Cari amici, oggi, 26 agosto, ricorre la memoria liturgica del beato Giovanni Paolo I. La data ci riporta alla sera del 26 agosto 1978, quando Albino Luciani, patriarca di Venezia, venne eletto alla Cattedra di Pietro e si affacciò dalla Loggia centrale della Basilica di San Pietro con quel volto che sarebbe rimasto nella memoria di tanti. Ancora oggi lo chiamiamo «il Papa del sorriso», quasi che quelle poche settimane siano bastate perché un tratto del suo volto diventasse parte del ricordo che la Chiesa conserva di lui.

Pensando a Luciani mi è tornata alla mente una domanda nata quasi per caso. Qualcuno osservava che nei Vangeli non si legge mai che Gesù abbia sorriso e arrivava a ricavarne un giudizio piuttosto singolare sul sorriso stesso. La conclusione non ha fondamento. La domanda che rimane dietro quella provocazione merita invece attenzione: perché nella Bibbia si parla così poco del sorriso?

Forse siamo noi a cercarlo con categorie che appartengono più al nostro modo di raccontare una persona che a quello della Scrittura.

Siamo abituati a osservare il volto nei suoi movimenti più piccoli. Un sorriso può diventare per noi un gesto compiuto, capace di comunicare simpatia, vicinanza o rassicurazione. Lo ricordiamo in una fotografia e qualche volta finiamo per identificare una persona proprio attraverso quel tratto. La Bibbia guarda il volto in maniera più larga. Le interessa ciò che attraverso il volto accade nella relazione.

Per questo nelle sue pagine il volto si illumina, viene rivolto verso qualcuno, si nasconde. L’uomo cerca il volto di Dio e teme che Dio nasconda il proprio volto. Nella grande benedizione affidata ad Aronne troviamo parole che attraversano ancora oggi la preghiera della Chiesa:

«Il Signore faccia risplendere per te il suo volto
e ti faccia grazia.
Il Signore rivolga a te il suo volto
e ti conceda pace» (Nm 6,25-26).

Il volto risplendente indica benevolenza e premura e Benedetto XVI, commentando questo testo, ricordava che il volto rende riconoscibile la persona e lascia trasparire ciò che abita nel cuore; quando la Scrittura parla di Dio, il suo volto mostrato diventa espressione della sua benevolenza.

Mi sembra che qui cominci ad apparire quella diversa grammatica che stavamo cercando. Noi diremmo facilmente che qualcuno ci sorride. La Scrittura preferisce raccontare un volto che si rivolge verso di noi e si fa luminoso. Il gesto delle labbra rimane dentro qualcosa di più grande: la persona che si apre alla persona che ha davanti.

Anche il riso di Sara, che a prima vista potrebbe far pensare a una certa diffidenza biblica verso queste espressioni, racconta una storia più complessa. Sara ride quando ascolta la promessa di una maternità che ormai le appare impossibile. In quel momento il suo riso lascia affiorare la fatica a credere. Quando Isacco nasce, la stessa Sara può dire: «Motivo di lieto riso mi ha dato Dio». Il riso accompagna così un cammino nel quale la promessa di Dio, prima accolta con incredulità, diventa motivo di gioia.

Nel libro di Giobbe troviamo poi un versetto che, pensando a Papa Luciani, acquista quasi una luce particolare. Giobbe ricorda il tempo in cui era circondato dalla stima degli uomini e dice: «Se a loro sorridevo, non osavano crederlo, non si lasciavano sfuggire la benevolenza del mio volto» (Gb 29,24). Qui il sorriso è accostato direttamente alla benevolenza del volto. La Scrittura sembra interessata proprio a ciò che quel sorriso lascia arrivare all’altro.

Quando passiamo ai Vangeli, il fatto che nessun evangelista senta il bisogno di scrivere «Gesù sorrise» comincia allora a sorprenderci molto meno. Gesù viene raccontato attraverso i suoi incontri. Lo vediamo prendere i bambini tra le braccia, fermarsi davanti al dolore, guardare una persona e amarla. Luca ci conduce persino dentro un momento di gioia di Gesù e scrive che «esultò di gioia nello Spirito Santo». Quella gioia nasce dalla sua relazione con il Padre e si manifesta mentre egli contempla ciò che Dio sta compiendo nei piccoli.

Gli evangelisti ci lasciano entrare in quella gioia senza descrivere la posizione delle labbra o l’espressione degli occhi. A loro interessa farci conoscere chi Gesù ha davanti e ciò che accade nell’incontro con lui. È una maniera di raccontare che chiede di sostare più a lungo, perché il volto di Cristo emerge progressivamente dai gesti con cui egli si lascia avvicinare e dal modo in cui guarda l’uomo.

Forse proprio per questo il ricordo di Albino Luciani può aiutarci oggi a comprendere qualcosa di questa lingua antica.

Benedetto XVI lo descrisse come un Pontefice «sempre disponibile all’accoglienza e al sorriso». Sono due parole che, messe una accanto all’altra, spiegano molto. Il sorriso di Giovanni Paolo I è rimasto nella memoria perché sembrava nascere dalla sua maniera di stare davanti alle persone. Era parte di quella semplicità con cui parlava e ascoltava, lasciando percepire immediatamente una disposizione del cuore.

Riguardando le immagini di quella sera del 26 agosto 1978 si comprende forse perché il mondo abbia conservato proprio quel tratto. Sul volto del nuovo Papa c’era qualcosa che rendeva più facile avvicinarsi. In un ministero che porta con sé un peso immenso, Luciani apparve fin dall’inizio con una semplicità che non aveva bisogno di essere spiegata. Il sorriso ne era una parte visibile, dentro un modo più profondo di offrirsi all’incontro.

La Scrittura ci invita allora a non cercare soltanto un sorriso materialmente registrato nel testo. Ci educa a riconoscere ciò che un volto comunica quando si apre alla presenza dell’altro. Anche il volto di Cristo nei Vangeli si lascia conoscere così, attraverso quella vicinanza nella quale l’uomo si scopre guardato con benevolenza e accolto nella sua storia.

Oggi, nell’anniversario dell’elezione di Giovanni Paolo I, il ricordo del «Papa del sorriso» ci riporta quasi spontaneamente all’antica benedizione di Israele: «Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia». Noi diremmo forse, con parole più semplici, che un volto risplende quando si illumina davanti a qualcuno, quando la gioia interiore arriva fino agli occhi e alle labbra e diventa sorriso.

Forse possiamo allora permetterci di ascoltare quella benedizione con un’immagine che ci è più familiare: il volto di Dio che si china sull’uomo e gli sorride. Non il sorriso superficiale di chi ignora la fatica della vita, bensì quello di chi guarda con benevolenza, riconosce, accoglie. È forse questa l’immagine più bella da portare con noi oggi ricordando Albino Luciani: un uomo il cui sorriso ci ha aiutato, per un breve tratto della storia della Chiesa, a intuire qualcosa del sorriso di Dio.

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