Cari amici, Papa Leone XIV lo ha detto appena arrivato davanti alla comunità di Lampedusa e Linosa: “Non sono venuto per fare discorsi, ma a celebrare l’Eucaristia”. È una frase che illumina tutta la visita pastorale compiuta oggi nell’isola.

Lampedusa il dolore lo conosce già. Lo ha visto arrivare dal mare, lo ha raccolto sui moli, lo ha riconosciuto nei volti dei sopravvissuti, lo ha sepolto anche nelle tombe senza nome. Per questo il Papa ha scelto anzitutto il linguaggio dei gesti.

La visita è cominciata dal cimitero, con l’omaggio floreale sulle tombe dei migranti morti durante la traversata. Poi la sosta alla Porta d’Europa, affacciata sul Mediterraneo come una soglia e come una ferita. Leone XIV l’ha attraversata da solo, dopo aver camminato tenendo per mano due bambini. Subito dopo si è spinto verso la scogliera, davanti al mare, in un fuori programma che ha dato alla visita una forza silenziosa più eloquente di molte dichiarazioni.

C’è stato anche il passaggio al Molo Favaloro, oggi intitolato a Papa Francesco. È un segno importante di continuità. Nel 2013 Francesco aveva portato Lampedusa al centro della coscienza della Chiesa e del mondo. Oggi Leone XIV è tornato su quella stessa soglia per dire alla comunità dell’isola che il Papa continua ad accompagnarla, sostenerla e incoraggiarla.

Dentro questo quadro si comprende meglio la frase forse più importante pronunciata dal Papa. Leone XIV ha chiesto che l’Europa affronti la questione migratoria in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti, “lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare”.

Qui il tema delle migrazioni viene sottratto agli slogan. Il Papa non riduce tutto all’emergenza degli sbarchi, non trasforma l’accoglienza in ideologia, non presenta la migrazione come un bene in sé. Ricorda una verità semplice e spesso dimenticata: quando una persona lascia la propria terra perché non ha pace, lavoro, sicurezza o futuro, non sta soltanto viaggiando. Sta subendo uno sradicamento.

Il diritto a migrare non può far dimenticare un diritto più originario: il diritto a non essere costretti a partire. Per questo la visita di Lampedusa non chiede soltanto commozione. Chiede intelligenza, responsabilità, visione. Soccorrere chi è in pericolo resta un dovere immediato, perché davanti a un uomo ferito non si apre un dibattito: ci si ferma. La carità cristiana, però, non si accontenta di fasciare le ferite prodotte da ingiustizie lontane o vicine. Cerca anche di rendere meno disumana la strada sulla quale quelle ferite continuano ad aprirsi.

Lampedusa, oggi, è apparsa ancora una volta come un luogo dove l’Europa può leggere se stessa. Il mare che porta vacanza e bellezza è anche il mare dei naufragi. Il molo che accoglie i turisti è vicino al molo degli approdi. La stessa isola custodisce riposo e tragedia, ospitalità e memoria.

Leone XIV non è venuto a semplificare tutto questo. È venuto a pregare, a ringraziare, a incoraggiare. Ha lasciato che il cimitero, la Porta d’Europa, il molo, il mare e l’Eucaristia parlassero prima delle parole. La forza della visita sta proprio qui. Il Papa non ha chiesto all’Europa di restare prigioniera dell’emergenza. Le ha chiesto di guardare più lontano: salvare chi rischia di morire, custodire la dignità di chi arriva, combattere chi sfrutta la disperazione, lavorare perché nei Paesi di origine si possa vivere, crescere, restare. Una società davvero umana non si misura solo da come accoglie chi arriva. Si misura anche da quanto si impegna perché nessuno sia costretto a lasciare casa propria per sopravvivere.

Forse non è senza significato che tutto questo sia accaduto proprio il 4 luglio, nel giorno in cui l’America celebra la propria indipendenza, con un Papa americano venuto a Lampedusa davanti a una delle ferite più esposte dell’Europa.

In un giorno che parla di libertà, Leone XIV ha ricordato una libertà più concreta e meno celebrata: quella di non essere strappati alla propria terra dalla fame, dalla guerra, dalla corruzione, dalla mancanza di futuro.

Non si tratta di impedire a chi lo desidera di partire, cercare, inseguire davvero un sogno. Si tratta di non accettare come normale che uomini e donne siano trascinati dentro un incubo.

C’è una migrazione che nasce da una scelta e può diventare promessa. C’è una migrazione che nasce dalla necessità e porta il peso dello sradicamento.

Lampedusa ci mette davanti questa ferita. Non il viaggio libero di chi cerca una vita più grande, ma la lotta disperata di chi parte per sopravvivere. Per questo la frase del Papa pesa più di molte analisi: lavorare per lo sviluppo, “così che nessuno sia costretto a emigrare”.

Forse la libertà, oggi, chiede anche questo: custodire il diritto di chi vuole partire senza dimenticare il diritto di chi vorrebbe restare.

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