don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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QUANDO LA DIFESA DELLA TRADIZIONE FINISCE PER RIFIUTARE LA CHIESA

Il caso di mons. Carlo Maria Viganò pone una domanda che supera la sua vicenda personale: fino a dove può spingersi la critica nella Chiesa senza spezzare quella comunione attraverso la quale la stessa Tradizione ci è stata consegnata?

Nel giorno in cui ricorreva l’anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II mi sono tornate davanti alcune dichiarazioni di mons. Carlo Maria Viganò, nelle quali il Concilio viene descritto come un inganno e la Chiesa che da esso è passata come il risultato di un processo di demolizione. Sono parole che non appartengono ormai soltanto alla storia di una polemica ecclesiale, perché il loro significato può essere compreso alla luce di un fatto già accertato dalla stessa autorità della Chiesa: nel luglio 2024 il Dicastero per la Dottrina della Fede ha riconosciuto l’arcivescovo colpevole del delitto di scisma e ha dichiarato la scomunica incorsa, richiamando tra gli elementi della decisione il rifiuto della sottomissione al Romano Pontefice, della comunione con coloro che gli sono soggetti e della legittimità e autorità magisteriale del Concilio Vaticano II.

Non mi interessa tornare su questa vicenda per aggiungere una condanna personale a quella canonica già pronunciata, né penso che ci sia qualche utilità nel tentare di ricostruire dall’esterno il percorso interiore di un uomo che ha svolto per molti anni responsabilità importanti al servizio della Santa Sede. La domanda che la sua vicenda pone alla Chiesa è più ampia e riguarda anche quanti, senza condividere le sue conclusioni, possono essere tentati dalla stessa logica: come accade che il desiderio di difendere la fede finisca per condurre al rifiuto dell’autorità attraverso la quale quella fede è stata ricevuta?

La critica nella Chiesa è possibile e, in determinate circostanze, può perfino essere necessaria. La storia ecclesiale conosce riformatori, santi e teologi che hanno denunciato abusi, corruzioni e scelte pastorali gravemente inadeguate senza per questo pensare che la Chiesa avesse cessato di essere la Chiesa di Cristo. Anche i pastori possono sbagliare nelle valutazioni prudenziali, le istituzioni possono necessitare di riforma e l’applicazione concreta di un Concilio può conoscere unilateralità, confusioni e interpretazioni che devono essere corrette. La comunione cattolica non richiede di considerare ogni decisione ecclesiastica perfetta e nemmeno impedisce una discussione teologica seria.

Esiste però una differenza decisiva tra criticare ciò che nella Chiesa è umano e concludere che l’autorità ecclesiale, in quanto tale, sia diventata illegittima. Nel primo caso la critica rimane interna alla comunione e cerca una purificazione della vita ecclesiale; nel secondo viene progressivamente costruita una Chiesa alternativa, giudicata più pura perché corrisponde meglio alla nostra idea di ciò che la Chiesa dovrebbe essere.

È precisamente qui che il rapporto con la Tradizione diventa decisivo. La Tradizione cattolica non è un deposito giunto fino a noi indipendentemente dalla Chiesa, quasi fosse possibile separare una dottrina perfettamente conservata dalla comunità concreta che l’ha trasmessa attraverso i secoli. Abbiamo ricevuto la Scrittura, i sacramenti, i simboli della fede, la successione apostolica e l’insegnamento dei Concili dentro la vita di una Chiesa visibile, composta da uomini fragili e nello stesso tempo sostenuta dalla promessa di Cristo.

Per questo la fedeltà alla Tradizione non può essere costruita contro la Chiesa senza entrare in una contraddizione profonda. Chi decide autonomamente quale Papa sia legittimo, quale Concilio possa essere riconosciuto e quale parte del Magistero appartenga ancora alla vera Chiesa finisce inevitabilmente per collocare il proprio giudizio sopra quella Tradizione che pretende di difendere. L’autorità ultima non è più allora la Chiesa che discerne nella continuità apostolica, perché diventa la coscienza individuale che stabilisce quali atti ecclesiali meritino di essere accolti.

Il Concilio Vaticano II costituisce un punto particolarmente delicato di questa discussione. È perfettamente possibile interrogarsi sulla storia della sua ricezione, distinguere i testi conciliari dalle interpretazioni che ne sono state date e riconoscere che nel nome del cosiddetto «spirito del Concilio» sono state compiute anche scelte che non trovano fondamento nei documenti. Una critica seria a molte derive postconciliari non comporta il rifiuto del Vaticano II e può anzi contribuire a una sua lettura più fedele alla Tradizione.

Ben altra cosa è dichiarare che il Concilio stesso sia stato illegittimo o costituisca l’atto attraverso il quale una falsa Chiesa avrebbe sostituito quella cattolica. Giovanni XXIII, nel discorso di apertura dell’11 ottobre 1962, spiegò che il compito del Concilio era trasmettere integra e non distorta la dottrina cattolica, continuando nello stesso tempo il cammino che la Chiesa era chiamata a percorrere nelle condizioni nuove della storia. Si può discutere se ogni successiva interpretazione abbia corrisposto a questa intenzione, mentre negare la realtà ecclesiale del Concilio significa affrontare una questione completamente diversa.

La Chiesa cattolica crede infatti di essere custodita da Cristo anche dentro la fragilità dei suoi membri. Questo non significa attribuire impeccabilità ai pastori o considerare sacra ogni scelta compiuta dalla gerarchia. Lumen gentium descrive la Chiesa come santa e nello stesso tempo sempre bisognosa di purificazione, riconoscendo che essa avanza nella storia tra le debolezze dei suoi figli e continua a essere chiamata alla conversione. La santità che professiamo nel Credo non deriva dalla perfezione morale dei cristiani e nemmeno dall’efficienza delle strutture ecclesiastiche, perché nasce dalla presenza di Cristo, dall’azione dello Spirito e dai doni di grazia attraverso i quali Dio continua a santificare il suo popolo.

Questo permette di guardare senza ingenuità anche alle crisi più gravi della Chiesa. Un cattolico può soffrire per gli scandali, denunciare abusi liturgici, contestare una cattiva teologia e chiedere ai pastori maggiore chiarezza senza essere costretto a scegliere tra la verità e la comunione. Proprio perché ama la Chiesa, può desiderarne una riforma profonda, sapendo che la riforma cattolica ha sempre significato ritorno più fedele a Cristo dentro la comunione e mai costruzione di una comunità ideale separata da quella reale.

La storia conosce bene la tentazione opposta. In epoche diverse alcuni movimenti hanno identificato la vera Chiesa con il gruppo dei puri, dei rigorosi o di coloro che ritenevano di avere conservato intatta la fede mentre tutti gli altri l’avevano tradita. Le situazioni storiche e dottrinali erano molto differenti e sarebbe improprio sovrapporle semplicemente alla crisi contemporanea, eppure ritorna una dinamica riconoscibile: quando la fedeltà viene identificata esclusivamente con la propria parte, la comunione viene progressivamente interpretata come compromesso.

Il caso Viganò rende questa dinamica particolarmente evidente perché il Dicastero per la Dottrina della Fede non ha sanzionato una critica al pontificato di Francesco né un giudizio severo sulla situazione ecclesiale. La decisione canonica riguarda il rifiuto della sottomissione al Romano Pontefice, la rottura della comunione e il rigetto della legittimità e dell’autorità magisteriale del Concilio Vaticano II. È importante ricordarlo soprattutto quando la vicenda viene presentata come se si trattasse semplicemente di un vescovo punito perché aveva espresso opinioni sgradite.

Questo non impedisce di interrogarsi sulle cause che rendono simili posizioni attraenti per alcuni cattolici. Le confusioni dottrinali realmente esistite, certi abusi liturgici, il linguaggio talvolta ambiguo utilizzato nella vita ecclesiale e la difficoltà di esercitare l’autorità con chiarezza possono alimentare un senso di smarrimento. Sarebbe superficiale liquidare ogni inquietudine come estremismo, perché alcune domande nascono da ferite reali e chiedono risposte serie.

Proprio per questo la risposta non può consistere semplicemente nell’invocare l’obbedienza come se essa dispensasse dal pensare. La Chiesa ha bisogno di pastori capaci di mostrare perché la comunione e la verità non siano due valori concorrenti, di teologi che sappiano affrontare le questioni difficili senza trasformarle in battaglie identitarie e di fedeli che imparino a distinguere tra la necessaria vigilanza sulla vita ecclesiale e l’illusione di potersi costituire giudici ultimi dell’intera Chiesa.

Anche il Magistero deve essere letto dentro questa comunione. Non tutti i suoi atti possiedono lo stesso grado di autorità e la teologia cattolica ha sempre conosciuto distinzioni precise tra definizioni irreformabili, insegnamenti autentici e decisioni prudenziali. Queste distinzioni consentono una discussione seria e impediscono tanto il papalismo semplicistico, che considera infallibile qualsiasi parola di un Pontefice, quanto l’atteggiamento opposto di chi riconosce l’autorità soltanto quando essa conferma le proprie convinzioni.

La Tradizione vive precisamente in questa continuità ecclesiale, nella quale il passato non viene cancellato e il presente non può proclamarsi autosufficiente. Ogni generazione riceve una fede che non ha inventato e deve trasmetterla senza alterarne il nucleo, mentre affronta problemi e linguaggi che le generazioni precedenti non potevano prevedere. È possibile sbagliare in questo compito e per questo la Chiesa rimane sempre bisognosa di discernimento e di riforma; ciò che il cattolico non può concludere è che Cristo abbia abbandonato la sua Chiesa visibile e che la fedeltà richieda ormai di separarsene.

Il dolore provocato dagli errori degli uomini di Chiesa può diventare così una prova della fede ecclesiale. La tentazione è cercare una Chiesa che non possa più deluderci perché coincide con il modello che abbiamo costruito, mentre la comunione ci costringe a rimanere dentro una realtà nella quale santità e fragilità umana continuano a convivere fino alla fine della storia.

Amare la Chiesa significa anche correggere ciò che deve essere corretto, chiedere conto a chi esercita responsabilità e rifiutare quella falsa pace che preferisce occultare i problemi. Tutto questo può essere fatto rimanendo figli, perché la maternità della Chiesa non dipende dalla perfezione di ogni suo ministro e la sua autorità non deriva dall’assenza di peccato nei cristiani.

La vicenda di mons. Viganò rimane allora un ammonimento che sarebbe troppo facile utilizzare soltanto contro di lui. Ci riguarda ogni volta che trasformiamo una sensibilità ecclesiale in criterio assoluto, quando iniziamo a credere che la Chiesa vera coincida con quanti leggono la crisi esattamente come noi e quando la difesa della Tradizione ci rende incapaci di riconoscere l’autorità della stessa Chiesa che ce l’ha consegnata.

La comunione cattolica non domanda di smettere di vedere ciò che non funziona e nemmeno di chiamare bene ciò che è male. Chiede qualcosa di più esigente: continuare a cercare la verità dentro quella Chiesa concreta nella quale Cristo ha promesso di rimanere, assumendo la fatica della riforma senza trasformarla in separazione e custodendo la Tradizione senza appropriarsene come se appartenesse a noi più che all’intero Corpo ecclesiale.

Forse la forma più difficile della fedeltà consiste proprio nel rimanere quando sarebbe più semplice costruirsi una Chiesa finalmente conforme ai nostri criteri. La fede cattolica, invece, ci consegna una Chiesa che precede ciascuno di noi e continuerà dopo di noi, una Chiesa che ha bisogno continuamente di purificazione e che continua a vivere della promessa del suo Signore: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

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