don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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Calendario liturgico

QUANDO IL CELEBRANTE DIVENTA PROTAGONISTA: IL CLERICALISMO NASCOSTO NELLA LITURGIA

La fedeltà al rito non spegne il sacerdote: gli ricorda che all’altare serve un’azione che appartiene a Cristo e alla Chiesa

Da diverso tempo mi capita di ricevere segnalazioni riguardanti celebrazioni eucaristiche nelle quali il sacerdote modifica liberamente testi, introduce formule proprie, aggiunge benedizioni non previste, inventa gesti o interrompe ripetutamente il rito con commenti personali. Non sempre si tratta di fatti clamorosi e proprio per questo vengono spesso liquidati come semplici differenze di stile, espressioni della personalità del celebrante o tentativi pastorali di rendere la Messa più vicina all’assemblea. Credo invece che il problema meriti di essere guardato più a fondo, perché dietro alcune di queste scelte può emergere una concezione della liturgia nella quale, quasi senza accorgersene, il ministro finisce per attribuirsi un potere che la Chiesa non gli ha mai consegnato.

La questione non riguarda anzitutto il Messale promulgato da Paolo VI dopo la riforma richiesta dal Concilio Vaticano II, quasi che la sua struttura producesse inevitabilmente arbitrio o banalizzazione. Una simile conclusione sarebbe storicamente ingiusta e teologicamente fragile. Sacrosanctum Concilium, proprio mentre chiede che i fedeli siano condotti a una partecipazione piena, consapevole e attiva, stabilisce con altrettanta chiarezza che l’ordinamento della liturgia appartiene all’autorità della Chiesa e che nessuno, «anche se sacerdote», può aggiungere, togliere o modificare qualcosa di propria iniziativa. La partecipazione del popolo e l’obbedienza del ministro non appartengono quindi a due concezioni opposte della liturgia; sono due conseguenze dello stesso principio, perché l’azione celebrata appartiene alla Chiesa intera e nessuno dei suoi membri può appropriarsene. (Sacrosanctum Concilium)

Questo permette anche di comprendere meglio che cosa intendiamo quando parliamo di clericalismo liturgico. Il clericalismo non coincide semplicemente con l’autoritarismo del sacerdote, né ogni abuso liturgico può essere ricondotto automaticamente ad esso. Assume però una forma propriamente clericale quando il ministro considera la propria ordinazione come un titolo che gli consente di disporre della celebrazione secondo il proprio gusto, stabilendo quali parole conservare, quali adattare, quali gesti aggiungere e quale impronta personale imprimere a ciò che la Chiesa gli ha affidato. In quel momento la centralità del sacerdote non diminuisce; al contrario, cresce fino al punto che l’assemblea dipende dalla sua personalità per sapere quale forma assumerà concretamente la Messa.

Giovanni Paolo II aveva espresso questa idea con particolare lucidità parlando al Centro di Azione Liturgica nel 1984. Dopo aver richiamato la norma conciliare, precisava che essa non intende negare quella duttilità che gli stessi libri liturgici prevedono e che permette un adattamento sapiente alla concreta assemblea. Il limite nasce quando il sacerdote dimentica di essere ministro e comincia a comportarsi come proprietario, disponendo arbitrariamente del testo e del rito come se fossero un bene personale. La norma liturgica, letta in questa prospettiva, non costituisce la vittoria della burocrazia ecclesiastica sulla pastorale; custodisce piuttosto il fatto che il fedele, entrando in una chiesa, ha diritto di incontrare la preghiera della Chiesa e non la particolare invenzione del sacerdote che casualmente celebra quella Messa. (Giovanni Paolo II, Discorso al Centro di Azione Liturgica, 30 novembre 1984)

È precisamente questo aspetto che consente di liberare la discussione dalla sterile alternativa tra rigidità e creatività. La celebrazione non diventa più viva semplicemente perché il sacerdote introduce qualcosa di proprio, così come non diventa autenticamente ecclesiale per la sola esecuzione materiale di ogni rubrica. Francesco, in Desiderio desideravi, ha ricordato che l’ars celebrandi non può essere ridotta né alla semplice osservanza di un apparato rubricale né a una creatività fantasiosa e senza regole, perché il rito possiede una propria normatività che serve una realtà più grande. Quando questa consapevolezza manca, perfino stili celebrativi apparentemente opposti possono rivelare la medesima radice: un personalismo esasperato nel quale il modo di presiedere finisce per richiamare continuamente l’attenzione sulla persona del ministro. (Desiderio desideravi)

La questione, allora, diventa spirituale prima ancora che disciplinare. Un sacerdote può osservare esteriormente ogni norma e trasformare ugualmente la celebrazione nella vetrina della propria rigidità; un altro può moltiplicare parole, sorrisi, commenti e gesti spontanei pensando di avvicinare l’assemblea e finire allo stesso modo per renderla dipendente dalla propria presenza. In entrambi i casi il problema compare quando il celebrante smette di lasciarsi formare dal rito e comincia a utilizzare il rito per manifestare se stesso.

L’Eucaristia possiede invece una struttura che ci precede. Benedetto XVI, in Sacramentum caritatis, la definiva essenzialmente actio Dei, azione di Dio che ci coinvolge in Cristo per mezzo dello Spirito, proprio per questo sottratta al nostro arbitrio e alle mode del momento. L’ars celebrandi, aggiungeva, nasce dall’obbedienza fedele alle norme liturgiche e costituisce una delle condizioni attraverso le quali diventa possibile la partecipazione autentica del Popolo di Dio. Questo rapporto è importante: l’obbedienza del sacerdote al rito non impoverisce la partecipazione dell’assemblea, perché rende riconoscibile ciò a cui l’assemblea è chiamata a partecipare. (Sacramentum caritatis)

Quando invece la celebrazione cambia sensibilmente a seconda di chi presiede, il fedele può finire per percepire la Messa come qualcosa di continuamente negoziabile. In una parrocchia troverà una formula, in quella vicina un’altra; un celebrante aggiungerà un gesto ritenendolo espressivo, un altro ometterà ciò che giudica poco comprensibile, un terzo trasformerà alcuni momenti in occasione per parlare direttamente all’assemblea. Ciascuna modifica, presa isolatamente, può sembrare trascurabile e perfino ben intenzionata; nel loro insieme, però, esse possono comunicare l’idea che la liturgia sia un canovaccio affidato alla capacità creativa del ministro.

È qui che la norma rivela il proprio significato ecclesiale. Redemptionis sacramentum ricorda che i fedeli hanno diritto a una liturgia regolata dalla Chiesa in modo tale che essa non appaia mai come «proprietà privata» del celebrante o della comunità. L’espressione è particolarmente forte perché mostra che l’obbedienza liturgica riguarda anche il diritto spirituale del popolo cristiano. Il fedele non dovrebbe dover scegliere la chiesa nella quale andare in base alla probabilità che il sacerdote rispetti o meno il Messale, così come non dovrebbe trovarsi nella condizione di distinguere continuamente ciò che appartiene alla liturgia della Chiesa da ciò che è stato aggiunto dalla creatività personale. (Redemptionis sacramentum)

Questa responsabilità investe inevitabilmente anche i vescovi. Il loro compito, secondo la tradizione liturgica e il diritto della Chiesa, comprende la custodia della vita liturgica della diocesi; proprio per questo la vigilanza non dovrebbe essere interpretata come una forma di controllo poliziesco esercitato sui presbiteri. È un servizio alla comunione. Correggere un abuso significa ricordare al ministro che la Messa affidata alle sue mani non nasce con lui e non termina con lui, perché lo inserisce nella preghiera di una Chiesa che attraversa luoghi, culture e generazioni.

Naturalmente la formazione liturgica richiesta ai sacerdoti non può esaurirsi nell’apprendimento delle rubriche. Un ministro può conoscere perfettamente ciò che deve fare e non avere ancora compreso perché lo fa. La fedeltà matura nasce quando il sacerdote riconosce nella forma ricevuta una disciplina capace di educare anche lui, sottraendolo alla tentazione di misurare ogni cosa sulla propria sensibilità. È una forma concreta di umiltà sacerdotale: salire all’altare sapendo che la Chiesa non gli chiede di inventare qualcosa di interessante, bensì di prestare voce, mani e presenza a un’azione sacramentale della quale egli stesso rimane servitore.

Questa prospettiva permette anche di comprendere meglio la partecipazione dei laici. La riforma conciliare non ha restituito dignità ai fedeli trasformandoli in sacerdoti incompleti o moltiplicando necessariamente i compiti da svolgere nel presbiterio. Sacrosanctum Concilium parla di partecipazione piena, consapevole e attiva perché ogni battezzato è chiamato a entrare realmente nell’azione liturgica secondo la propria condizione ecclesiale. Il Catechismo ricorda che è tutta la comunità, Corpo di Cristo unito al suo Capo, a celebrare, mentre i singoli membri vi prendono parte secondo la diversità degli ordini, dei ministeri e delle funzioni. La partecipazione non cresce quando tutti fanno qualcosa di visibile; cresce quando tutto il popolo viene introdotto nel mistero che Cristo celebra nella sua Chiesa. (Catechismo della Chiesa Cattolica)

Per questo gli abusi liturgici possono ferire più profondamente di quanto suggerisca la loro apparenza. Non è necessario immaginare automaticamente che provochino l’abbandono della Messa, la crisi della fede o tutte le altre conseguenze che nell’articolo originario avevo accumulato con troppa facilità. Sarebbe difficile dimostrarlo. Esiste però una conseguenza più sobria e già abbastanza seria: l’arbitrio rende meno evidente l’oggettività ecclesiale della celebrazione e può far percepire come personale ciò che dovrebbe manifestare la comunione con una Chiesa più grande della singola comunità.

Qui si comprende anche perché sarebbe sbagliato utilizzare gli abusi del Messale riformato come argomento contro la riforma liturgica stessa. Un rito non può essere giudicato a partire dalle sue deformazioni, così come una norma non diventa responsabile della decisione di chi la viola. La liturgia promulgata da Paolo VI deve essere letta e celebrata secondo ciò che realmente è, dentro la continuità della vita sacramentale della Chiesa e secondo i libri che ne regolano la celebrazione. Criticare gli abusi significa quindi prendere sul serio la riforma, non respingerla.

Allo stesso modo, sarebbe ingenuo pensare che il problema del protagonismo sacerdotale appartenga esclusivamente al Messale attuale. Ogni forma liturgica può essere caricata di un uso identitario, estetico o personale quando il ministro perde il senso ecclesiale del proprio servizio. La differenza non si trova semplicemente tra un rito nel quale sarebbe possibile inventare e un altro che renderebbe automaticamente umili; passa dentro la persona del celebrante e nella sua capacità di lasciarsi governare da ciò che ha ricevuto.

Proprio per questo il vero antidoto agli abusi non consiste nell’aggiungere una nuova guerra liturgica alle molte che già affaticano la Chiesa. Consiste nel recuperare una teologia abbastanza profonda della liturgia da rendere nuovamente comprensibile l’obbedienza. Quando il sacerdote sa che l’Eucaristia non gli appartiene, il rispetto del rito smette di apparire come una limitazione della sua personalità e diventa una liberazione dalla necessità di mettere continuamente qualcosa di sé dentro la celebrazione.

All’altare, infatti, il ministro non perde la propria umanità e non diventa una macchina rituale. La sua voce, la sua fede, il modo di proclamare la Parola e di presiedere, la qualità del silenzio e perfino la sua capacità di accompagnare l’assemblea entrano realmente nella celebrazione. Tutto questo acquista però la propria misura dentro un’azione ricevuta, nella quale la personalità del sacerdote può servire il mistero senza sostituirsi ad esso.

Forse il clericalismo liturgico più difficile da riconoscere nasce precisamente qui: quando il sacerdote pensa di valorizzare il popolo attraverso la propria iniziativa e, senza volerlo, finisce per rendere se stesso indispensabile alla forma concreta della celebrazione.

La via opposta è più discreta e, proprio per questo, più sacerdotale. Consiste nel celebrare in modo tale che, terminata la Messa, il fedele possa ricordare soprattutto ciò che la Chiesa gli ha consegnato: la Parola ascoltata, il sacrificio di Cristo reso sacramentalmente presente, il Corpo e il Sangue ricevuti e la comunione di un popolo radunato dal Signore.

Quando accade, il sacerdote non scompare. Occupa finalmente il posto che il sacramento gli affida.

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