La notizia della morte di Enzo Bianchi mi ha riportato questa mattina non tanto alle molte pagine scritte su di lui, quanto agli incontri che negli ultimi anni abbiamo avuto con lui come clero dell’Arcidiocesi di Spoleto-Norcia. È da questa esperienza che desidero ricordarlo.

Su Enzo Bianchi esiste da tempo una sorta di biografia parallela costruita dalle appartenenze ecclesiali. Per alcuni è stato uno dei grandi maestri spirituali del cattolicesimo contemporaneo. Per altri il simbolo di una stagione ecclesiale segnata da letture della Scrittura, della morale e della vita della Chiesa considerate troppo vicine alla sensibilità moderna. La sua vicenda a Bose ha aggiunto altre ferite e altri giudizi. Oggi sarebbe facile scegliere una delle due rappresentazioni e costruirvi sopra un necrologio.

L’esperienza personale mi impedisce di farlo. Quando lo abbiamo incontrato nelle giornate dedicate alla formazione del nostro clero, più di una volta ho avuto la sensazione di ascoltare un Enzo Bianchi diverso da quello che la sua notorietà aveva consegnato anche a me. Non perché avesse rinnegato la propria storia. Non ho elementi per affermarlo e sarebbe scorretto attribuire a un uomo, proprio nel giorno della morte, una conversione costruita secondo le nostre categorie. Ciò che ascoltavamo aveva una tonalità che sorprendeva.

Nel maggio dello scorso anno ci parlò della spiritualità del presbitero. Richiamò con forza la necessità della preghiera quotidiana, della familiarità con la Parola, dell’intercessione per il popolo affidato. Mise in guardia da un ministero che finisce per diventare funzione e autoreferenzialità. Arrivò a parlare della necessità che la vita del sacerdote torni a essere “desiderabile”, umanamente bella, capace di suscitare ancora il desiderio della vocazione.

Qualche mese fa tornò ancora tra noi. Era il 26 marzo scorso, nella chiesa di San Gregorio a Spoleto e gli era stato affidato dal nostro Arcivescovo di presentarci il verbo del prete “ascoltare”. Bianchi iniziò dicendo di essere contento di trovarsi ancora una volta tra noi. Poi aggiunse che, dopo gli incontri vissuti con il nostro presbiterio, poteva ormai dire che esso era «entrato nella mia preghiera».

Quel giorno affrontò proprio una delle parole più utilizzate nella Chiesa di questi anni. Lo fece senza indulgenza verso gli slogan. Disse che si era parlato molto di ascolto nel cammino sinodale e che non sempre si era trattato di un ascolto realmente plasmato dalla Parola di Dio e dalla tradizione cristiana.

Poi ci condusse a Salomone, al lev shomea’, il cuore che ascolta. La vera sapienza, ci disse, nasce da lì. Prima della parola viene l’ascolto. Prima dell’iniziativa dell’uomo viene una Parola ricevuta. Prima che il sacerdote possa predicare, accompagnare qualcuno o guidare una comunità, deve restare discepolo sotto la Parola. Era una riflessione molto lontana dall’immagine semplicistica di un cristianesimo adattato allo spirito del tempo.

Durante il confronto la sorpresa diventò ancora maggiore. Bianchi parlò apertamente della mondanizzazione penetrata nella vita cristiana. Espresse preoccupazione per la perdita della radicalità evangelica nella vita consacrata. Guardò senza ottimismo artificiale alla crisi educativa dei giovani. Disse che non riusciva a condividere certe letture nelle quali ogni crisi della Chiesa viene immediatamente trasformata in una magnifica opportunità.

Ricordo soprattutto una sua affermazione: la Chiesa non può illudersi di vivere senza preti e senza Eucaristia. Una comunità nella quale il sacerdote passa soltanto occasionalmente a celebrare finisce, secondo lui, per indebolirsi fino a consumarsi.

Non erano esattamente le parole che molti di noi si aspettavano dal personaggio pubblico chiamato Enzo Bianchi.

A un certo punto il confronto toccò anche il rapporto con il mondo contemporaneo. Disse di amare profondamente il Concilio Vaticano II e di avere progressivamente maturato forti riserve sul modo in cui il dialogo con il mondo era stato talvolta interpretato. Ciò che doveva essere dialogo, osservava, poteva trasformarsi in mondanizzazione. Ascoltare il mondo restava necessario per lui. Occorreva ascoltarlo con il discernimento di chi continua a credere che il Vangelo possieda qualcosa da dire al mondo e non debba semplicemente ricevere dal mondo i propri criteri.

Forse è questo il Bianchi che vorrei ricordare oggi. Non mi interessa stabilire quale fosse il “vero” Enzo Bianchi. Una vita umana, soprattutto quando attraversa ottant’anni di storia della Chiesa, non rimane immobile dentro una fotografia. Gli uomini maturano. Le convinzioni vengono messe alla prova. Alcune certezze si fanno più profonde, altre perdono la durezza che avevano avuto.

Poi arriva la sofferenza. Nella vicenda di Enzo Bianchi vi è stata una sofferenza ecclesiale particolarmente dura. Aver fondato una comunità, averla guidata per decenni e trovarsi infine a doverla lasciare deve essere stata una ferita enorme. Non conosco ciò che quella ferita abbia prodotto nella sua coscienza. Nessuno di noi può conoscerlo.

Conosco però qualcosa della logica cristiana. Il fallimento occupa nel Vangelo un posto che noi preferiremmo evitare. Pietro deve passare attraverso il proprio rinnegamento. I discepoli devono vedere morire la speranza che avevano costruito attorno a Gesù. La Croce stessa appare inizialmente come la smentita di ogni attesa.

Dio conosce una strana arte che noi impariamo con molta fatica: sa lavorare anche dentro ciò che si spezza. Per questo, ripensando oggi agli ultimi anni di Enzo Bianchi, mi domando se alcune delle parole che abbiamo ascoltato da lui non portassero anche il segno di una sofferenza attraversata.

Negli ultimi mesi questa impressione è diventata ancora più forte.Lo abbiamo visto intervenire sulla questione liturgica con accenti che hanno sorpreso persino alcuni dei suoi antichi compagni di strada. Bianchi aveva espresso in passato riserve molto nette sul Summorum Pontificum. Quest’anno ha chiesto alla Chiesa di non trasformare la liturgia in una nuova frontiera di divisione. Ha ricordato che l’Eucaristia è sacramento di comunione e ha cercato una strada capace di ricomporre la frattura con quanti rimangono legati alla liturgia precedente alla riforma. Andrea Grillo reagì con grande durezza, arrivando provocatoriamente a definirlo un “apologeta del vecchio rito”.

Quell’intervento, letto oggi, mi appare sotto una luce diversa. Non so se vi sia stata una conversione delle sue idee. Forse è accaduto qualcosa di più umano e, proprio per questo, più cristiano: con gli anni e attraverso le ferite può diventare meno importante vincere una disputa e molto più urgente custodire una comunione.

La sofferenza insegna talvolta ciò che nessun dibattito riesce a insegnare. Lo stesso Bianchi, negli ultimi tempi, parlava con crescente dolore dello svuotamento delle chiese e della scomparsa di comunità monastiche che aveva conosciuto fiorenti. Raccontava di attraversare luoghi nei quali monasteri erano diventati ristoranti e chiese erano ormai vuote. Non accettava che tutto questo venisse salutato con facilità come l’inizio di una stagione finalmente favorevole al Vangelo. Diceva di sentirne la “trafittura al cuore”.

Forse anche questo appartiene al suo ultimo insegnamento. Ci sono momenti nei quali la realtà corregge le nostre teorie. La perdita rende prezioso ciò che avevamo considerato scontato. La divisione fa comprendere il valore della comunione. La fragilità delle nostre opere ricorda che nessuna di esse coincide con il Regno di Dio.

Arriva infine un momento nel quale anche l’opera più amata deve essere lasciata. Oggi Enzo Bianchi lascia tutto. Lascia le discussioni che lo hanno accompagnato, le ferite ricevute e quelle che può aver provocato, le parole giuste e quelle che meritano ancora discernimento. Il giudizio appartiene ormai a Dio.

A noi rimane anche una gratitudine personale. Il 26 marzo scorso ci disse che il nostro presbiterio era entrato nella sua preghiera. Questa mattina quella frase ritorna con una semplicità nuova. Ora è lui a entrare nella nostra.

E mi piace pensare che l’uomo che pochi mesi fa ci parlava del lev shomea’, del cuore capace di ascoltare, sia giunto davanti a Colui che per tutta la vita aveva cercato di ascoltare nella Scrittura.

La fede cristiana affida a Dio anche i percorsi incompiuti. Forse soprattutto quelli. Perché la Croce ci ha insegnato che ciò che agli occhi dell’uomo appare come la conclusione di un fallimento può diventare, nelle mani di Dio, l’inizio dell’incontro. Riposa in pace caro fratello Enzo.

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