Cari amici, ieri abbiamo visto Gaetano Bonanni giovane sacerdote nella bufera rivoluzionaria e napoleonica. Lo abbiamo visto in piedi, mentre Roma e la Chiesa attraversavano anni di confusione, di paura e di ferite profonde. Ci sono persone che, davanti alla crisi, si limitano a sopravvivere; altre si abituano a lamentarsi, con quella triste vocazione umana a trasformare ogni disgrazia in commento permanente. Bonanni fece altro: guardò la crisi della Chiesa e comprese che non bastava aspettare tempi migliori.

Bisognava preparare uomini migliori, e oggi incontriamo uno dei passaggi più importanti della sua vita: la nascita dell’Opera degli Operai Evangelici.

Per comprendere questa fondazione bisogna tornare agli anni difficili che seguirono la grande bufera rivoluzionaria e napoleonica. Roma era ferita e la vita ecclesiale era stata scossa in profondità; molte istituzioni religiose erano state indebolite, il popolo aveva bisogno di essere nuovamente istruito nella fede e il clero sentiva la necessità di ritrovare zelo, ordine e unità interiore.

Bonanni vide tutto questo con lucidità, capendo che la Chiesa non poteva rialzarsi soltanto riparando edifici o riaprendo uffici. Doveva tornare a formare sacerdoti capaci di annunciare il Vangelo, di predicare al popolo, di confessare, di istruire e di vivere il ministero con disciplina e ardore.

Già a partire dal 1800, don Gaetano aveva cominciato a radunare nella sua abitazione, nei pressi di piazza Navona, alcuni tra i sacerdoti più zelanti della città. Quel primo gruppo prese il nome di Santa Lega, un titolo semplice e forte, nato dal desiderio di unire le energie migliori del clero romano per coordinare la predicazione e le missioni popolari. Non si trattava di un salotto spirituale, né di una compagnia di ecclesiastici devoti alle buone intenzioni; era un tentativo concreto di rispondere alla crisi con la forza del sacerdozio vissuto seriamente.

A pensarci bene, quella casa nei pressi di piazza Navona aveva qualcosa di sorprendente. Mentre Roma era ferita, il Papa viveva lontano dalla sua sede e la Chiesa sembrava stretta nella morsa della politica napoleonica, in quelle stanze non si preparava una rivolta, ma una risposta evangelica. Non era un covo di carbonari, anche se dall’esterno avrebbe potuto sembrarlo a qualche funzionario imperiale particolarmente ansioso. Era qualcosa di più serio e, per questo, più pericoloso per il mondo nuovo che avanzava: una casa dove alcuni sacerdoti cominciavano a pensare che la Chiesa si ricostruisce formando uomini di Dio.

Nel 1808 l’iniziativa si allargò. Bonanni promosse un oratorio notturno destinato all’istruzione dei lavoratori al termine della giornata, un particolare bellissimo che rivela il suo realismo pastorale. Egli non immaginava una fede riservata a chi aveva tempo, cultura o comodità; cercava il popolo là dove poteva essere raggiunto, anche quando la giornata era ormai consumata dalla fatica.

Poi arrivò la svolta. Nella primavera del 1813, quell’esperienza maturata lentamente nelle stanze romane di Bonanni prese una forma più precisa; il piccolo nucleo di sacerdoti non sarebbe rimasto una semplice unione informale, ma sarebbe diventato una vera opera strutturata: l’Opera degli Operai Evangelici.

Il nome era già un programma: “Operai”, perché il Vangelo non si serve da lontano come spettatori ben educati, ma lavorando nel campo del Signore con pazienza, fatica e perseveranza; “Evangelici”, perché il loro compito consisteva nell’annunciare Cristo, ravvivare la fede e ricondurre le anime alla vita cristiana, rifiutando di difendere una semplice nostalgia.

Per dare una sede a questa nuova realtà, mons. Francesco Albertini concesse l’uso della chiesa di Santa Maria in Vincis, in piazza Montanara, ai piedi della Rupe Tarpea. Anche il luogo possiede una sua forza simbolica: una piccola chiesa romana, nel cuore di una città segnata da rovine antiche e ferite moderne, diventava il punto di partenza di una nuova stagione missionaria.

La prima adunanza ufficiale dell’Opera si tenne proprio lì, nella sera della festa del Corpus Domini del 1813, il 17 giugno. È bello pensare che questa fondazione sia nata nel giorno in cui la Chiesa contempla il dono dell’Eucaristia; lì dove Cristo dona il suo Corpo, un gruppo di sacerdoti si riunisce per donare nuovamente la propria vita alla missione. Non si tratta di una coincidenza marginale, ma di una luce sul senso dell’opera: il sacerdote nasce dall’altare e all’altare deve ricondurre il popolo.

Da quella sera cominciò un’esperienza destinata a incidere profondamente sulla stagione missionaria romana. L’Opera degli Operai Evangelici avrebbe preparato il terreno alla grande fioritura successiva; Don Gaspare del Bufalo entrerà in questa storia, ne assumerà lo slancio e lo porterà verso una forma nuova, ardente e missionaria.

Ma prima c’è don Gaetano Bonanni con la sua casa, ci sono quei sacerdoti raccolti attorno a lui, c’è Santa Maria in Vincis, la sera del Corpus Domini del 1813 e un’intuizione semplice e potente: per ricostruire la Chiesa bisogna ricominciare da sacerdoti formati, uniti e consegnati alla predicazione e alla cura delle anime.

Questa è una lezione che non appartiene solo al passato. Anche oggi, quando la Chiesa attraversa fatiche, smarrimenti e stanchezze, la tentazione è inventare parole nuove per evitare conversioni antiche; Bonanni ci ricorda una via più seria, fatta di formazione del clero, annuncio del Vangelo, ritorno al popolo e ricostruzione dal basso, senza spettacolo.

L’Opera degli Operai Evangelici nacque così: come risposta alla crisi, non come monumento personale. Don Gaetano non cercava di fondare qualcosa che parlasse di lui, cercava uomini che parlassero di Cristo.

La Chiesa, quando attraversa le grandi crisi, viene sempre tentata da due scorciatoie: maledire il tempo presente senza convertirsi, oppure inseguirlo fino a perdere la propria anima. Bonanni non scelse né l’una né l’altra via. Non si limitò a rimpiangere un mondo che stava crollando, e non pensò di salvare la Chiesa facendola ragionare secondo le categorie di chi la stava ferendo. Scelse una via più cattolica, dunque più esigente: formare sacerdoti. Perché quando il clero si indebolisce, il popolo resta esposto; quando il sacerdote perde forma interiore, la Chiesa diventa fragile anche se conserva ancora edifici, uffici e parole solenni.

Per questo gli Operai Evangelici non furono una fuga dalla storia. Furono una risposta dentro la storia. Mentre la Chiesa usciva ferita dalla rivoluzione e dalla pressione napoleonica, Bonanni non cercò di salvare soltanto strutture compromesse o abitudini antiche. Cercò uomini di Dio. Capì che le idee si combattono anche generando sacerdoti diversi: più formati, più interiori, più missionari, più liberi dalla paura e dalla vanità. È questa la vera profezia cattolica: non adattarsi al mondo per farsi accettare, né rinchiudersi nel rimpianto per non essere feriti, ma tornare a Cristo e da Cristo tornare al popolo.

E anche questa pagina appartiene alla memoria che stiamo ricomponendo in questi giorni, perché mostra il nome di chi, nel silenzio, preparò una delle radici più profonde della nostra famiglia missionaria CPPS.

Posted in

Lascia un commento