Nel giorno dell’Addolorata, il testamento della Croce e il significato dell’affidamento filiale
Il giorno dopo l’Esaltazione della Santa Croce, la liturgia ci chiede di rimanere ancora sul Calvario, quasi impedendoci di allontanarci troppo rapidamente da ciò che abbiamo contemplato ieri. Oggi la Chiesa fa memoria della Beata Vergine Maria Addolorata e ci conduce accanto alla Croce attraverso lo sguardo della Madre, quella stessa Maria che il Vangelo di Giovanni descrive con una sobrietà impressionante: «Stava presso la croce di Gesù sua madre».
Il verbo utilizzato dall’evangelista è sufficiente a dire molto. Maria sta. Non fugge, non può sottrarre il Figlio alla morte e non possiede una parola capace di modificare ciò che sta accadendo. Rimane dentro un dolore che non può controllare e attraversa fino in fondo quella peregrinazione della fede che il Concilio Vaticano II descrive dicendo che ella «serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce». È precisamente in quell’ora, quando sembra che tutto stia finendo, che Gesù pronuncia parole destinate ad aprire una relazione nuova. (Lumen gentium, n. 58)
«Donna, ecco tuo figlio». Poi, rivolgendosi al discepolo amato: «Ecco tua madre».
Abbiamo ascoltato queste parole tante volte e rischiamo di ridurle alla premura comprensibile di un figlio che, prima di morire, desidera assicurare alla propria madre qualcuno che si occupi di lei. Anche questo significato appartiene certamente alla scena. Giovanni Paolo II, nella Redemptoris Mater, riconosce esplicitamente la premura del Figlio verso Maria, lasciata in un dolore così grande. Lo stesso Papa aggiunge però che il «testamento della Croce» dice qualcosa di più: Gesù crea un legame nuovo e affida reciprocamente Maria al discepolo e il discepolo a Maria. (Redemptoris Mater, n. 23)
È questo «qualcosa di più» che oggi mi sembra particolarmente prezioso.
Giovanni annota che, «da quell’ora, il discepolo la prese con sé». L’espressione greca permette una profondità maggiore rispetto alla semplice idea di condurla materialmente nella propria casa. Giovanni Paolo II la interpreta dicendo che il cristiano accoglie Maria «fra le sue cose proprie» e la introduce nello spazio della propria vita interiore, nel proprio io umano e cristiano. Non si tratta quindi soltanto di offrire un tetto alla Madre di Gesù; il discepolo accoglie dentro la propria esistenza una relazione che Cristo gli consegna proprio nel momento supremo della sua Pasqua. (Redemptoris Mater, n. 45)
Questa prospettiva aiuta anche a comprendere correttamente la devozione mariana.
Maria non entra nella vita cristiana come un’aggiunta collocata accanto a Cristo, quasi fosse necessario completare con un’altra presenza ciò che il Figlio non sarebbe capace di offrire. La sua maternità nasce precisamente dalla relazione con Cristo e rimane interamente dipendente da lui. Il Catechismo afferma che il ruolo di Maria nella Chiesa è inseparabile dalla sua unione con il Figlio e da essa deriva direttamente. È una precisazione decisiva, perché impedisce di trasformare la devozione mariana in un sistema autonomo e permette invece di comprenderla dentro il mistero stesso della redenzione. (Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 963-964)
Sul Calvario Maria non prende il posto di Cristo. È Cristo che la dona.
Il movimento parte sempre da lui. Il Figlio vede la Madre e il discepolo, pronuncia la parola che li affida reciprocamente e permette che, da quel momento, la maternità di Maria entri nella vita di chi lo segue. La tradizione cattolica ha riconosciuto in questo gesto qualcosa che supera la vicenda personale di Giovanni, tanto che il Catechismo, raccogliendo l’insegnamento conciliare, parla di Maria come Madre di Cristo e Madre della Chiesa. (Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 963-964)
Questo non significa cancellare la concretezza storica della scena evangelica per trasformarla subito in un’allegoria. Prima di diventare figura del discepolo, Giovanni è realmente un uomo che sta ai piedi della Croce e che riceve una responsabilità concreta. Proprio questa concretezza permette però alla scena di aprirsi a una dimensione più ampia, perché l’evangelista non racconta semplicemente che Maria venne sistemata presso una famiglia dopo la morte del Figlio. Insiste sull’ora e sull’accoglienza, due elementi che nel Vangelo di Giovanni possiedono una densità particolare.
L’«ora» è il tempo verso il quale tutta la vita di Gesù si è progressivamente orientata.
A Cana egli aveva detto a Maria che la sua ora non era ancora venuta. Nel corso del Vangelo quell’ora si avvicina e, quando la Passione incomincia, Gesù sa che è giunto il momento di passare da questo mondo al Padre. È dentro quell’ora che Maria ricompare accanto al Figlio e riceve una maternità che ormai si estende oltre il rapporto naturale con Gesù.
La Madre che aveva accolto il Verbo nell’Annunciazione viene ora consegnata al discepolo mentre il Verbo incarnato porta a compimento la propria missione.
C’è una continuità profonda tra questi due momenti. A Nazaret Maria aveva aperto la propria vita alla parola di Dio senza possedere in anticipo la forma concreta che quella parola avrebbe assunto. Sul Calvario si trova davanti al compimento di una promessa che attraversa il dolore e supera radicalmente ogni immagine che avrebbe potuto costruire. Anche qui la sua risposta prende la forma della presenza: rimane unita al Figlio quando tutto ciò che vede sembra contraddire ciò che aveva creduto.
Per questo la memoria dell’Addolorata riguarda molto più del dolore materno davanti alla morte di un figlio.
Quel dolore è reale e sarebbe quasi disumano spiritualizzarlo troppo rapidamente. Maria assiste alla tortura e alla morte di colui che ha portato nel grembo, cresciuto e seguito. La fede cristiana non ha bisogno di attenuare la sofferenza per renderla santa. Il Concilio parla infatti di una Maria che soffre profondamente con il suo Unigenito e si associa con animo materno al suo sacrificio. Il suo stare sotto la Croce diventa una forma di fede precisamente perché attraversa il dolore senza separarsi dal Figlio. (Lumen gentium, n. 58)
Qui anche noi possiamo riconoscere qualcosa della nostra esperienza.
Ci sono momenti nei quali la fede non ci permette di modificare la realtà che stiamo vivendo. Non restituisce immediatamente la persona perduta, non elimina una malattia, non ricompone automaticamente una relazione ferita e non ci offre sempre una spiegazione capace di rendere comprensibile ciò che accade. Rimane però una possibilità decisiva: continuare a stare dentro la relazione con Cristo quando non possediamo altro che quella relazione.
Maria sotto la Croce mostra questa forma della fedeltà.
Ed è proprio allora che il discepolo la riceve.
Questo particolare cambia anche il modo in cui possiamo pensare l’affidamento a Maria. Non è innanzitutto un gesto sentimentale attraverso il quale cerchiamo una protezione supplementare nei momenti difficili. È l’accoglienza di una relazione che ci educa a vivere dentro la stessa logica di fede della Madre. Giovanni Paolo II parlava infatti della «dimensione mariana della vita di un discepolo di Cristo», indicando nell’affidamento filiale una risposta all’amore ricevuto sul Golgota. (Redemptoris Mater, n. 45)
Accogliere Maria «con sé» significa allora permettere che la sua maniera di stare davanti a Cristo interroghi anche la nostra.
Maria non trattiene il Figlio per sé. Non utilizza il proprio rapporto con lui per sottrarlo alla missione ricevuta dal Padre e non trasforma il dolore in una pretesa. Rimane, accompagna, custodisce e riceve ciò che Cristo le affida. La sua maternità spirituale nasce dentro questa totale appartenenza al Figlio e conserva per questo un carattere profondamente cristologico.
È anche il motivo per cui una sana devozione mariana non allontana dalla Scrittura, dall’Eucaristia o dalla vita ecclesiale.
Se Maria viene accolta secondo il posto che il Vangelo le assegna, conduce continuamente verso Cristo. La sua ultima parola pronunciata nel Vangelo di Giovanni prima della Passione rimane quella rivolta ai servi di Cana: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». La Madre non trattiene lo sguardo su di sé; insegna al discepolo ad ascoltare il Figlio.
In questo senso il «prenderla con sé» possiede anche una dimensione molto concreta.
Può significare imparare da Maria una forma di ascolto della Parola che non pretende di comprenderla tutta immediatamente. Può significare custodire ciò che Dio compie quando ancora non ne vediamo il significato, come ella aveva fatto tante volte conservando gli avvenimenti nel cuore. Può significare rimanere accanto alla Croce senza trasformare il dolore in rancore e vivere la speranza senza pretendere che essa coincida con la rimozione immediata della sofferenza.
Sono atteggiamenti che appartengono profondamente alla vita del discepolo.
Forse proprio per questo la Chiesa ha collocato la memoria dell’Addolorata immediatamente dopo la festa dell’Esaltazione della Croce. Ieri abbiamo contemplato il legno sul quale Cristo ha vinto donando la propria vita; oggi guardiamo una donna che quella vittoria non la vede ancora nella luce della Risurrezione e che deve attraversare il sabato del dolore continuando a credere.
La sua presenza impedisce di trasformare la Croce in una teoria.
Il Calvario ha un costo umano. Ferisce corpi, relazioni e affetti. La salvezza cristiana non nasce da una formula capace di rendere indolore il mondo, perché passa attraverso il Figlio realmente crocifisso e una Madre realmente trafitta dal dolore. Proprio dentro questa realtà Dio prepara una nuova comunione: dal Crocifisso nasce una relazione nella quale Maria viene consegnata al discepolo e il discepolo viene consegnato a lei.
Il dolore, quindi, non possiede l’ultima parola sulla scena.
L’ultima parola è una consegna.
Gesù, mentre tutto gli viene tolto, continua a donare. Dona Maria a Giovanni e Giovanni a Maria, creando dentro l’ora della morte un legame che appartiene già alla vita nuova. È forse questo uno degli aspetti più belli del racconto: la Croce, proprio quando sembra il luogo della dispersione, diventa il luogo nel quale Cristo genera una comunione.
Da quell’ora Giovanni la prese con sé.
È una frase breve che può accompagnare anche la nostra preghiera di oggi. Non ci chiede di moltiplicare formule o pratiche devozionali per dimostrare qualcosa. Ci invita a domandarci quale spazio abbia realmente Maria nella nostra maniera di vivere il rapporto con Cristo e se siamo disposti ad accogliere quella maternità secondo la forma che Gesù stesso le ha dato.
Perché prendere Maria con sé significa, in ultima analisi, accogliere una Madre che continua a riportarci al Figlio.
Nel giorno dell’Addolorata, mentre rimaniamo ancora ai piedi della Croce, possiamo comprendere meglio che questo dono non appartiene alla periferia della vita cristiana. Nasce nell’ora stessa in cui Cristo porta a compimento la propria missione e viene consegnato a un discepolo che, proprio accogliendo la Madre, entra ancora più profondamente dentro ciò che il Maestro gli sta affidando.
Maria rimane sotto la Croce.
Giovanni la accoglie.
E la Chiesa, attraverso i secoli, continua a riconoscere in quel gesto una parola rivolta anche a lei: il Crocifisso non lascia i suoi discepoli soli, perché dentro il mistero della sua Pasqua continua a generare relazioni capaci di custodire la fede fino al giorno della Risurrezione.
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