Cari amici, continuando a seguire la 76ª Settimana Liturgica Nazionale di Catania, mi sembra che le relazioni di queste prime giornate stiano facendo emergere una domanda sempre più precisa.

Per anni abbiamo dedicato molte energie alla preparazione dei sacramenti. Abbiamo organizzato catechesi, incontri con le famiglie, percorsi più o meno lunghi per accompagnare bambini e ragazzi alla Prima Comunione e alla Confermazione. La domanda che arriva da Catania è più radicale: abbiamo preparato a ricevere i sacramenti oppure abbiamo realmente iniziato alla vita cristiana?

Mons. Claudio Maniago aveva posto la questione già nella preghiera inaugurale: «l’obiettivo dell’itinerario di iniziazione cristiana non è il sacramento da celebrare, ma la vita cristiana che nasce dal sacramento celebrato». È una distinzione semplice e decisiva. Il sacramento non costituisce il traguardo di un corso. Da esso comincia una forma nuova dell’esistenza.

Andrea Lonardo, nella prolusione, ha ripreso una parola di Sacrosanctum Concilium che forse abbiamo sottolineato meno dell’altra. La liturgia è culmen, certamente. È anche fons. È sorgente. Lonardo osserva che tendiamo a considerarla soprattutto come espressione di una fede già maturata, mentre essa appartiene anche a ciò che genera la fede. Da qui nasce una conseguenza molto concreta: l’Eucaristia domenicale non può essere semplicemente un appuntamento aggiunto al percorso catechistico. Deve appartenere al processo attraverso il quale una persona impara a vivere da cristiana.

La relazione di don Francesco Cosentino ha dato a questa intuizione il suo fondamento teologico. Cosentino è partito da un’affermazione elementare soltanto in apparenza: «la liturgia è azione di Dio». La celebrazione nasce dall’opera sacerdotale di Cristo e dal suo mistero pasquale. Non è uno spazio affidato alla nostra autorealizzazione religiosa. È un dono nel quale veniamo introdotti. Proprio per questo Cosentino ha osservato con una certa franchezza che anche la creatività liturgica, quando perde il suo riferimento ecclesiale, può diventare espressione di ideologie personali e perfino di un «sottile narcisismo» che riporta al centro chi celebra.

Il punto, naturalmente, non è rendere la liturgia impersonale. È comprendere da dove nasce la sua forza. Nasce dalla Pasqua di Cristo. Nella celebrazione non ci limitiamo a ricordare che Cristo è morto ed è risorto. Veniamo introdotti sacramentalmente nel mistero della sua Pasqua, perché quella Pasqua raggiunga la nostra esistenza e le dia una forma nuova. Cosentino arriva così a parlare di una liturgia capace di generare la Chiesa come soggetto evangelizzatore. Se la celebrazione introduce realmente nella vita di Dio, chi ne viene raggiunto non può restare semplicemente spettatore di qualcosa che è accaduto. La vita ricevuta tende a diventare vita donata.

Qui si comprende meglio anche una delle provocazioni pastorali più interessanti della sua relazione. Cosentino parla di persone che tornano oggi ad affacciarsi sulla soglia della fede e racconta esperienze nelle quali proprio alcuni riti hanno «toccato e trasformato la vita». Questo obbliga a prendere sul serio la capacità iniziatica della liturgia. Una persona può essere raggiunta da un gesto celebrato con verità prima di possedere tutte le categorie necessarie per spiegarlo. Il rito può aprire una porta che la catechesi dovrà poi aiutare ad attraversare consapevolmente.

Pierangelo Muroni ha compiuto, a mio avviso, il passo successivo. La sua affermazione iniziale è stata esplicita: «tutta la liturgia è iniziazione cristiana». Non significa che ogni celebrazione sostituisca il catecumenato. Significa riconoscere che la liturgia possiede una struttura iniziatica propria. Attraverso la Parola e i segni sacramentali conduce dentro il mistero. Muroni richiama proprio Sacrosanctum Concilium 10: la liturgia è culmine verso cui tende l’azione della Chiesa ed è nello stesso tempo fonte dalla quale promana la sua energia.

Da questa prospettiva cambia anche il modo di guardare Battesimo, Confermazione ed Eucaristia. «Dal fonte alla mensa», titolo della relazione di Muroni, non indica semplicemente tre appuntamenti collocati in momenti diversi della crescita. Descrive un percorso unitario nel quale il cristiano viene progressivamente introdotto nella storia della salvezza e configurato a Cristo fino alla piena partecipazione eucaristica.

Qui tocchiamo uno dei problemi più concreti della nostra pastorale. La separazione dei sacramenti ha finito talvolta per produrre anche una separazione nella percezione dei fedeli. Il Battesimo diventa la festa della nascita, la Prima Comunione una festa dell’infanzia, la Cresima il sacramento che conclude il catechismo. L’unità profonda dell’iniziazione cristiana rischia di scomparire.

Muroni invita a recuperarla guardando soprattutto all’Eucaristia come compimento del cammino. È nell’unione al Corpo e al Sangue di Cristo che il credente entra pienamente nella forma pasquale della vita cristiana. La relazione tra Battesimo ed Eucaristia non è semplicemente cronologica. Il Battesimo tende verso una vita che diventa eucaristica, mentre l’Eucaristia continua a nutrire ciò che nel Battesimo è cominciato.

Mi sembra che proprio qui emerga uno dei risultati più fecondi della Settimana di Catania. Non basta essere preparati alla liturgia. Occorre essere formati dalla liturgia. E questa formazione avviene attraverso il rito stesso.

Muroni parla della necessità di «rialfabetizzarci ai segni». Fa esempi molto concreti: l’acqua battesimale deve poter essere percepita come acqua, la veste deve poter realmente vestire, il cero deve poter essere riconosciuto come luce. Il suo giudizio è molto chiaro: «i segni parlano nella liturgia molto più delle nostre parole». Quando li impoveriamo, finiamo poi per doverli spiegare continuamente.

Qui ritroviamo, senza bisogno di ripeterlo ancora una volta come protagonista dell’articolo, il percorso che Leone XIV sta facendo nelle catechesi su Sacrosanctum Concilium. Il Papa aveva insistito sul rito come mediazione ecclesiale e sulla necessità di lasciarsi educare dalla liturgia. A Catania quella intuizione sta cominciando a ricevere uno sviluppo pastorale concreto.

Forse dobbiamo allora rivedere anche una domanda che ritorna spesso nelle nostre comunità: come facciamo a trattenere i ragazzi dopo la Cresima? È possibile che la domanda arrivi troppo tardi.

Se per anni abbiamo presentato il sacramento come qualcosa da raggiungere, accompagnandolo con un percorso che termina precisamente quando il sacramento viene ricevuto, non possiamo stupirci se qualcuno interpreta quel giorno come la conclusione. L’iniziazione cristiana dovrebbe portare in un’altra direzione. Dovrebbe far scoprire che il sacramento apre una vita e che la liturgia domenicale continua a nutrirla.

Per questo il problema non è semplicemente trovare un metodo catechistico più efficace. Occorre recuperare una visione più profonda di ciò che accade quando la Chiesa celebra.

Il cristiano non nasce soltanto perché ha imparato alcune verità della fede. Diventa cristiano entrando progressivamente nella Pasqua di Cristo, lasciandosi raggiungere dalla sua Parola e ricevendo sacramentalmente la vita che da quella Pasqua sgorga.

Forse la domanda con cui tornare nelle nostre parrocchie, dopo queste prime giornate di Catania, potrebbe essere proprio questa:

le nostre comunità stanno preparando persone a ricevere dei sacramenti oppure stanno generando cristiani capaci di vivere di ciò che celebrano? La differenza, a ben vedere, è quasi tutta qui.

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Una risposta a “NON BASTA PREPARARE AI SACRAMENTI: LA LITURGIA DEVE FORMARE ALLA VITA CRISTIANA”

  1. Avatar Pierlorenzo Maletta
    Pierlorenzo Maletta

    Molto interessante il concetto di far vivere e spiegare la liturgia nelle sue parti, rendere più partecipi e coscenti i fedeli che per varie ragioni hanno perso il perché della liturgia fatta secondo un ben stabilito susseguirsi di avvenimenti e segni.

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