Quando la logica dello scisma genera il sedevacantismo

Cari amici, uno scisma è stato consumato e all’orizzonte ci prepariamo ad assistere a un altro. Forse sarà meno rumoroso di quello della Fraternità San Pio X, forse avrà minore risonanza mediatica, ma sempre di scisma si tratta. Proprio per questo la nuova vicenda ci offre l’occasione per una riflessione più ampia sulla situazione che stiamo vivendo.
Inevitabilmente devo riallacciarmi alla lettera che don Davide Pagliarani ha indirizzato al Romano Pontefice dopo il decreto della Santa Sede. In quella lettera il Vangelo viene usato contro il Papa come una clava rivestita di devozione. Pagliarani richiama il padre al quale il figlio chiede pane, pesce e uovo, e che non gli dà pietre, serpenti e scorpioni. Applicata alla risposta della Santa Sede, questa immagine diventa una durissima accusa al Papa: noi avremmo chiesto pane e Roma ci avrebbe dato pietre; avremmo chiesto pesce e Roma ci avrebbe dato serpenti; avremmo chiesto un uovo e Roma ci avrebbe dato uno scorpione.
Ma il Vangelo non può essere usato a metà, scegliendo solo la pagina utile alla propria difesa. Un principio che chi ha studiato esegesi molti anni fa conosce bene è questo: il Vangelo si interpreta con il Vangelo. Se Pagliarani ha scelto il Vangelo del padre, allora bisogna avere il coraggio di aprire anche un’altra pagina, quella in cui il Signore dice: “Dai loro frutti li riconoscerete.”
Uno di questi frutti è la vicenda dei Redentoristi di Papa Stronsay, i Figli del Santissimo Redentore. Nati nell’orbita lefebvriana, segnati dalla benedizione di mons. Marcel Lefebvre, poi rientrati nella piena comunione con Roma, ora si preparano a compiere un nuovo strappo: una consacrazione episcopale senza mandato pontificio, in un contesto ormai apertamente sedevacantista.
Naturalmente qualcuno dirà subito che la Fraternità San Pio X non è sedevacantista. È vero. Ma questa precisazione, da sola, non basta a chiudere il problema. Perché qui non stiamo dicendo che Fraternità e sedevacantismo siano la stessa cosa. Stiamo dicendo qualcosa di più serio: il sedevacantismo può diventare il frutto estremo di una logica che, per anni, ha abituato i fedeli a pensare che Roma sia affidabile solo quando conferma la propria idea di Tradizione.
Non stiamo parlando di un dettaglio marginale. La Diocesi di Aberdeen ha comunicato che padre Michael Mary, superiore dei Figli del Santissimo Redentore, intende ricevere la consacrazione episcopale il 25 luglio sull’isola di Papa Stronsay, nelle Orcadi, senza mandato pontificio, da vescovi che negano che Leone XIV sia realmente Papa. La stessa comunità ha rilanciato l’annuncio ufficiale della consacrazione, presentandola come un atto compiuto per il bene della Chiesa e dei fedeli cattolici.
Ecco il frutto maturo di una logica. Qualcuno dirà che la Fraternità San Pio X non è sedevacantista. È vero. Qualcuno dirà che i Redentoristi di Papa Stronsay hanno compiuto un passo ulteriore, più radicale, più esplicito. Anche questo è vero. Ma sarebbe ingenuo fingere che non vi sia un legame profondo tra certe premesse e certi esiti. Quando per anni si insegna che Roma è modernista, che la gerarchia tradisce la fede, che il Papa va riconosciuto nelle formule ma disatteso nella pratica quando non conferma la propria idea di Tradizione, prima o poi qualcuno porta quel principio fino in fondo.
La Fraternità dice: il Papa è Papa, ma in questa materia non va ascoltato. I sedevacantisti dicono: se non va ascoltato quando parla da Papa, allora forse non è Papa. La differenza resta reale, ma la radice logica è vicina. In entrambi i casi il giudizio concreto della Chiesa visibile viene subordinato alla propria diagnosi della crisi.
Qui non si tratta di accusare ogni fedele legato alla Fraternità di essere sedevacantista. Molti fedeli sono semplicemente confusi, affezionati, feriti da anni di scelte liturgiche dure e spesso incomprensibili. Ma i fedeli vanno aiutati a vedere dove porta una certa impostazione. La storia dei Redentoristi di Papa Stronsay è istruttiva proprio per questo: mostra come la “resistenza” possa diventare rifiuto esplicito della Sede Apostolica.
Anche loro, naturalmente, parlano di fedeltà, di bene delle anime, di Tradizione e di necessità. Presentano la consacrazione episcopale come un atto imposto dalla crisi della Chiesa. È lo stesso vocabolario che abbiamo già ascoltato. Cambia soltanto il grado di coerenza interna. Là dove la Fraternità si ferma ancora a dire che il Papa è Papa, ma che la sua decisione è invalida, i sedevacantisti compiono il passo successivo e affermano che chi prende quelle decisioni non può essere Papa.
In questo almeno sono più lineari. Non scriveranno, probabilmente, al Papa per chiedergli la benedizione mentre dichiarano invalido il suo giudizio. Non avranno bisogno di chiamarlo padre per poi accusarlo, con immagini evangeliche, di aver dato pietre, serpenti e scorpioni ai figli. La Fraternità, invece, ha costruito per anni una relazione ambigua con Roma: ha ricevuto gesti reali di misericordia da Benedetto XVI e da Francesco, ma li ha letti come se fossero conferme della propria necessità, quasi prove della propria indispensabilità. È una lettura malata della misericordia papale: ciò che era stato concesso per guarire una ferita è stato usato per continuare a giustificarla.
E allora la domanda diventa inevitabile: questi sono soltanto incidenti di percorso, oppure sono frutti nati da un albero malato?
Il Vangelo non ci chiede di giudicare dalle apparenze, dalle formule devote, dalle dichiarazioni di amore alla Chiesa romana. Ci chiede di guardare i frutti. E quando il frutto è la consacrazione episcopale senza mandato, il rifiuto del Papa, la costruzione di una giurisdizione parallela, la trasformazione della Tradizione in proprietà identitaria di un gruppo, allora bisogna smettere di chiamare tutto questo “fedeltà”.
La vicenda dei Redentoristi di Papa Stronsay è uno specchio severo posto davanti alla Fraternità San Pio X. Non perché le due realtà siano identiche, ma perché la seconda può vedere nella prima ciò che accade quando la propria logica viene spinta fino alle estreme conseguenze. Se Roma è giudicabile ogni volta che non conferma la mia idea di Tradizione, se il Papa è padre solo quando concede, se la Chiesa visibile è affidabile solo quando mi dà ragione, allora il sedevacantismo non arriva da un altro pianeta. È il figlio più coerente della sfiducia eretta a sistema.
Per questo la retorica di Pagliarani è così pericolosa. Dire ai fedeli che Roma ha dato pietre, serpenti e scorpioni significa consegnare loro una chiave spirituale avvelenata: la Chiesa che corregge viene presentata come una madre che ferisce, il Papa che ammonisce come un padre che tradisce. Da lì al dire che quel padre non è padre il passo può diventare breve. Non per tutti, certo. Ma per alcuni sì. E i Redentoristi di Papa Stronsay lo stanno mostrando davanti al mondo, con la puntualità tragica delle conseguenze.
Per questo, davanti alla lettera di Pagliarani, possiamo davvero rispondere con il Vangelo: “Dai frutti li riconoscerete.” E i frutti, ormai, sono davanti a tutti.
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