Cari amici, qualche giorno fa ho scritto della fatica e della solitudine che possono attraversare la vita di un sacerdote. Non immaginavo che quella riflessione avrebbe avuto una risonanza così ampia. Mi hanno scritto diversi confratelli, alcuni conosciuti e altri mai incontrati. Sono arrivati messaggi molto semplici, richieste di amicizia sui social, qualche confidenza affidata quasi sottovoce. In alcune parole tornava una stessa sensazione: il bisogno di trovare un luogo nel quale poter essere sacerdoti senza dover essere continuamente personaggi sacerdotali.
La morte tragica di don Matteo Balzano aveva riaperto una ferita che sarebbe ingiusto trasformare in una spiegazione della sua vicenda personale. Davanti a un gesto estremo occorre rispettare un mistero dell’animo umano che nessuno può pretendere di decifrare dall’esterno. Nell’omelia delle esequie, mons. Franco Giulio Brambilla scelse una strada che continuo a ritenere sapiente: invece di offrire risposte che nessuno possedeva, invitò i sacerdoti ad ascoltarsi maggiormente, a dirsi la verità con semplicità e a non nascondere le sofferenze più intime.
Quelle parole sono rimaste dentro di me perché indicano una questione che precede ogni organizzazione pastorale: come sono le nostre relazioni?
Possiamo avere presbitèri efficienti, calendari pieni, riunioni frequenti e strumenti di comunicazione capaci di raggiungerci in pochi secondi. Possiamo conoscere perfettamente gli incarichi degli altri e ignorare quasi completamente ciò che stanno vivendo.
La fraternità sacerdotale comincia quando il confratello cessa di essere una funzione nel sistema ecclesiale e torna a essere una persona affidata anche alla mia carità.
Durante la Giornata di santificazione sacerdotale celebrata a Collevalenza il 5 giugno 2025, mentre ascoltavo il cardinale Angelo De Donatis, tornò con forza il tema della solitudine del sacerdote e del bisogno di una fraternità capace di diventare vita concreta. Mi colpì perché, nel ministero, la parola fraternità compare continuamente. È presente nei documenti, nelle giornate del clero, nei programmi di formazione. Il problema nasce quando resta una parola ecclesiasticamente impeccabile e umanamente disabitata.
Io ho avuto la grazia, negli ultimi anni, di imparare qualcosa su questo tema nella maniera meno accademica possibile: vivendo insieme a un confratello molto anziano.
Don Peppino ed io apparteniamo a mondi diversi. La differenza di età basterebbe da sola a renderlo evidente. Abbiamo sensibilità ecclesiali differenti e qualche volta anche modi diversi di interpretare ciò che accade nella Chiesa. Discutiamo. Ci pungiamo. Capita che uno trovi incomprensibile il ragionamento dell’altro.
Eppure viviamo insieme.
Con gli anni ho scoperto che la comunione non nasce quando finalmente due persone smettono di essere differenti. Nasce quando la differenza non impedisce più di volersi bene.
Nella vecchiaia di un confratello questa verità diventa molto concreta. Il corpo rallenta, l’autonomia diminuisce, alcune cose che prima erano normali diventano faticose. Chi vive accanto deve imparare una pazienza che non compare nei trattati sul presbiterio. Anche chi riceve aiuto deve attraversare la fatica di lasciarsi aiutare.
Dentro questa quotidianità si crea qualcosa che nessun programma può produrre artificialmente: la familiarità.
Ci sono giorni nei quali basta uno sguardo. Altri in cui occorre sopportarsi. Ci sono momenti in cui si parla a lungo e altri nei quali la cosa più fraterna è lasciare l’altro in pace. Lentamente si impara che il confratello non deve corrispondere alle nostre aspettative per meritare la nostra vicinanza.
Forse sono proprio queste le relazioni sante.
Non relazioni idealizzate, costruite tra persone sempre equilibrate e spiritualmente perfette. Relazioni nelle quali la grazia entra nella realtà concreta di due libertà, con le loro differenze e le loro ferite, e impedisce che la diversità diventi estraneità.
C’è però un problema che diversi sacerdoti mi hanno fatto percepire con chiarezza.
Negli ultimi decenni gli scandali che hanno ferito la Chiesa hanno reso necessarie una maggiore vigilanza, norme più precise e una cultura della tutela che nessuna persona ragionevole vorrebbe mettere in discussione. Le vittime hanno pagato un prezzo troppo alto perché si possa anche solo immaginare un ritorno a stagioni nelle quali ciò che era grave veniva taciuto per proteggere l’istituzione.
Accanto a questo bene necessario è cresciuta, in alcuni ambienti, una conseguenza diversa: la paura della relazione.
Un sacerdote può cominciare a domandarsi se una manifestazione spontanea di affetto verrà fraintesa, se una vicinanza educativa sarà letta con sospetto, se una confidenza potrà un giorno essere interpretata fuori dal suo contesto. La prudenza, che è una virtù, rischia così di trasformarsi lentamente in distanza.
Quando ogni relazione viene percepita anzitutto attraverso il possibile rischio che contiene, il cuore impara a difendersi.
Ed è precisamente qui che dobbiamo essere molto attenti.
La risposta agli abusi non può consistere nella sterilizzazione delle relazioni umane. La Chiesa deve essere un luogo sicuro proprio perché le relazioni sono limpide, ordinate e custodite, non perché nessuno osa più avvicinarsi a nessuno.
Un sacerdote ha bisogno di relazioni affettivamente mature. Ha bisogno di confratelli che conoscono qualcosa della sua vita reale. Ha bisogno di amicizie nelle quali non debba continuamente recitare la parte di colui che possiede una risposta.
Il celibato non rende superfluo il bisogno umano di essere conosciuti e amati. Lo orienta dentro una forma particolare di consegna. Quando questa dimensione viene negata, essa non scompare. Cerca semplicemente altre strade, qualche volta meno ordinate e più pericolose.
Per questo una fraternità sacerdotale vera protegge anche il celibato.
Non perché la vita comune o l’amicizia eliminino automaticamente le crisi, bensì perché un cuore che vive dentro relazioni sane ha meno bisogno di costruire compensazioni segrete. Può parlare prima che una fatica diventi isolamento. Può ricevere una correzione senza sentirla come una condanna. Può riconoscere una vulnerabilità senza pensare di avere già fallito la propria vocazione.
Esiste poi una relazione ancora più delicata: quella tra il sacerdote e il proprio vescovo.
Qui bisogna evitare giudizi facili.
Conosco abbastanza la vita ecclesiale per sapere quanto oggi sia complesso il ministero episcopale. Un vescovo deve affrontare responsabilità giuridiche crescenti, problemi amministrativi, questioni disciplinari e situazioni nelle quali una decisione può essere esposta immediatamente al giudizio pubblico. Anche lui può diventare profondamente solo.
Proprio per questo mi preoccupa quando la relazione tra vescovo e sacerdote finisce per assumere prevalentemente una forma amministrativa.
Il vescovo rischia di conoscere il prete soprattutto attraverso l’incarico che ricopre, il problema che presenta, la pratica che deve essere risolta. Il sacerdote, a sua volta, può cominciare a percepire il vescovo principalmente come colui che assegna, trasferisce, autorizza o corregge.
Quando accade, qualcosa dell’ecclesiologia si impoverisce.
Il rapporto tra vescovo e presbitero non nasce da un contratto di lavoro. Il presbiterio non è il personale dipendente di una diocesi. Nell’ordinazione esiste una comunione sacramentale che chiede di diventare anche relazione umana, conoscenza reciproca e fiducia.
Un sacerdote dovrebbe poter attraversare la porta del proprio vescovo anche quando non possiede un problema da risolvere.
Un vescovo dovrebbe poter telefonare a un proprio sacerdote anche quando non ha un incarico da affidargli.
Sembrano piccole cose. Probabilmente lo sono. La vita ecclesiale, come quasi tutta la vita umana, viene salvata molto più spesso dalle piccole cose di quanto i nostri documenti strategici siano disposti ad ammettere.
La stessa responsabilità riguarda noi sacerdoti.
È facile lamentarsi della distanza del vescovo e ignorare il confratello che vive a dieci chilometri. È facile desiderare un presbiterio più fraterno aspettando che qualcuno organizzi la fraternità. Una cena, una visita senza motivo, una telefonata fatta quando non serve nulla possono essere più efficaci di una nuova commissione sulla comunione presbiterale.
Nessun decreto può obbligare due persone a volersi bene.
La Chiesa può creare le condizioni perché gli incontri siano possibili. Alla fine, però, qualcuno deve bussare alla porta di qualcun altro.
Questo richiede anche di accettare che le relazioni sacerdotali non saranno tutte uguali. Non possiamo essere amici intimi di tutti. Sarebbe artificiale pretenderlo. Possiamo però evitare che le differenze teologiche, pastorali o caratteriali diventino autorizzazioni all’indifferenza.
Il confratello con il quale non condivido una sensibilità resta mio fratello nel sacerdozio.
Forse il presbiterio diventa davvero segno ecclesiale proprio qui: quando uomini che non si sono scelti scoprono di poter appartenere gli uni agli altri perché sono stati scelti dallo stesso Signore per servire lo stesso popolo.
Questo vale anche nei momenti in cui un sacerdote attraversa una crisi.
La prima risposta non dovrebbe essere l’indagine sulla sua efficienza. Occorre domandarsi come sta l’uomo.
Qualche volta avrà bisogno di riposo. In altri casi servirà un aiuto psicologico competente. Potrà essere necessaria una revisione degli incarichi o un accompagnamento spirituale più serio. Non esiste una ricetta unica, perché dietro la stessa parola “stanchezza” possono trovarsi realtà molto differenti.
Una cosa, però, dovrebbe essere sempre possibile: sapere che qualcuno resta.
La fraternità cristiana non promette di risolvere ogni sofferenza. Promette una presenza.
Quando ripenso ai messaggi ricevuti dopo le riflessioni di questi giorni, la cosa che mi impressiona maggiormente non è il numero. È la facilità con cui alcuni confratelli hanno sentito il bisogno di raccontare qualcosa di sé a una persona che conoscevano soltanto attraverso ciò che scriveva.
Questo dice che esiste una sete.
Forse abbiamo parlato moltissimo di strutture ecclesiali e troppo poco della qualità affettiva delle nostre relazioni.
Eppure il Vangelo passa anche da lì.
Un sacerdote che sa voler bene senza possedere, che sa lasciarsi aiutare senza vergognarsi e che sa rimanere accanto a un confratello senza doverlo aggiustare rende visibile qualcosa della comunione che predica.
Forse dovremmo tornare a considerare la fraternità sacerdotale una questione spirituale seria.
Non un’aggiunta piacevole alla vita ministeriale, quando rimane tempo.
È parte della forma stessa del ministero.
Cristo non ha mandato i suoi discepoli come individui autosufficienti. La Chiesa stessa nasce come comunione. Un sacerdote che progressivamente si abitua a vivere senza legami reali può continuare per molto tempo a svolgere correttamente tutte le proprie funzioni e, nello stesso tempo, vedere restringersi dentro di sé lo spazio nel quale il ministero rimane umano.
Per questo continuo a pensare alle relazioni sante.
Sono relazioni che non negano i confini e proprio per questo permettono la vicinanza. Non nascondono le fragilità e non trasformano la fragilità in identità. Lasciano spazio alla differenza e impediscono che la differenza diventi abbandono.
Sono relazioni nelle quali un prete può ancora dire a un altro prete: «Ti voglio bene».
Senza sospetto.
Senza vergogna.
Con quella semplicità con cui Cristo ha affidato i suoi discepoli gli uni agli altri.
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