
Cari amici, dopo aver visto ieri come la Provvidenza intrecciò le vicende di don Gaetano Bonanni, mons. Francesco Albertini e don Gaspare del Bufalo, oggi compiamo un altro passo decisivo. Il 1814 non è soltanto l’anno del ritorno dall’esilio. È l’anno in cui un’intuizione sacerdotale comincia ad assumere la forma di una vera missione ecclesiale.
A metà febbraio don Gaspare rientra a Roma quasi inosservato, con il volto segnato dalla prova e una fede resa ancora più salda dall’esilio. Ritrova una città ferita e impoverita. Le invasioni napoleoniche hanno lasciato disordine nelle istituzioni, miseria tra il popolo e smarrimento nelle anime. Anche la Chiesa porta addosso i segni di quella lunga stagione.
Il 24 maggio torna a Roma anche Pio VII. Le cronache descrivono un giorno di grande commozione, con le strade gremite, le campane a festa e un popolo che accoglie il Pontefice con gratitudine. Quel ritorno non rappresenta soltanto la restaurazione dell’autorità papale. Segna la conclusione di una prova e l’inizio di una difficile opera di ricostruzione.
Pio VII sa che riprendere il governo dello Stato Pontificio non è sufficiente. Occorre ridare ordine alla vita civile, ravvivare la fede e raggiungere un popolo provato da anni di sconvolgimenti. Dentro questo scenario si comprende meglio il ruolo degli Operai Evangelici.
Don Gaetano Bonanni aveva radunato attorno a sé alcuni tra i sacerdoti più preparati e generosi del giovane clero romano, desiderosi di servire la Chiesa con una dedizione piena. Don Gaspare era ormai uno di loro.
Nel settembre del 1814 avviene un fatto di grande rilievo. Durante un’udienza particolare, il Papa convoca gli Operai Evangelici e affida loro l’incarico di predicare le Sante Missioni al popolo, conferendo il mandato di Missionari Apostolici.
Il passaggio è decisivo. Quello che fino a quel momento poteva apparire come un sodalizio di sacerdoti zelanti riceve dalla Chiesa una responsabilità precisa. L’intuizione maturata da Bonanni negli anni della prova viene riconosciuta come uno strumento utile per la rinascita spirituale del popolo cristiano.
In quel momento don Gaetano raccoglie il frutto della sua pazienza. Il gruppo formato negli anni difficili non rimane chiuso nella cerchia romana. Il mandato pontificio lo espone alla missione e lo chiama a misurarsi con i bisogni reali delle popolazioni.
Le richieste aumentano. Gli Operai cominciano a predicare anche lontano da Roma e l’opera incontra favore. Proprio la sua crescita rende sempre più evidente una fragilità di fondo.
Molti di quei sacerdoti sono ancora legati ai loro incarichi di canonici o ad altri obblighi ecclesiastici. Il servizio del coro, la residenza e i doveri connessi ai benefici rendono difficile una disponibilità stabile. Possono partire per una missione, purché l’assenza non si prolunghi troppo. Possono predicare, restando però dentro una forma di impegno ancora occasionale.
Don Gaspare comprende subito il problema. Colpisce che, entrato da pochi mesi negli Operai Evangelici, il 22 settembre 1814 scriva a Bonanni richiamandolo per la scelta prudenziale che aveva condotto a rifiutare la missione di Ronciglione.
A prima vista può sembrare un’audacia eccessiva: il nuovo arrivato che ammonisce il fondatore. La storia della Chiesa conserva con particolare cura anche queste situazioni, forse per impedire agli storici di vivere troppo tranquilli.
Quel richiamo rivela due sensibilità diverse. Bonanni considera i vincoli concreti e teme di esporre l’opera a passi prematuri. Gaspare avverte soprattutto l’urgenza della missione, la forza del mandato ricevuto e il bisogno di raggiungere il popolo.
Il loro confronto nasce dal medesimo desiderio di servire la Chiesa. Dentro l’opera sta già maturando una tensione feconda. Bonanni custodisce il terreno su cui la fondazione deve crescere. Gaspare sente che quel terreno non può diventare un recinto.
La lettera del 22 settembre mette così a fuoco il problema reale. Per rispondere pienamente alla chiamata ricevuta, gli Operai devono diventare più liberi. Occorre superare i limiti di una disponibilità affidata alle circostanze e trovare una forma capace di assicurare continuità alla predicazione.
Servono sacerdoti preparati a vivere insieme e disponibili a partire quando la missione lo richiede. Serve una sede stabile.
Comincia allora la ricerca di una casa. Vengono considerate diverse possibilità tra Rimini, Todi e Terni. Si valuta anche la proposta della chiesa di San Pietro in Toscanella, vicino a Ronciglione. Nessun tentativo giunge a compimento. Mancano i mezzi e le condizioni favorevoli. Le soluzioni sembrano aprirsi per poi richiudersi.
Quelle difficoltà aiutano gli Operai a comprendere meglio ciò che stanno cercando. Una semplice abitazione non basta. Occorre una casa di fondazione, un luogo nel quale costruire la vita comune, curare la preparazione sacerdotale e garantire una disponibilità permanente alle missioni.
È questo il punto decisivo del 1814. L’Opera degli Operai Evangelici esce dai confini di un’esperienza romana e diventa una realtà missionaria in cerca di una forma stabile. Il mandato del Papa ha indicato la strada. Le richieste del popolo hanno mostrato l’ampiezza del compito. Ora occorre trovare il luogo nel quale tutto questo possa mettere radici.
A don Gaetano tocca accompagnare l’opera in questo passaggio delicato. La sua statura emerge proprio qui. Bonanni non è soltanto l’uomo dell’intuizione iniziale. È colui che deve reggere il momento in cui una fraternità sacerdotale è chiamata a diventare una presenza missionaria duratura nella Chiesa.
Accanto a lui Gaspare fa già sentire la forza del proprio temperamento apostolico. Non prende il posto del fondatore. Lo sollecita e spinge l’opera verso le strade, ricordando che il mandato ricevuto dal Papa esige una disponibilità più piena.
La storia che sta nascendo porta già l’impronta di entrambi. La prudenza di Bonanni offre all’opera le fondamenta. L’ardore di Gaspare impedisce che quella prudenza si trasformi in attesa. La casa ancora manca. La Provvidenza ha però già preparato il luogo. Domani entreremo nell’Abbazia di San Felice di Giano dell’Umbria.
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