Incontro del clero del 28 novembre 2024 presso il Santuario del Beato Pietro Bonilli a Cannaiola di Trevi
Il cammino di formazione del clero dell’Arcidiocesi di Spoleto-Norcia nell’anno pastorale 2024-2025 si è aperto il 28 novembre nel Santuario del Beato Pietro Bonilli a Cannaiola di Trevi. Quarantotto sacerdoti si sono raccolti attorno all’Arcivescovo mons. Renato Boccardo, che, dopo il canto dell’Ora Terza e la presentazione dei nuovi presbiteri giunti in diocesi, ha affidato la riflessione a mons. Paolo Giulietti, Arcivescovo di Lucca. Il Giubileo ormai vicino ha dato alla mattinata il suo orizzonte, mentre il pellegrinaggio ne è diventato la prima chiave di lettura.
Negli ultimi anni il camminare verso i luoghi sacri ha conosciuto una sorprendente riscoperta. Persone dalla storia religiosa molto diversa riprendono antiche vie, accettano la lentezza del passo e cercano, talvolta senza saperlo esprimere, un contatto più vero con se stesse e con ciò che dà senso alla vita. In una società abituata alla velocità e al dominio della tecnica, il pellegrinaggio interrompe il ritmo consueto e restituisce alla persona il peso del corpo, la concretezza della strada e il limite della propria energia.
La tradizione cristiana conosce bene questa esperienza. Per secoli si è camminato verso un santuario per venerare un santo, invocare una guarigione o affidare a Dio il desiderio di una conversione. Vi erano pellegrinaggi devozionali e penitenziali; talvolta il cammino veniva imposto anche come espiazione di una colpa. Pur nella varietà delle forme, la meta restava decisiva, poiché orientava i passi e impediva che il viaggio si chiudesse nella sola ricerca di sé.
Mons. Giulietti ha osservato che il pellegrinaggio contemporaneo tende spesso a porre al centro la trasformazione del soggetto che cammina. È un dato da accogliere con discernimento. Il viaggio interiore possiede un valore autentico quando conduce la persona oltre se stessa e la rende disponibile all’incontro con Dio; ridotto alla sola esplorazione delle proprie emozioni, rischierebbe di diventare una forma raffinata di turismo spirituale. Il pellegrinaggio cristiano custodisce insieme il cambiamento di chi parte e la realtà della meta verso la quale egli si dirige.
Il distacco inaugura questo processo. Lasciare per qualche giorno le abitudini e le sicurezze espone a un tempo meno controllabile. La fatica coinvolge tutta la persona e libera il cammino dall’illusione di essere un’esperienza puramente mentale. Anche il silenzio acquista una voce propria: quando il rumore si attenua, tornano a emergere domande che la vita quotidiana aveva coperto e può aprirsi uno spazio nel quale ascoltare Dio.
Solitudine e compagnia si alternano lungo la stessa strada. Ci sono passi che nessuno può compiere al posto nostro, perché ogni pellegrino deve attraversare personalmente le proprie paure e riconoscere ciò che abita nel cuore. La presenza degli altri preserva questo raccoglimento dall’isolamento. La fatica condivisa genera legami inattesi e insegna che nessuno giunge alla meta contando soltanto sulle proprie forze.
Anche la meraviglia appartiene alla pedagogia del cammino. La lentezza permette di vedere nuovamente il paesaggio e i volti incontrati, mentre la tradizione inserisce il pellegrino in una storia più grande. Le strade antiche conservano il passaggio di generazioni che hanno pregato e sofferto prima di noi. Percorrerle significa ricevere una memoria viva e aggiungere il proprio passo a una comunione che attraversa il tempo.
In questa esperienza il rito offre al cammino una forma e un linguaggio. I gesti della partenza, la preghiera lungo la via e l’ingresso nel santuario coinvolgono il corpo e dispongono all’incontro con il mistero. La sobrietà dei segni ne custodisce la forza, evitando di soffocarli con spiegazioni o iniziative incapaci di lasciare spazio a ciò che il pellegrino sta vivendo interiormente.
La relazione si è conclusa con una domanda rivolta direttamente alla pastorale diocesana: come accogliere chi giunge nei nostri santuari? Il pellegrino porta con sé una storia, una stanchezza reale e spesso un desiderio di cambiamento ancora privo di parole. Considerare il suo arrivo una perdita di tempo significherebbe lasciar cadere un’occasione evangelica. Una presenza discreta, un ascolto senza fretta e un gesto semplice di ospitalità possono aiutare quella persona a riconoscere la grazia che l’ha accompagnata lungo la strada.
Nel confronto seguito all’intervento, i sacerdoti hanno cercato di tradurre questa prospettiva nella preparazione al Giubileo, interrogandosi sui sussidi disponibili e sulla diffusione del pellegrinaggio anche fuori dall’Europa. È emersa soprattutto l’esigenza di rinnovare lo sguardo pastorale: prima di organizzare percorsi per gli altri, il presbiterio è chiamato ad accettare la condizione del pellegrino. Il Giubileo comincia così, lasciando che la grazia ci distacchi dalle abitudini e orienti nuovamente i nostri passi verso Cristo.

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