
Cari amici, questa mattina, celebrando la Messa con le monache, mi sono fermato a lungo su un passaggio del Vangelo molto familiare. Filippo incontra Natanaele e gli annuncia con gioia ciò che ha scoperto: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nazaret».
La risposta di Natanaele arriva subito: «Da Nazaret può venire qualcosa di buono?». È una reazione che sentiamo vicina perché appartiene a un meccanismo che conosciamo bene. Basta sapere da dove viene una persona, quale ambiente frequenta, che cosa si racconta di lei, e spesso ci sembra di avere già elementi sufficienti per definirla. L’incontro non è ancora avvenuto e il giudizio ha già preso forma.
Mi ha colpito soprattutto il comportamento di Filippo. Non si mette a difendere la propria affermazione, non trasforma ciò che ha vissuto in una disputa da vincere. Dice soltanto: «Vieni e vedi».
In queste parole c’è una libertà profonda. Filippo ha incontrato Gesù e si fida della forza di quell’incontro. Non sente il bisogno di sostituirsi al Maestro né di costringere Natanaele ad accettare la propria testimonianza. Gli apre una strada perché possa vedere personalmente.
Forse molte delle nostre fatiche nell’evangelizzazione cominciano proprio quando perdiamo questa semplicità. La fede rischia di diventare una posizione da difendere e ogni obiezione qualcosa a cui rispondere immediatamente. Si parla molto di Cristo e, qualche volta, si smarrisce la capacità di condurre a lui. La riflessione, lo studio e il confronto hanno il loro valore, perché la fede cerca anche l’intelligenza. La testimonianza nasce però da qualcosa che viene prima: essere stati raggiunti da Colui del quale parliamo.
Natanaele, dal canto suo, compie un gesto decisivo. Ha espresso un giudizio sbrigativo e non rimane fermo dentro quel giudizio. Accoglie l’invito di Filippo e va.
Questo particolare mi sembra importante. Natanaele non ha ancora cambiato idea. Accetta semplicemente che ciò che pensa venga messo alla prova dall’incontro. Non cerca di proteggere la propria opinione dalla realtà. Va a vedere.
Quando Gesù lo vede arrivare pronuncia parole sorprendenti: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità».
Non credo che Gesù stia lodando la battuta su Nazaret né stia dicendo che Natanaele è un uomo senza peli sulla lingua. Nelle sue parole c’è qualcosa di più profondo. Gesù riconosce in lui un uomo senza doppiezza.
Natanaele ha un’idea ancora parziale e non pretende che la realtà sia costretta a confermarla. Il suo comportamento lascia intravedere un uomo disposto ad amare la verità più della propria convinzione. Ha formulato un giudizio e conserva dentro di sé lo spazio perché quel giudizio possa essere corretto.
La rettitudine che Gesù riconosce in lui non significa che Natanaele sia incapace di sbagliare. Significa che l’errore non è diventato per lui una posizione da salvare. Quando la verità si presenta, trova ancora una porta aperta.
A questo punto il racconto si fa ancora più profondo. Natanaele chiede: «Come mi conosci?». Gesù risponde: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi».
Natanaele era venuto per vedere Gesù e scopre di essere già stato visto da lui. Il Vangelo non ci dice che cosa stesse facendo sotto quel fico. Forse proprio per questo l’immagine conserva una forza particolare. Ognuno di noi ha un proprio “sotto il fico”: il luogo della vita che gli altri non conoscono, ciò che non compare nelle parole pubbliche, i pensieri che rimangono custoditi nel silenzio.
Cristo arriva anche lì. Gli altri possono conoscere Natanaele attraverso la frase che ha pronunciato su Nazaret. Gesù lo conosce da prima di quella frase e più profondamente di quella frase. Vede l’uomo che porta un pregiudizio e vede anche ciò che quel pregiudizio non ha cancellato. Non lo identifica con il suo errore.
Questo modo di conoscere di Gesù dice qualcosa anche di noi. Non cominciamo a esistere davanti a lui nel momento in cui finalmente ci decidiamo a cercarlo. Il suo sguardo ci precede. Ci conosce là dove nessun altro arriva, nei luoghi della nostra vita che forse nemmeno noi sappiamo raccontare bene.
C’è qualcosa di profondamente consolante in questa scena. Davanti a Cristo non siamo prigionieri dell’immagine che gli altri si sono fatti di noi. Il suo sguardo raggiunge anche ciò che noi facciamo fatica a riconoscere dentro di noi, e proprio per questo può condurci alla verità senza umiliarci.
Natanaele comprende allora che colui che era venuto a conoscere lo conosce già. La sua precedente sicurezza comincia a cedere davanti a un incontro che non aveva previsto.
Forse anche per questo il modo di Gesù di correggere è così diverso dal nostro. Noi tendiamo facilmente a identificare una persona con una frase sbagliata, con un giudizio affrettato, con l’ambiente dal quale proviene. Da quel momento diventa per noi “quello che pensa così”. Gesù vede più a fondo. Riconosce l’uomo che può ancora mettersi in cammino verso la verità.
Questa dinamica riguarda molto da vicino le nostre relazioni. Quante volte conosciamo qualcuno attraverso ciò che altri hanno deciso di raccontarci di lui. Un episodio viene riferito, un comportamento viene interpretato, una parola viene isolata, e la persona reale finisce dietro una categoria già pronta. Quando finalmente arriva l’incontro, rischiamo perfino di guardarlo attraverso l’opinione che avevamo ricevuto.
La stessa cosa può accadere nella vita della Chiesa. Si parla di tradizione senza averla realmente conosciuta e si chiede il rinnovamento di realtà incontrate soltanto attraverso interpretazioni già ricevute. Si invoca l’aggiornamento senza domandarsi abbastanza che cosa si stia aggiornando e quale realtà abbiamo davvero ricevuto.
Ogni riforma autentica richiede conoscenza. Ciò che non conosciamo non può essere realmente rinnovato. Rischia soltanto di essere sostituito da ciò che il presente considera più adatto, più comprensibile, più accettabile.
Il Vangelo di questa mattina mi ha lasciato soprattutto questo: Filippo non chiede a Natanaele di fidarsi delle sue parole. Gli chiede di andare a vedere. Natanaele ha la libertà di farlo, portando con sé anche il proprio pregiudizio. Gesù, incontrandolo, non lo riduce a quel pregiudizio. Vede l’uomo capace di lasciarsi raggiungere dalla verità.
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