«È seminato nella corruzione, risorge nell’incorruttibilità». (1Cor 15,42-49)

Cari amici buongiorno e buon inizio di settimana. Ieri san Paolo ci ha invitati a offrire i nostri corpi come sacrificio vivente, raccogliendo in una sola espressione gran parte del cammino percorso durante questo mese. Oggi arriviamo alla parola verso la quale ogni giornata ci ha lentamente condotti: risurrezione. Il corpo che abbiamo imparato a riconoscere come creato da Dio, assunto dal Verbo, raggiunto dai sacramenti e chiamato a diventare luogo dell’amore non è destinato a essere infine abbandonato. La fede cristiana osa affermare qualcosa di molto più grande della semplice sopravvivenza dell’anima: professa la risurrezione della carne.
Con queste parole la Chiesa custodisce una delle affermazioni più concrete e, forse, più vertiginose della fede. La morte separa l’anima dal corpo e il corpo conosce la corruzione. Non fingiamo che questo passaggio sia lieve. Quando accompagniamo una persona amata alla sepoltura, sappiamo bene che la morte possiede una concretezza dolorosa. La speranza cristiana non nasce dalla negazione di questa esperienza, ma dalla Pasqua di Cristo. Colui che è realmente morto è realmente risorto, e la sua risurrezione non appartiene soltanto alla sua vicenda personale: è il principio della risurrezione di coloro che gli appartengono.
San Paolo ricorre all’immagine del seme. Ciò che viene deposto nella terra appare consegnato alla corruzione e tuttavia Dio lo conduce a una condizione nuova: «È seminato nella debolezza, risorge nella potenza». L’Apostolo vuole custodire insieme continuità e trasformazione. Non saremo sostituiti da altre creature e non riceveremo una specie di copia di noi stessi. Sarà la stessa persona, nella sua identità, a essere richiamata alla pienezza della vita, mentre il corpo verrà trasformato secondo la condizione gloriosa del Cristo risorto.
Per questo la tradizione cristiana ha sempre difeso con forza la dignità della carne. Tertulliano arriverà a esprimerlo con una formula divenuta celebre: «La carne è il cardine della salvezza». È nella carne che riceviamo il Battesimo, ci nutriamo dell’Eucaristia e viviamo la carità; è attraverso il corpo che preghiamo, lavoriamo, serviamo e sosteniamo chi ci viene affidato. La salvezza non può dunque avere come compimento l’abbandono di ciò che Dio ha così profondamente coinvolto nella storia della grazia.
Arrivati alla fine di agosto, possiamo rileggere sotto questa luce l’intero itinerario. Abbiamo cominciato contemplando un corpo voluto da Dio e plasmato dalla terra. Abbiamo guardato la differenza dell’uomo e della donna, l’Incarnazione del Verbo e la carne illuminata nella Trasfigurazione. Abbiamo imparato a pregare con il corpo, a custodirlo e a riconoscerne la fragilità. Lo abbiamo visto lavorare nelle mani di Nazaret, camminare nella Visitazione, consegnarsi nella testimonianza dei santi e giungere, nell’Assunzione di Maria, alla contemplazione anticipata della gloria.
Dopo il 15 agosto il cammino si è fatto ancora più concreto. Il corpo è stato immerso nella Pasqua attraverso il Battesimo, nutrito nell’Eucaristia e raggiunto dalla misericordia nell’Unzione degli infermi. Abbiamo incontrato il desiderio e la necessità di educarlo, la vulnerabilità del bambino, la responsabilità dell’autorità e l’appartenenza al Corpo ecclesiale. Siamo entrati nella verità delle relazioni, nel perdono, nella cura delle ferite e nel linguaggio delle lacrime. Agostino ci ha mostrato una vita ricomposta dalla conversione e Giovanni Battista la fedeltà capace di assumere il prezzo della testimonianza. Nulla di questo rimane estraneo alla promessa che oggi professiamo.
La risurrezione non cancellerà questa storia come se il tempo vissuto non avesse avuto importanza. Dio porterà a compimento la persona che egli stesso ha creato e redento. Tutto ciò che la grazia ha formato in noi appartiene a una vicenda che non viene consegnata al nulla. La gloria libera dalla corruzione e dal peccato e conduce alla pienezza quella creatura concreta che Dio ha conosciuto, chiamato e amato.
Per questo anche il rispetto cristiano verso il corpo dei defunti nasce dalla fede nella risurrezione. Il corpo che accompagniamo con la preghiera non è una semplice reliquia biologica di una vita ormai terminata. È il corpo di una persona che abbiamo conosciuto e amato e che affidiamo a Dio nell’attesa del compimento. La liturgia esequiale porta dentro il dolore della separazione questa certezza: la morte non annulla la vocazione ricevuta nel Battesimo.
Maria ci ha accompagnati durante tutto il mese precisamente perché in lei questa promessa risplende già in modo singolare. L’Assunzione non sostituisce la risurrezione universale e non anticipa semplicemente ciò che accadrà a tutti secondo una identica modalità. È un privilegio unico, inseparabile dalla sua maternità divina e dalla singolare partecipazione alla Pasqua del Figlio. Proprio per questo diventa per la Chiesa «segno di sicura speranza e di consolazione»: contemplando Maria glorificata, il popolo ancora pellegrino vede confermato il destino verso il quale Cristo lo conduce.
La donna che abbiamo contemplato nella gloria è la stessa Maria che ha conosciuto la concretezza di Nazaret, la fatica dei viaggi, la cura quotidiana e la presenza presso la croce. Dio non ha salvato in lei una parte lasciandone un’altra alla morte. La sua glorificazione proclama che la redenzione riguarda la totalità della persona e ci permette di guardare anche il nostro corpo con uno sguardo nuovo. Non abbiamo bisogno di idolatrarlo come se dovesse rimanere eternamente giovane e forte, e non possiamo neppure disprezzarlo quando l’età o la malattia ne mostrano il limite. Esso appartiene alla persona chiamata alla comunione eterna con Dio.
Questa fede cambia anche il modo di attraversare il tempo. Invecchiare non significa semplicemente assistere alla progressiva perdita di ciò che eravamo. La malattia non trasforma il corpo in un residuo meno degno della persona. Perfino quando le forze diminuiscono, rimaniamo dentro una storia che Cristo conduce verso il proprio compimento. La promessa della risurrezione non ci dispensa dalla cura del corpo presente; al contrario, ci offre la ragione più profonda per rispettarlo in ogni stagione della vita.
Quando la Chiesa proclama «Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà», il verbo è significativo. Non dice soltanto «credo», ma «aspetto». La fede apre un’attesa. Viviamo ancora dentro un corpo mortale, eppure la nostra esistenza è orientata verso qualcosa che Dio ha promesso e che la risurrezione di Cristo ha già inaugurato. L’attesa cristiana non consiste nel conoscere anticipatamente come sarà la vita futura; consiste nell’affidarsi a Colui che ha fatto uscire il Figlio dal sepolcro e che non perderà nulla di ciò che gli appartiene.
Così possiamo comprendere finalmente il titolo che ha accompagnato tutto agosto: il corpo destinato alla gloria. Non significava ignorare la debolezza del presente. Abbiamo incontrato il corpo stanco e ammalato, quello che desidera e quello che piange, il corpo ferito e quello che deve imparare a lasciarsi aiutare. La gloria non ha cancellato nessuna di queste realtà; ci ha impedito di considerarle definitive. Il corpo che oggi conosce il limite appartiene a una promessa più grande del limite stesso.
Ed è precisamente da qui che possiamo entrare nel mese di settembre. La Croce e l’Addolorata ci condurranno più vicino al corpo che soffre, alla ferita, alla perdita e al mistero di una Madre che rimane presso il Figlio crocifisso. Non entreremo però in quel mese come se non conoscessimo ancora l’esito della storia. Agosto ci ha consegnato la luce con cui dovremo guardare anche il dolore: il Crocifisso è il Risorto e Maria Addolorata è la stessa donna che abbiamo contemplato assunta nella gloria.
La professione della risurrezione della carne diventa allora la soglia tra i due mesi. Ci permette di avvicinarci alla Croce senza trasformare il dolore nell’ultima parola sull’uomo. A settembre guarderemo ciò che il corpo patisce; porteremo con noi la certezza imparata in agosto: ciò che Cristo ha assunto, redento e fatto suo non sarà abbandonato alla morte.
Il mese si chiude, dunque, esattamente là dove doveva arrivare. Abbiamo cominciato con il corpo uscito dalle mani del Creatore e terminiamo con il corpo atteso dalle mani del Risorto. Tra queste due estremità si colloca tutta la vita cristiana: una carne ricevuta come dono, attraversata dalla grazia e affidata alla promessa di Dio.
Un gesto per oggi
Recitiamo lentamente il Credo e sostiamo sulle parole dedicate alla risurrezione. Affidiamo al Signore una persona defunta.
Alla scuola di Tertulliano
Tertulliano esprime la fede cristiana con una formula incisiva: «La carne è il cardine della salvezza». Attraverso il corpo riceviamo i sacramenti e serviamo il prossimo. Nella carne Cristo ha compiuto la redenzione. La risurrezione appartiene perciò al cuore della speranza cristiana. (La risurrezione della carne, 8, 3)
La formula di Tertulliano difende la carne contro ogni spiritualismo. I sacramenti raggiungono l’uomo attraverso il corpo e la carità si compie nella carne. Per questo la risurrezione non è una aggiunta secondaria. Appartiene alla struttura della salvezza cristiana.
Preghiera
Signore Gesù risorto, tu trasfigurerai il nostro corpo mortale. Custodisci in me la fede quando incontro la vecchiaia e la morte. Maria assunta, accompagnami nel mese che si apre e insegnami a stare presso la Croce senza perdere la speranza della gloria.
Giaculatoria
Maria assunta, guidami dalla Croce alla gloria.
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