati e formulare nuove domande su ciò che ancora non comprende.
Questa capacità di conoscere merita forse più attenzione della sola complessità biologica che osserviamo. Il cervello è parte della materia vivente e obbedisce alle dinamiche che la neuroscienza cerca di descrivere; la persona umana, però, non coincide semplicemente con la rappresentazione di quelle connessioni. La tradizione cristiana ha sempre custodito la distinzione tra la dimensione corporea e quella spirituale dell’uomo senza separarle, riconoscendo che la persona è un’unità e che la nostra vita intellettiva si esprime attraverso una corporeità reale.
Per questo sarebbe riduttivo parlare del pensiero come se fosse soltanto un movimento meccanico di neuroni e sarebbe ugualmente improprio utilizzare il mistero della mente per negare ciò che la neuroscienza riesce realmente a conoscere. Le due prospettive non hanno bisogno di contendersi lo stesso territorio. La scienza studia i processi corporei che accompagnano la percezione, la memoria, il linguaggio e molte altre funzioni; la filosofia e la teologia continuano a interrogarsi sulla natura della conoscenza, della libertà e della verità, questioni che non vengono esaurite dalla descrizione delle connessioni cerebrali.
Proprio qui nasce anche una responsabilità morale. Possedere un’intelligenza capace di conoscere significa essere chiamati a usarla secondo la verità. San Tommaso ha dedicato una parte enorme della propria opera a comprendere l’intelletto umano, la sua apertura al vero e il rapporto tra conoscenza e volontà, e in tutta la tradizione cristiana la ricerca della verità non è mai stata considerata un lusso riservato agli studiosi. Ogni uomo è responsabile del modo in cui forma il proprio giudizio, accoglie le informazioni, custodisce la memoria e lascia che ciò che vede e ascolta contribuisca a costruire il proprio modo di pensare.
Questa responsabilità oggi assume una particolare importanza, perché viviamo immersi in una quantità di stimoli che nessuna generazione precedente aveva conosciuto. Le immagini, le notizie, le opinioni e le reazioni raggiungono continuamente la nostra attenzione e finiscono per alimentare la memoria dalla quale attingiamo quando interpretiamo la realtà. Sapere che il cervello possiede una straordinaria plasticità non dovrebbe suggerirci immagini semplicistiche, come se bastasse introdurre un “buon carburante” per ottenere automaticamente un pensiero retto; dovrebbe piuttosto ricordarci quanto sia importante educare l’attenzione e quanto profondamente le abitudini possano incidere sul modo in cui percepiamo e giudichiamo.
La vita spirituale conosce da secoli questa esigenza, anche se la esprime con un linguaggio diverso da quello delle neuroscienze. Custodire i pensieri, educare la memoria, imparare a distinguere ciò che alimenta la pace da ciò che nutre il rancore appartengono alla tradizione ascetica cristiana molto prima che potessimo osservare una sinapsi al microscopio. La scienza oggi può descrivere alcuni processi attraverso i quali l’esperienza modifica il cervello; la fede continua a chiedere quale orientamento vogliamo dare alla nostra libertà mentre quei processi accompagnano concretamente la nostra vita.
Anche per questo non direi che «pensare è una forma di preghiera», perché il pensiero può orientarsi verso il vero oppure allontanarsene e può essere utilizzato con grande intelligenza anche per costruire una menzogna. Direi piuttosto che pensare bene può diventare una forma di responsabilità davanti a Dio, poiché il credente sa di avere ricevuto l’intelligenza come una capacità da educare e mettere al servizio della verità.
La meraviglia suscitata da quel millimetro cubo di cervello non conduce allora a una scorciatoia apologetica. Conduce a una domanda più paziente sulla persona umana e sulla sua sorprendente capacità di conoscere un mondo del quale essa stessa fa parte. In un frammento piccolissimo della nostra corteccia troviamo una complessità che richiede anni di ricerca per essere anche solo descritta, mentre dentro quella stessa storia umana nasce una mente capace di costruire gli strumenti necessari per osservarla.
Per il credente questa meraviglia può diventare contemplazione, purché non chiediamo alla scienza di pronunciare ciò che essa non può pronunciare. La scienza ci mostra una struttura di straordinaria complessità; la filosofia ci permette di interrogarci sull’intelligibilità del reale; la fede riconosce nel Creatore il fondamento ultimo di un mondo che può essere conosciuto da una creatura dotata di ragione.
La vera domanda spirituale, a quel punto, riguarda il modo in cui utilizziamo questa capacità. Se l’intelligenza ci è stata data per aprirci alla verità, ogni forma di superficialità deliberata, manipolazione o rifiuto ostinato di conoscere ciò che è reale rappresenta anche una responsabilità morale. La meraviglia del cervello umano non sta soltanto nella quantità delle sue connessioni, ma nel fatto che attraverso la nostra vita corporea possiamo conoscere, giudicare, scegliere e orientare liberamente noi stessi verso ciò che riconosciamo come vero e come bene.
Forse questo è il punto nel quale la contemplazione della natura ritorna davvero alla vita spirituale: conoscere meglio ciò che siamo dovrebbe renderci più umili davanti alla complessità della persona e più responsabili nell’uso della mente che abbiamo ricevuto, perché la fede non ci chiede di avere paura della conoscenza e non ci autorizza a sostituire l’evidenza con una formula religiosa. Ci invita piuttosto a cercare la verità con quella fiducia profonda per cui ogni verità autenticamente scoperta non potrà mai essere estranea a Colui che è la sorgente di tutto ciò che esiste.
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