don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

LA CRISI NON COMINCIÒ CON IL CONCILIO: TRE LETTURE A CONFRONTO

Cari amici, quando si parla della crisi attraversata dalla Chiesa negli ultimi sessant’anni, il Concilio Vaticano II finisce quasi inevitabilmente al centro della discussione. Per alcuni rappresenta l’origine della frattura; per altri rimane una promessa ancora incompiuta, frenata da resistenze che ne avrebbero impedito la piena realizzazione. Tra queste due letture esiste uno spazio più difficile da abitare, perché obbliga a guardare la storia senza trasformarla in un processo nel quale il verdetto sia stato deciso prima di esaminare i fatti.

Che una crisi sia esplosa nel cattolicesimo occidentale negli anni successivi al Concilio è difficile negarlo.

I numeri delle vocazioni italiane, per esempio, sono impressionanti. Nel 1969 le ordinazioni di sacerdoti diocesani furono 740; nel 1972 erano già scese a 558 e nel 1977 arrivarono a 388. Nello stesso periodo diminuì drasticamente anche il numero dei seminaristi maggiori. Sono dati che descrivono una trasformazione ecclesiale profonda e che sarebbe inutile attenuare per difendere una determinata interpretazione del Vaticano II.

La domanda, però, viene dopo il dato: perché accadde?

È qui che le letture si dividono.

Una prima interpretazione, diffusa negli ambienti tradizionalisti, vede nel Concilio l’evento che avrebbe aperto le porte alla crisi. Il cambiamento del linguaggio ecclesiale, la riforma liturgica, l’ecumenismo, il nuovo rapporto con il mondo moderno e la libertà religiosa avrebbero indebolito progressivamente certezze che fino a quel momento avevano garantito compattezza alla vita cattolica.

Questa lettura possiede un punto di forza che sarebbe sbagliato liquidare: richiama l’attenzione sulla coincidenza cronologica tra il grande processo di riforma ecclesiale e una crisi rapidamente visibile nella disciplina, nelle vocazioni, nella pratica religiosa e nell’identità sacerdotale.

Una coincidenza cronologica, però, non è ancora una spiegazione causale.

Dire che due fenomeni avvengono nello stesso periodo non significa aver dimostrato che uno abbia prodotto l’altro. Occorre chiedersi quale fosse la situazione della Chiesa prima del 1962 e quale trasformazione stesse attraversando la società occidentale nella quale quella Chiesa viveva.

Ed è qui che il quadro diventa più complesso.

Le tensioni teologiche che sarebbero emerse durante e dopo il Vaticano II non nacquero improvvisamente nell’aula conciliare. Nel 1950 Pio XII pubblicò l’enciclica Humani generis proprio perché nella teologia cattolica circolavano già orientamenti che ponevano problemi seri riguardo al relativismo dogmatico, allo storicismo, all’uso di alcune filosofie contemporanee e al modo di interpretare la Scrittura e la Tradizione.

Il Concilio non inventò quelle domande. Le incontrò.

Anche la società nella quale la Chiesa si preparava a celebrare il Vaticano II stava cambiando con una velocità straordinaria. Urbanizzazione, industrializzazione, sviluppo dei mezzi di comunicazione, trasformazione della famiglia e dei costumi, crescita dell’istruzione e progressiva autonomia della cultura dalle istituzioni religiose stavano modificando il tessuto nel quale il cattolicesimo europeo aveva vissuto per generazioni.

Questo non dimostra che tutto ciò che avvenne nel postconcilio fosse inevitabile. Significa però che la Chiesa del 1962 non era una realtà immobile improvvisamente sconvolta da un Concilio. Era già entrata in un passaggio storico profondo.

Una seconda lettura interpreta la crisi nella direzione opposta.

Secondo questa prospettiva, il problema sarebbe consistito nel fatto che il Vaticano II non venne applicato abbastanza. Le difficoltà successive deriverebbero dalle resistenze di una struttura ecclesiale ancora troppo legata al passato, incapace di assumere fino in fondo la riforma conciliare. La risposta alla crisi consisterebbe quindi nel proseguire con maggiore decisione il cammino iniziato negli anni Sessanta.

Anche questa interpretazione coglie qualcosa di reale.

Ogni grande Concilio richiede un lungo periodo di ricezione. Il Vaticano II introdusse orientamenti pastorali, ecclesiologici e liturgici che non potevano essere assimilati in pochi anni. Alcune riforme furono ricevute superficialmente; altre vennero applicate con improvvisazioni che avevano poco a che vedere con i testi conciliari.

Eppure anche questa lettura rischia di diventare ideologica quando ogni difficoltà viene attribuita al fatto che il Concilio sarebbe rimasto incompiuto.

Se dopo decenni ogni problema continua a ricevere la stessa spiegazione, cioè che occorre semplicemente «più Concilio», la domanda sul modo in cui il Concilio è stato interpretato e applicato rischia di non essere mai realmente posta.

Esiste allora una terza lettura, meno rassicurante perché non offre un colpevole unico.

Il Concilio Vaticano II entra dentro una crisi della modernità occidentale che lo precede, cerca di offrire alla Chiesa gli strumenti per affrontarla e, nel periodo della sua ricezione, si trova coinvolto in trasformazioni molto più rapide di quanto i Padri conciliari potessero prevedere.

In questo processo accadde anche che alcune tensioni già presenti venissero accelerate.

Il Concilio volle rinnovamento. Nel postconcilio, in alcuni ambienti, il rinnovamento fu interpretato come possibilità di oltrepassare ciò che era stato ricevuto. Il Concilio volle una partecipazione liturgica più piena; in alcune esperienze la liturgia diventò terreno di sperimentazione. Volle un rapporto rinnovato con il mondo contemporaneo; talvolta quel rapporto si trasformò in una rincorsa culturale. Volle valorizzare la responsabilità dei fedeli; in alcuni contesti il linguaggio della partecipazione venne letto attraverso categorie puramente sociologiche.

Questi fenomeni appartengono alla storia della ricezione del Vaticano II. Negarli sarebbe ingenuo.

Attribuirli direttamente ai testi conciliari sarebbe altrettanto semplicistico.

Benedetto XVI, nel discorso alla Curia del 22 dicembre 2005, individuò forse il punto decisivo parlando di due interpretazioni che si erano confrontate nel postconcilio: l’ermeneutica della discontinuità e della rottura e l’ermeneutica della riforma.

La prima tendeva a vedere nel Vaticano II una cesura capace di autorizzare una Chiesa diversa da quella precedente. È interessante che questa interpretazione sia stata utilizzata da due fronti ecclesiali opposti: da quanti vedevano nella rottura una liberazione e da quanti la consideravano una catastrofe.

Gli uni dicevano: finalmente la Chiesa è cambiata.

Gli altri rispondevano: proprio per questo il Concilio ha tradito la Tradizione.

Entrambi partivano dallo stesso presupposto: che il Vaticano II avesse creato una frattura.

Benedetto XVI propose una lettura diversa. La Chiesa può conoscere riforme reali, anche profonde, rimanendo lo stesso soggetto ecclesiale che attraversa la storia. Continuità non significa immobilità; riforma non significa rifondazione.

Questo criterio permette anche di affrontare con maggiore serenità la crisi.

Non abbiamo bisogno di dichiarare il Concilio innocente di qualsiasi conseguenza storica, come se un evento ecclesiale di tale portata potesse essere separato da ciò che accadde nella sua ricezione. Abbiamo ancora meno bisogno di trasformarlo nel responsabile unico di processi culturali, teologici e sociali che erano già in movimento.

Occorre distinguere il Concilio dai suoi testi, i testi dalla loro interpretazione, l’interpretazione dalla loro applicazione concreta e tutto questo dal più vasto processo di secolarizzazione che attraversava l’Occidente.

La storia diventa inevitabilmente meno comoda.

Il crollo delle vocazioni resta. La diminuzione della pratica religiosa resta. La crisi dell’identità sacerdotale e religiosa resta. Restano gli abbandoni, le sperimentazioni liturgiche arbitrarie e gli anni nei quali sembrò che tutto ciò che proveniva dal passato dovesse giustificare la propria esistenza davanti al tribunale del nuovo.

Resta anche un altro dato: molte delle questioni che esplosero allora esistevano prima del Concilio, e proprio la convocazione del Vaticano II mostra che Giovanni XXIII e l’episcopato mondiale avvertivano già la necessità di interrogarsi sul modo in cui la Chiesa avrebbe annunciato il Vangelo dentro un mondo profondamente mutato.

Forse la domanda più corretta, quindi, non è: «Il Concilio ha provocato la crisi?».

È troppo grande per ricevere una risposta seria con un sì o con un no.

La domanda diventa piuttosto: quali crisi erano già presenti, quali furono affrontate dal Concilio, quali emersero durante la sua ricezione e quali vennero aggravate da interpretazioni che andarono oltre i testi?

Solo così il Vaticano II può uscire dal tribunale delle tifoserie e tornare a essere un evento della storia della Chiesa che chiede studio, discernimento e una ricezione ancora capace di purificarsi.

A sessant’anni di distanza possiamo permetterci questa libertà.

Possiamo riconoscere i frutti senza proclamare una primavera permanente. Possiamo riconoscere le ferite senza dichiarare il Concilio responsabile di ogni male successivo. Possiamo soprattutto smettere di chiedere alla storia di confermare le nostre appartenenze ecclesiali.

La crisi non cominciò in un giorno dell’ottobre 1962.

E neppure finirà trovando un unico imputato.

Comprenderla significa guardare più lontano, perché solo una diagnosi vera permette alla Chiesa di discernere ciò che deve custodire, ciò che deve correggere e ciò che, finalmente, deve avere il coraggio di lasciare alla storia.

Pio XII, Humani generis
Benedetto XVI, Discorso alla Curia romana, 22 dicembre 2005

Rispondi

Scopri di più da Due palmi sopra il cuore

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere