Cari amici, nelle due riflessioni precedenti ho cercato di spiegare l’importanza del distinguere. L’ho fatto parlando del linguaggio pastorale, delle parole del Papa, delle reazioni che spesso nascono nella Chiesa quando un’espressione ampia viene subito letta come se fosse una definizione dogmatica. Ho anche ricordato che la Tradizione cattolica non è una bandiera da agitare, ma un metodo per pensare, per ordinare il giudizio, per evitare che la fede diventi reazione emotiva o appartenenza ideologica.

Qualcuno potrebbe aver pensato che questo metodo serva ad attenuare sempre tutto. Che il distinguo sia una forma elegante per non vedere la gravità delle cose. Che, a forza di distinguere, si finisca per giustificare ogni parola, ogni gesto, ogni cedimento, ogni confusione. È una critica che comprendo, perché talvolta nella Chiesa il linguaggio della prudenza viene usato davvero come una coperta troppo corta: non scalda la verità e lascia scoperti i fedeli.

Il caso accaduto nella diocesi di Coira aiuta a chiarire meglio il punto. Durante una celebrazione eucaristica, legata alla benedizione degli animali, alcune persone hanno ricevuto l’Ostia consacrata e ne hanno dato parti ai propri cani. Il vescovo ha fatto svolgere un’indagine. La diocesi ha poi comunicato che non sarebbe emersa un’intenzione sacrilega da parte delle persone coinvolte e che, per questo, non si poteva parlare dell’applicazione automatica della scomunica prevista dal diritto canonico per la profanazione delle specie consacrate.

Questo distinguo, sul piano canonico, va compreso. La Chiesa non può giudicare le coscienze con la velocità dei social. La responsabilità personale richiede prudenza. Una pena canonica non si applica sull’onda dell’indignazione e occorre valutare intenzione, consapevolezza, volontà, imputabilità. Una cosa è il fatto oggettivo, un’altra è la colpa soggettiva pienamente provata.

Detto questo, proprio dopo aver distinto, il giudizio diventa più grave. Perché se non è possibile provare l’intenzione sacrilega delle persone coinvolte, resta intatta la gravità del fatto. Anzi, emerge con maggiore forza un’altra responsabilità: quella della custodia. Il problema non è soltanto ciò che alcune persone hanno fatto. Il problema è che il Corpo di Cristo non è stato custodito.

L’Ostia consacrata è il Corpo del Signore. Non è un segno affettivo, un simbolo religioso da condividere secondo la sensibilità del momento o una carezza liturgica da estendere alle creature amate. Gli animali possono essere benedetti, rispettati, custoditi. San Francesco vedeva nelle creature un riflesso della bontà di Dio e, proprio per questo, non avrebbe mai confuso una creatura con il Creatore presente nell’Eucaristia.

In questa vicenda il cane, povera creatura, non ha ovviamente alcuna colpa; la confusione è tutta nostra e rivela una ferita che va ben oltre il singolo episodio. Siamo davanti a un abisso di ignoranza eucaristica se un fedele può arrivare a pensare di condividere l’Ostia consacrata con il proprio animale, ma lo smarrimento si fa ancora più profondo quando questo accade durante una celebrazione senza che vi sia stata una vigilanza adeguata. È un segnale inquietante che la risposta istituzionale sembri concentrarsi quasi esclusivamente sull’impossibilità di applicare una pena, quasi smarrendo la forza di denunciare la ferita inflitta alla fede dei semplici e al cuore stesso del Sacramento.

La questione decisiva è semplice: chi doveva vigilare? Chi distribuisce la Comunione non amministra qualcosa di proprio e non consegna un segno generico di benevolenza. Ha tra le mani il Corpo di Cristo e deve vigilare perché l’Ostia venga consumata subito. Deve impedire che qualcuno si allontani con le specie consacrate e, soprattutto, deve riconoscere quando una situazione concreta aumenta il rischio di profanazione. Una celebrazione con animali presenti in chiesa richiedeva prudenza massima, non una fiducia ingenua nella maturità religiosa dei presenti. La fiducia è una bella virtù, certo; usata senza discernimento diventa un elegante modo per lasciare aperta la porta della stalla, nel senso più letterale possibile.

La Chiesa ha già dato indicazioni chiare: quando vi è pericolo di profanazione, la Comunione sulla mano non deve essere distribuita. Qui non si tratta di una fissazione tradizionalista o di nostalgia liturgica. Si tratta di custodire il Santissimo Sacramento. Qui il pericolo non era astratto. Era concreto e prevedibile. Ed è accaduto.

Per questo non basta dire che non c’era intenzione sacrilega. Forse è vero. Forse quelle persone non volevano offendere il Signore, hanno agito per ignoranza, per sentimentalismo religioso, per una deformazione del senso cristiano della benedizione. Tutto questo può attenuare la colpa soggettiva, senza attenuare la gravità oggettiva del fatto, la responsabilità di chi doveva custodire l’Eucaristia e, non meno importante, il dovere di riparare.

Ecco il punto: il distinguo non serve a rendere tutto meno grave, quasi a dover trovare a tutti i costi una giustificazione. Serve a capire dove la gravità si trova davvero.

In questo caso il distinguo impedisce di trasformare le persone coinvolte in bersagli da colpire senza conoscere il loro cuore e, nello stesso tempo, impedisce di minimizzare ciò che è accaduto. Se la colpa soggettiva non può essere dimostrata pienamente, allora la domanda si sposta con più forza sulla formazione dei fedeli, sulla vigilanza dei ministri, sulla disciplina della Comunione, sulla prassi pastorale che ha reso possibile una simile profanazione materiale.

Distinguere, dunque, non significa assolvere. Come dimostra questo caso, significa giudicare con maggiore precisione. E proprio perché si giudica con maggiore precisione, le conseguenze possono diventare più severe.

Qui non siamo davanti soltanto a un errore individuale. A mio avviso è un sintomo ecclesiale. Si è ritenuto che i fedeli fossero già formati, che capissero spontaneamente la differenza tra benedizione degli animali e Sacramento dell’altare, tra creatura e Creatore, tra affetto e adorazione, tra gesto simbolico e Presenza reale. Poi accade un fatto del genere e scopriamo che quella formazione non era stata custodita. È una scoperta dolorosa, soprattutto perché avrebbe dovuto essere evidente molto prima.

Da anni si parla moltissimo di accoglienza, prossimità, sensibilità pastorale, linguaggio inclusivo. Tutte parole che possono avere un senso cristiano, quando restano ordinate alla fede. Quando però si perde il centro eucaristico, quelle parole diventano fragili. E una pastorale senza centro eucaristico rischia di diventare un insieme di buone intenzioni, con molto sentimento e poca adorazione. Una specie di laboratorio emotivo con candele accese, dove Cristo rischia di essere il grande dimenticato.

Per questo la risposta non può essere solo amministrativa. Non basta spiegare perché non si punisce, come ha fatto il comunicato della diocesi. Occorre anche mostrare come si ripara. Non è sufficiente, a mio avviso, evitare una pena canonica quando mancano gli elementi per applicarla. Un vero e serio atto pastorale dovrebbe mirare a riconoscere pubblicamente la ferita, educare il popolo cristiano, correggere le prassi, richiamare i ministri alla vigilanza, impedire che una cosa simile possa accadere di nuovo.

La diocesi fa sapere che ci sarà una Messa, un’adorazione, un incontro formativo. Tutto bene, e questo può essere un inizio. Sono gesti buoni, non sufficienti se restano senza una parola chiara e senza decisioni concrete. Se il fatto è stato reso possibile da una vigilanza insufficiente, allora la vigilanza va ristabilita. Se la Comunione sulla mano, in quel contesto, ha favorito il rischio di profanazione, allora quella prassi andrebbe almeno sospesa nella diocesi per un tempo congruo, non come gesto polemico, ma come richiamo penitenziale e pedagogico alla santità dell’Eucaristia. Sono convinto, cari amici, che se i fedeli non comprendono più ciò che ricevono, allora bisogna tornare a insegnare l’Eucaristia con chiarezza, pazienza e fermezza.

Si è scelto di mettere in primo piano la misericordia verso le persone coinvolte, e questo è giusto. Resta insufficiente, se non viene accompagnato da una parola chiara sulla verità del Sacramento e da un serio atto di riparazione. La misericordia non chiede di attenuare la verità sul Sacramento e la prudenza canonica non dispensa dalla riparazione. Il processo ha evidenziato la difficoltà di punire, come mi sembra ovvio; la responsabilità di governo impone il dovere di correggere.

Questo è il punto che desidero chiarire anche rispetto alle riflessioni precedenti. Quando difendo il metodo delle distinzioni, non intendo costruire una zona franca nella quale ogni cosa viene salvata con qualche acrobazia teologica. Il metodo cattolico non serve a proteggere la confusione, a diminuire la responsabilità o a dire che va tutto bene. Il metodo serve a smascherare meglio queste derive, a localizzarle e a poter dire con più precisione dove le cose non vanno.

Nel caso del linguaggio pastorale, distinguere aiuta a non trasformare subito una formula ampia in una condanna dottrinale. Nel caso dell’Eucaristia data ai cani, distinguere aiuta a non confondere la prudenza verso le persone con la debolezza davanti al fatto. Nel primo caso, il distinguo impedisce una reazione ingiusta. Nel secondo, impedisce una minimizzazione colpevole.

E qui la severità è necessaria. Perché il Corpo di Cristo non è stato custodito. L’ignoranza eucaristica è arrivata a un punto spaventoso e una profanazione materiale non può essere trattata come un incidente pastorale da archiviare con qualche formula prudente. La Chiesa non vive di gestione del danno, vive di fede, adorazione, sacrificio, riparazione.

La domanda, allora, non riguarda soltanto Coira. Riguarda tutti noi. Crediamo davvero che nell’Ostia consacrata sia presente il Corpo del Signore? Se lo crediamo, dobbiamo tornare a custodire l’Eucaristia con una serietà proporzionata alla fede che professiamo. Se non la custodiamo, le nostre parole sulla pastorale resteranno sempre più vuote.

Una Chiesa che sa spiegare perché non punisce e non sa più mostrare come ripara rischia di perdere il senso di ciò che custodisce.

Quindi è giusto distinguere e farlo fino in fondo. È opportuno distinguere la persona dal gesto, la colpa soggettiva dalla gravità oggettiva, il delitto canonico dalla ferita sacramentale, la prudenza penale dalla responsabilità pastorale. Dopo aver distinto, inginocchiamoci. Ripariamo. Educhiamo. Correggiamo. Perché davanti al Corpo di Cristo trattato in modo indegno, il problema non è salvare un ragionamento, ma tornare a custodire il Signore.

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2 risposte a “L’EUCARISTIA AI CANI: IL FATTO È GRAVE, I DISTINGUO LO RENDONO PIÙ GRAVE”

  1. Avatar Rosanna Bastone
    Rosanna Bastone

    la vigilanza pastorale mi sembra il nodo essenziale da affrontare come richiamo alla responsabilità

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