don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

Il mio augurio a Leone XIV nel giorno del suo settantesimo compleanno, il primo da Papa

Cari amici, oggi Papa Leone XIV compie settant’anni. È il suo primo compleanno da quando, l’8 maggio scorso, si è affacciato dalla Loggia centrale di San Pietro come Successore di Pietro, e la data nella quale ricorre questo anniversario possiede una singolare consonanza con il ministero che gli è stato affidato: il 14 settembre la Chiesa celebra l’Esaltazione della Santa Croce.

Non ho bisogno di trasformare una coincidenza del calendario in un segno provvidenziale per sentire quanto essa sia suggestiva. Il compleanno è normalmente il giorno nel quale si celebra la vita ricevuta; la liturgia di oggi ci conduce invece davanti allo strumento sul quale Cristo ha consegnato la propria. Nel mistero cristiano le due cose finiscono per incontrarsi, perché proprio là dove la vita viene donata fino alla fine si manifesta quella vita nuova che nessuna morte può più trattenere.

Leone XIV ha parlato questa mattina della Croce partendo da Nicodemo, l’uomo che va da Gesù nella notte perché cerca una luce capace di orientarlo. Cristo gli rivela che il Figlio dell’uomo dovrà essere innalzato e gli consegna una delle parole più profonde del Vangelo: Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chi crede in Lui abbia la vita eterna. La Croce viene così sottratta a ogni interpretazione semplicemente doloristica e appare per ciò che è nel cuore della fede cristiana: il luogo nel quale l’amore di Dio entra nella ferita dell’uomo e la attraversa fino in fondo.

Mi sembra significativo che proprio questa Parola accompagni oggi il Papa nel suo settantesimo compleanno. Quando Leone XIV si presentò alla Chiesa e al mondo, le prime parole che pronunciò furono un saluto di pace. Non era una formula scelta per l’occasione e nei mesi successivi abbiamo visto quanto quel tema sia diventato una delle linee più riconoscibili del suo ministero. La pace alla quale richiama con insistenza non nasce da un generico desiderio di tranquillità internazionale e neppure da quella prudenza diplomatica che cerca semplicemente di tenere insieme interessi contrapposti. La pace cristiana possiede una sorgente più esigente, perché viene dal Risorto che porta ancora nel proprio corpo le ferite della Passione.

Proprio per questo oggi la Croce aiuta a comprendere meglio anche la pace di cui parla il Papa. Il mondo cerca spesso la pace attraverso l’equilibrio delle forze e continua a prepararla accumulando strumenti capaci di distruggere. La logica evangelica percorre una strada diversa: Cristo spezza il ciclo della violenza assumendone su di sé il peso e impedendo che il male ricevuto diventi altro male da restituire. La Croce non glorifica la sofferenza e non invita le vittime a rassegnarsi all’ingiustizia; rivela fino a che punto Dio sia disposto ad entrare nella storia ferita dell’uomo per interrompere dall’interno quella catena attraverso la quale ogni violenza cerca una nuova giustificazione.

Se questa è la pace cristiana, comprendiamo anche quanto sia impegnativo per Pietro diventarne servitore. Il Papa non possiede eserciti da muovere e non dispone dei mezzi con cui le grandi potenze cercano di determinare la storia. Porta una parola che può apparire fragile proprio perché non costringe nessuno. Può chiedere che le armi tacciano, richiamare il diritto dei popoli e ricordare il valore della vita umana; può incontrare chi governa e continuare a pronunciare parole che sembrano troppo deboli davanti al rumore delle guerre. La forza di quel ministero nasce dalla Croce, dove anche Cristo appare disarmato e proprio in quella apparente impotenza rivela una signoria che il mondo non riesce a comprendere secondo le proprie categorie.

Forse il primo augurio che possiamo fare oggi a Leone XIV nasce proprio da qui: che non abbia mai paura della debolezza evangelica del ministero ricevuto. Il Successore di Pietro conosce certamente il peso delle decisioni, le pressioni che arrivano da parti diverse e le aspettative spesso contraddittorie che vengono proiettate sul Papa. Ogni parola viene analizzata, ogni gesto interpretato e perfino un silenzio può diventare materia per attribuirgli intenzioni che forse non ha mai avuto. Dentro questa esposizione continua, la tentazione più sottile potrebbe essere quella di misurare l’efficacia del ministero attraverso il consenso che riesce a ottenere.

La Croce libera anche da questa misura. Cristo non salva perché riesce a convincere tutti. Sul Calvario rimane fedele al Padre proprio mentre molte delle persone che lo avevano seguito sono scomparse e coloro che gli rimangono accanto non possono modificare ciò che sta accadendo. L’efficacia cristiana possiede tempi che raramente coincidono con quelli del successo immediato, e il ministero petrino conserva la propria fecondità quando continua a servire la fede della Chiesa anche nelle ore in cui la parola pronunciata incontra resistenza.

Il Papa oggi ha ringraziato quanti lo hanno ricordato nella preghiera. Mi sembra un dettaglio molto bello, perché ci ricorda quale sia il dono più autenticamente ecclesiale che possiamo offrirgli nel giorno del compleanno. Possiamo naturalmente esprimergli affetto e gratitudine; rimane soprattutto un uomo al quale è stato affidato un ministero che nessuno potrebbe portare contando soltanto sulle proprie capacità. Pregare per il Papa significa riconoscere che anche Pietro ha bisogno di essere sostenuto dalla grazia e dalla fede della Chiesa.

La sua età rende questa consapevolezza ancora più concreta. Settant’anni non sono soltanto un numero da festeggiare. Portano dentro una storia già lunga, con gli incontri, le responsabilità e le prove attraverso le quali una persona è diventata ciò che oggi è. Robert Francis Prevost arriva alla Cattedra di Pietro con quella storia e, nello stesso tempo, da pochi mesi sta imparando una forma di vita che nessun incarico precedente poteva preparargli completamente.

Anche un Papa deve progressivamente abitare il ministero che ha ricevuto. Credo che questo possa renderci più sobri anche nel modo con cui osserviamo il suo pontificato. Nei primi mesi abbiamo già visto nascere letture che cercano di stabilire rapidamente quale Papa sarà, a quale predecessore assomiglierà e quale orientamento prenderà nei grandi temi ecclesiali. È un riflesso comprensibile, soprattutto in un tempo nel quale abbiamo bisogno di classificare ogni persona prima ancora di averle concesso il tempo di manifestarsi.

La festa della Croce suggerisce un’altra pazienza. Il ministero di Pietro si comprenderà dai frutti che matureranno nel tempo, dalla fedeltà con cui confermerà i fratelli e dalla capacità di custodire l’unità della Chiesa quando questa unità sarà sottoposta alla prova delle tensioni reali. La Croce che oggi la liturgia innalza davanti al Papa e davanti a tutti noi ricorda che l’unità cristiana possiede un prezzo: chiede di rinunciare alla tentazione di costruire la Chiesa secondo la propria parte e di accettare continuamente di essere ricondotti a Cristo.

Forse è qui che il tema della pace e quello dell’unità ecclesiale finiscono per incontrarsi. Non esiste una pace autentica costruita sull’eliminazione dell’altro, così come non esiste una vera unità cattolica ottenuta semplicemente facendo tacere le differenze. La comunione cresce quando la verità viene servita nella carità e quando ciascuno accetta che la propria posizione venga giudicata dalla Croce di Cristo prima di diventare criterio per giudicare gli altri.

Nel pomeriggio di questa stessa giornata Leone XIV presiederà a San Paolo fuori le Mura la commemorazione ecumenica dei martiri e dei testimoni della fede del XXI secolo. Anche questo appuntamento appartiene profondamente al significato della festa: uomini e donne provenienti da diverse confessioni cristiane hanno versato il sangue per Cristo e, proprio nella loro testimonianza, hanno mostrato un’unità che le nostre divisioni storiche non riescono a cancellare. La Croce non relativizza la verità della fede; conduce fino al luogo nel quale la verità viene testimoniata attraverso una vita consegnata.

È forse il regalo più serio che questo giorno offre al Papa nel suo compleanno. La Chiesa che gli è stata affidata non ha anzitutto bisogno di essere collocata dentro le nostre categorie ideologiche. Ha bisogno di rimanere davanti a Cristo, perché soltanto da Lui può ricevere la forma della propria unità e la libertà necessaria per annunciare una pace che non sia semplice retorica.

Per questo oggi il mio augurio a Leone XIV è molto semplice e nasce dalla festa che la Chiesa celebra. Che il Signore gli conceda di custodire quella pace con cui si è presentato al mondo, lasciando che essa venga continuamente purificata dalla Croce. Che possa servire l’unità senza confonderla con l’uniformità e portare il peso del ministero senza cercare nella popolarità la misura della propria fedeltà. Soprattutto, che nelle ore luminose e in quelle più faticose possa rimanere vicino a Colui che ha affidato a Pietro la propria Chiesa e che continua a guidarla anche quando il mare diventa difficile.

Questa mattina il Papa, quasi con un sorriso, ha detto alla piazza che sembrava sapessero tutti del suo settantesimo compleanno e ha ringraziato per le preghiere. A quelle preghiere aggiungo volentieri la mia. Buon compleanno, Santità. Nel giorno in cui la Chiesa innalza la Croce, le auguro che proprio da quella Croce continui a venire la pace con la quale ha iniziato il suo ministero, una pace ricevuta da Cristo e consegnata alla Chiesa.

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