
Sangue di Cristo, nella flagellazione versato
Cari amici, buon giorno e buona domenica. La preghiera delle Litanie ci conduce oggi davanti a una delle scene più dolorose della Passione: la flagellazione.
La flagellazione è un mistero duro da contemplare. Il corpo di Gesù, già consegnato all’ingiustizia, viene esposto alla violenza degli uomini. Non siamo davanti a una sofferenza generica, né a un dolore spiritualizzato fino a perdere concretezza. Qui il Verbo incarnato porta sulla sua carne il peso del peccato, della crudeltà, dell’umiliazione. Colui che ha guarito i malati viene ferito. Colui che ha toccato i lebbrosi viene colpito. Colui che ha usato le mani per benedire, rialzare, spezzare il pane, viene ridotto a corpo inerme davanti alla brutalità.
La flagellazione ci obbliga a guardare la serietà del male. A volte noi vorremmo una fede capace di consolarci senza inquietarci, una devozione che accarezzi il cuore senza portarci davanti alla realtà del peccato. Il Sangue versato nella flagellazione ci impedisce questa fuga elegante. Ci dice che il male non è un incidente superficiale, non è una semplice fragilità da nominare con parole sempre più morbide. Il peccato ferisce davvero. Ferisce Dio, ferisce l’uomo, ferisce il corpo, ferisce la comunione. E Cristo porta su di sé tutto questo.
Il corpo flagellato di Gesù è il luogo in cui l’innocenza si lascia colpire per amore. Non reagisce con violenza, non restituisce colpo per colpo, non trasforma il dolore subito in odio. In Lui la mitezza non è debolezza. È forza pienamente dominata dall’amore. La mitezza di Cristo non è quella caricatura pallida che talvolta immaginiamo, come se essere miti significasse non sentire nulla, non soffrire, non avere dignità. Gesù è mite perché resta Figlio anche quando viene trattato da schiavo. È mite perché non lascia che la violenza degli uomini diventi la misura del suo cuore.
Questo Sangue parla anche alle nostre ferite. Molti portano nel corpo e nell’anima segni di parole dure, giudizi ingiusti, umiliazioni, ingratitudini. Alcune ferite non si vedono, e proprio per questo pesano di più. Vi sono colpi che non lasciano lividi sulla pelle, eppure scavano dentro: una fiducia tradita, una cattiveria ricevuta, una solitudine non compresa, un bene fatto e poi disprezzato. Il Cristo flagellato non guarda queste ferite da lontano. Le assume. Le visita. Le redime.
La devozione al Preziosissimo Sangue non ci insegna a cercare il dolore, né a idealizzare la sofferenza. Questa sarebbe una pessima spiritualità, e purtroppo la storia umana ha dimostrato una certa creatività anche in questo campo, come se già non bastassero le croci vere. Il Sangue di Cristo ci insegna piuttosto a non lasciare che la sofferenza diventi sterile. In Lui il dolore non genera rancore, ma offerta. Non chiude il cuore, ma lo consegna al Padre. Non distrugge la dignità, ma la rivela in modo ancora più alto.
Contemplare la flagellazione significa anche chiedere perdono per tutte le volte in cui la nostra parola ha ferito, il nostro giudizio ha colpito, la nostra durezza ha umiliato. Non sempre siamo vittime. A volte siamo anche strumenti di flagellazione, magari con frasi raffinate, con silenzi studiati, con freddezze che sembrano educate e invece tagliano più di un colpo. Il Sangue di Cristo versato nella flagellazione ci chiede di riconoscere questo senza scuse devote.
La piccola pratica di oggi può essere molto concreta. Prima di sera, proviamo a custodire la lingua. Non come esercizio di buona educazione, ma come atto di riparazione. Una parola trattenuta, un giudizio non pronunciato, una risposta più mite, una durezza evitata possono diventare un modo semplice per onorare il Sangue del Signore. La mitezza, quando nasce da Cristo, non è rinuncia alla verità. È la verità custodita dalla carità.
Il Sangue della flagellazione ci insegna che l’amore vero non resta astratto. Scende nella carne, sopporta l’urto del male, vince senza imitare la violenza che riceve. Davanti a Gesù flagellato impariamo a chiedere un cuore più libero: libero dal rancore, dalla vendetta, dal bisogno di colpire per sentirsi forti. Un cuore capace di restare unito al Padre anche quando viene ferito dagli uomini.
Alla scuola di santa Maria De Mattias
Santa Maria De Mattias parla della «Croce bagnata del tuo Preziosissimo Sangue». La flagellazione ci introduce proprio in questo mistero: la carne ferita del Signore diventa luogo di redenzione. La sofferenza non viene cercata, viene unita a Cristo perché sia trasformata in offerta. (S. Maria De Mattias, Lettera 297, 7 settembre 1846, a Maddalena Capone, Lettere, vol. II, p. 14.)
Preghiera
Gesù flagellato, il tuo Sangue è stato versato nella mitezza e nell’amore. Guarisci le ferite che porto nel cuore e liberami dal desiderio di ferire a mia volta. Custodisci oggi la mia lingua, i miei giudizi e i miei silenzi, perché nessuna parola diventi colpo e ogni gesto sia abitato dalla carità.
Giaculatoria
Sangue di Cristo, nella flagellazione versato, salvaci.
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