«Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio». (Rm 12,1-2)

Cari amici buongiorno e buona domenica. Ieri san Giovanni Battista ci ha mostrato fino a dove può condurre una vita divenuta fedele alla verità. Il suo corpo imprigionato e infine consegnato alla morte ha testimoniato che l’appartenenza a Dio può diventare più preziosa della stessa conservazione della vita terrena. Oggi san Paolo ci impedisce però di pensare che questa consegna riguardi soltanto il martirio o alcuni momenti eccezionali dell’esistenza. La liturgia domenicale ci offre quasi una sintesi dell’intero cammino compiuto durante questo mese: «Offrite i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio».
Prima ancora di parlare dell’offerta, Paolo ne indica l’origine: «per la misericordia di Dio». Il cristiano non offre se stesso per conquistare l’amore del Signore, ma perché quell’amore lo ha già raggiunto. Dopo avere contemplato l’opera della salvezza compiuta in Cristo, l’Apostolo può chiedere ai credenti una risposta che coinvolga concretamente l’esistenza. L’offerta del corpo non nasce quindi da uno sforzo con cui tentiamo di renderci degni di Dio, ma dalla gratitudine di chi riconosce di avere ricevuto tutto dalla sua misericordia.
Quando Paolo parla dei «vostri corpi» non separa la dimensione corporea da quella spirituale. Indica la persona nella concretezza della sua vita, inserita nel tempo e nelle relazioni, capace di lavorare e riposare, di muoversi verso gli altri e di assumere responsabilità. È proprio questa esistenza reale che può diventare «sacrificio vivente». Il nostro cammino di agosto ci ha preparati lentamente a comprendere questa parola: abbiamo contemplato il corpo come voluto da Dio, plasmato dalla terra, chiamato alla comunione e assunto dal Verbo; lo abbiamo visto pregare, lavorare, custodire e servire, fino a riconoscere che una vita ricevuta può progressivamente diventare una vita consegnata.
Dopo l’Assunzione abbiamo approfondito questa stessa vocazione dentro la vita sacramentale. Nel Battesimo siamo stati inseriti nella Pasqua di Cristo, nell’Eucaristia abbiamo ricevuto il Corpo del Risorto e nell’Unzione abbiamo contemplato la misericordia che continua a raggiungere la persona quando le forze diminuiscono. Abbiamo poi incontrato il desiderio che ha bisogno di essere educato, il bambino affidato alla custodia, la comunione ecclesiale, la verità delle relazioni, il perdono e la cura delle ferite. Monica ci ha insegnato a consegnare a Dio ciò che non possiamo cambiare con le nostre mani, Agostino ci ha mostrato una libertà ricomposta dalla grazia e Giovanni Battista ci ha condotti fino alla testimonianza che accetta il prezzo della fedeltà. Ora Paolo raccoglie tutto in quella espressione sorprendente: «sacrificio vivente».
Il sacrificio cristiano non consiste nella distruzione del corpo. Dio non ci chiede di disprezzare ciò che egli stesso ha creato e che Cristo ha assunto. Chiede che la vita venga sottratta alla pretesa di appartenere esclusivamente a noi stessi e sia riconsegnata alla sua vera origine. Il sacrificio è «vivente» proprio perché continua dentro l’esistenza quotidiana: la persona rimane nella propria vocazione, nelle relazioni e nelle responsabilità, ma impara progressivamente a vivere tutto davanti a Dio.
Offrire il corpo significa allora consegnare al Signore il tempo, le energie e le possibilità che ogni giornata contiene. La maggior parte di questa offerta non assume forme straordinarie. Può concretizzarsi nella fedeltà a un dovere che non ci entusiasma, nella disponibilità ad ascoltare quando avremmo preferito occuparci di altro, nella cura con cui svolgiamo il nostro lavoro e nel modo in cui trattiamo le persone che ci vengono affidate. Anche il riposo appartiene a questa logica, perché il corpo creato non è una macchina da sfruttare e accettarne il limite significa riconoscere che il nostro valore non dipende dalla capacità di produrre continuamente.
San Paolo aggiunge subito che questa offerta domanda un «rinnovamento della mente», affinché possiamo «discernere la volontà di Dio». È un passaggio decisivo, perché non tutto ciò che ci costa è necessariamente un sacrificio gradito al Signore. Possiamo spendere molte energie in qualcosa che nasce dall’orgoglio, dalla paura di deludere o dal bisogno di sentirci indispensabili, e arrivare perfino a chiamare «offerta» ciò che in realtà rivela l’incapacità di rispettare i nostri limiti. Il culto spirituale richiede quindi una intelligenza educata dal Vangelo, capace di riconoscere ciò che è realmente buono e di consegnarsi dentro un’obbedienza libera.
Questa forma dell’offerta assume caratteristiche diverse secondo la vocazione ricevuta. Nella vita familiare prende corpo nella cura quotidiana e nella responsabilità verso le persone affidate. Nella consacrazione si esprime attraverso la fedeltà agli impegni propri della chiamata. Nel ministero sacerdotale raggiunge la preghiera, la celebrazione dei sacramenti, l’annuncio della Parola, l’accompagnamento delle persone e quella parte nascosta del servizio che spesso non riceve riconoscimento. Il Concilio Vaticano II ha ricordato che anche il lavoro, la vita familiare, le attività apostoliche e le fatiche vissute nella fede possono diventare offerte spirituali presentate al Padre attraverso Cristo.
La celebrazione eucaristica, in questa domenica, ci permette di comprendere il centro di tutto. La nostra vita non costituisce un sacrificio parallelo a quello di Cristo e non aggiunge qualcosa alla sua opera redentrice. Il sacrificio del Figlio è unico e perfetto; nella liturgia la Chiesa viene associata sacramentalmente alla sua offerta e impara a presentare se stessa attraverso di lui. Il pane e il vino portati all’altare appartengono alla creazione e al lavoro dell’uomo e, nella consacrazione, diventano sacramentalmente il Corpo e il Sangue del Signore.
Anche noi, ricevendo Cristo che ha consegnato se stesso, veniamo educati a lasciare che la sua carità prenda forma nella nostra esistenza.
La Messa non rimane quindi chiusa dentro il tempo della celebrazione. Ci restituisce alla vita quotidiana perché ciò che abbiamo ricevuto possa trasformare il nostro modo di abitare il mondo. Gli occhi imparano a non cercare ciò che degrada lo sguardo, la parola viene liberata dalla necessità di ferire o prevalere e le mani diventano più disponibili al servizio. Non si tratta di compilare un elenco di comportamenti virtuosi, ma di permettere che tutta la persona venga progressivamente orientata verso Dio e che anche i gesti più ordinari manifestino l’appartenenza a Cristo.
Maria ci accompagna in questa sintesi. All’Annunciazione pronuncia: «Eccomi, sono la serva del Signore», e quella risposta entra realmente nella sua esistenza. Il Verbo prende carne nel suo grembo, Maria si mette in viaggio verso Elisabetta, vive la quotidianità di Nazaret e accompagna il Figlio lungo il cammino della sua missione, fino a rimanere presso la croce. Il suo «eccomi» non è dunque una parola isolata, ma la disposizione di una vita che continua a consegnarsi alla volontà di Dio.
Questo non significa che Maria realizzi un sacrificio redentore accanto a quello di Cristo. La salvezza viene unicamente dal Figlio. In lei contempliamo piuttosto la risposta della creatura alla grazia: Maria riceve da Dio e, proprio perché riceve, può consegnarsi. L’Assunzione manifesta il compimento gratuito dell’opera redentrice di Cristo nella sua persona; non è il compenso ottenuto attraverso una somma di sacrifici, ma la vittoria della grazia portata alla pienezza in colei che si è lasciata interamente plasmare dall’amore di Dio.
Anche questo ci impedisce di trasformare la vita cristiana in una contabilità delle rinunce. Non offriamo noi stessi per costringere Dio a ricompensarci. Gli riconsegniamo una vita che da lui abbiamo ricevuto, sapendo che soltanto nella comunione con lui essa raggiunge la propria verità. Il corpo destinato alla gloria non attende passivamente un futuro lontano: già oggi viene educato dal Regno, ogni volta che la sua libertà smette di vivere secondo la logica del possesso e diventa disponibile all’amore.
Domani arriveremo alla conclusione del nostro cammino. Dopo avere contemplato per tutto il mese il corpo nella sua origine, nella sua fragilità e nella sua vocazione, professeremo la fede nella «risurrezione della carne» e nella «vita del mondo che verrà». Comprenderemo allora pienamente perché l’offerta di oggi non è perdita: il corpo consegnato a Dio nella vita presente è lo stesso che egli non abbandonerà alla morte, ma chiamerà alla partecipazione definitiva alla gloria del Risorto.
Da questa professione di fede potremo poi entrare nel mese di settembre e contemplare il mistero della Croce e dell’Addolorata senza perdere l’orizzonte che agosto ci ha consegnato. Guarderemo il corpo che soffre sapendo già che la sofferenza e la morte non possiedono l’ultima parola sulla persona redenta.
Un gesto per oggi
Durante la preghiera presentiamo al Signore ciò che ci è costato negli ultimi giorni. Uniamolo all’offerta di Cristo.
Alla scuola del Concilio Vaticano II
Il Concilio insegna che le attività e le preghiere dei fedeli, se vissute nello Spirito, diventano sacrifici spirituali graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo. Anche la vita quotidiana entra in questa offerta. Il lavoro e le relazioni si uniscono al riposo e alle prove della giornata. (Lumen gentium, 34)
Lumen gentium inserisce la vita dei fedeli nel sacerdozio di Cristo. Il lavoro e le prove diventano sacrifici spirituali quando sono vissuti nello Spirito. L’Eucaristia raccoglie questa offerta e la unisce al sacrificio del Signore.
Preghiera
Padre misericordioso, ricevi il mio corpo come sacrificio vivente unito all’offerta del tuo Figlio. Fa’ che il lavoro e le relazioni diventino culto spirituale; accogli anche il riposo. Maria, donna del sì, insegnami a consegnare la vita giorno dopo giorno.
Giaculatoria
Maria, donna dell’offerta, insegnami a consegnare la vita.
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