Per entrare nella meditazione

Cari amici buongiorno e buon inizio del mese di settembre. Agosto si è chiuso con la professione della risurrezione della carne. Settembre conserva quella luce e ascolta il corpo nella condizione presente, segnato dalla fatica, dal limite e dalla malattia. San Paolo raccoglie questa tensione nel gemito della creazione e dei credenti: un’attesa paragonata alle doglie di un parto, già aperta al compimento. La promessa non rende irreale la fragilità e la fragilità non annulla la promessa. Chiediamo allo Spirito di insegnarci a riconoscere, dentro ciò che pesa, il desiderio della redenzione che Dio porterà a compimento.

Parola da meditare

«Gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo» (Rm 8,23)

Mettiti alla presenza di Dio

Raccogliti davanti a Dio e lascia che il corpo partecipi alla tua preghiera. Avverti il respiro e il peso delle membra. Riconosci la forza che oggi possiedi e il limite che ti accompagna. Il Signore ti guarda nella verità della tua condizione presente. Non devi presentarti a Lui come vorresti essere. Stai davanti al Creatore con questo corpo, segnato dalla storia e chiamato alla risurrezione. Prega lentamente: Signore, credo di essere alla tua presenza. Donami luce per comprendere il gemito che porto e rendi il mio cuore disponibile alla speranza del tuo Spirito.

Ascolta

San Paolo ascolta il gemito dell’intera creazione e vi riconosce l’attesa di un compimento che ancora non vediamo. Anche i credenti, pur avendo ricevuto le primizie dello Spirito, gemono interiormente. La grazia li raggiunge dentro la condizione fragile delle creature. Essa pone in quella fragilità un principio di vita nuova e orienta l’attesa verso la redenzione del corpo. Fermati sulle parole «gemiamo interiormente». Lascia emergere il gemito che abitualmente nascondi. Può riguardare una fatica del corpo oppure la paura di ciò che verrà. Presentalo al Signore senza cercare subito una spiegazione. Paolo ti insegna a riconoscervi il desiderio di una vita piena che soltanto Dio può dare.

Considera

Il gemito di cui parla san Paolo non nasce dal disprezzo per la creazione. È il gemito di una realtà buona che porta dentro di sé una ferita e attende il proprio compimento. Anche il corpo vive questa tensione: desidera la vita e nello stesso tempo conosce la stanchezza, la malattia e il limite. Il Concilio Vaticano II ricorda che l’uomo è uno «nell’unità di corpo e di anima» (Gaudium et spes, 14); per questo ciò che tocca il corpo raggiunge la persona intera, e ciò che ferisce interiormente finisce spesso per lasciare una traccia anche nel respiro, nel sonno e nel modo di stare davanti agli altri.

La fede cristiana non cerca la salvezza in una fuga dalla carne. Sant’Ireneo difende con forza proprio questa verità: il Verbo si è fatto carne perché la carne fosse raggiunta dalla redenzione (Adversus haereses, V, 14, 1). San Tommaso, affermando che l’anima è forma del corpo, custodisce la stessa unità dell’uomo (Summa theologiae, I, q. 76, a. 1). La morte spezza questa unità e proprio per questo non costituisce il compimento della persona. L’anima separata attende la risurrezione, perché Dio non salva un frammento di noi, ma conduce alla pienezza la creatura concreta che ha chiamato alla vita.

Paolo paragona il gemito alle doglie del parto. L’immagine non rende leggero il dolore, ma gli impedisce di essere interpretato come un vicolo cieco. Nella creazione ferita opera già lo Spirito, primizia del mondo futuro, e nel corpo risorto di Cristo la promessa ha già ricevuto un volto. Le piaghe del Risorto restano riconoscibili e tuttavia non producono più morte: la gloria non cancella la storia dell’amore, la libera dal potere della corruzione. Per questo il cristiano può guardare il proprio limite senza considerarlo l’ultima definizione di sé.

Questa speranza cambia anche il modo in cui trattiamo il corpo presente. La salute è un bene da custodire, il riposo può essere una forma di obbedienza alla nostra condizione creaturale e la cura medica può esprimere gratitudine per il dono ricevuto. Quando la guarigione non arriva, la dignità non diminuisce. Il corpo fragile rimane tempio dello Spirito e membro di Cristo. Settembre comincia dunque senza abbandonare la luce di agosto: ascoltiamo il gemito proprio perché sappiamo verso quale redenzione esso tende.

Guarda la tua vita alla luce di Cristo

Quale fragilità del tuo corpo fatichi ad accogliere davanti a Dio? Guarda anche il modo con cui tratti una persona resa lenta dalla malattia o dall’età. La speranza nella risurrezione modifica realmente la tua pazienza verso di lei? Porta al Signore la paura che hai riconosciuto. Rimani qualche istante sulla domanda: credo che questo mio corpo, così concreto e vulnerabile, sarà redento da Cristo?

Parla al Signore

Signore Gesù Cristo,
tu hai assunto la carne umana
e l’hai portata dentro la comunione del Padre.
Accogli il gemito che abita il mio corpo.
Quando il limite mi umilia,
ricordami la dignità ricevuta nel Battesimo.
Insegnami a custodire ciò che mi hai affidato
e a riconoscere nei corpi feriti
la tua presenza che domanda amore.
Il tuo Spirito mantenga viva in me
l’attesa della risurrezione. Amen.

Riforma la tua giornata

Oggi scegli una sola cura proporzionata a un limite reale del tuo corpo e rispettala senza sentirla come una sconfitta.

Custodisci nel cuore

«Aspettiamo la redenzione del nostro corpo»

Signore Gesù, custodisci il mio corpo nell’attesa della risurrezione.

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