
Cari amici, Papa Leone XIV ha scritto al superiore generale della Fraternità San Pio X, don Davide Pagliarani.
È una lettera breve. Proprio per questo pesa. Non è un trattato, non è una sentenza, non è nemmeno un comunicato di condanna scritto nel linguaggio freddo delle cancellerie. È una parola paterna, rivolta non solo al superiore generale, ma anche ai vescovi, ai sacerdoti, ai seminaristi e ai fedeli legati alla Fraternità. Il Papa parla come successore dell’apostolo Pietro, consapevole della responsabilità ricevuta da Cristo, e lo fa nel giorno in cui la Chiesa contempla Pietro e Paolo: la comunione e la missione, il primato e l’annuncio, la roccia visibile e la fede proclamata fino al sangue.
La prima cosa che colpisce è che il Papa non cancella il bene presente nella Fraternità. Riconosce l’attaccamento alla vita liturgica, l’impegno nella formazione sacerdotale, lo zelo apostolico e il desiderio di fedeltà alla Tradizione presenti in molte persone e comunità legate a essa. Non riduce la Fraternità a un problema. Riconosce il bene. E proprio perché lo riconosce, chiede che quel bene non venga trasformato in lacerazione.
Qui sta il punto. La Tradizione, quando è vera, non diventa possesso di parte. Non viene usata come arma contro la comunione. Non si presenta come una cittadella da difendere contro la Chiesa visibile. La Tradizione vive nella Chiesa, dentro la comunione della Chiesa, anche quando questa comunione costa sofferenza, pazienza, incomprensioni, attesa.
Poi la lettera diventa chiarissima. Il Papa chiede alla Fraternità: “tornate sui vostri passi”. Non usa giri di parole. Non lascia spazio all’equivoco. L’atto che si prepara viene definito scismatico. Lacerare la Tunica inconsutile di Cristo è presentato come un peccato di estrema gravità. E non si tratta soltanto di un problema tra Roma e i superiori della Fraternità. Il Papa guarda ai fedeli, al loro bene spirituale, alla loro santificazione, alla loro possibilità di ricevere i sacramenti in modo lecito e, in alcuni casi, persino valido.
Questo è forse il passaggio più pastorale della lettera. Per settimane molti hanno parlato di salus animarum. Ebbene, il Papa riporta proprio lì la questione: quali anime? Quali fedeli? Quale bene spirituale? Non basta dire che si agisce per salvare le anime se poi quelle stesse anime vengono trascinate dentro una lacerazione ecclesiale, costrette a scegliere tra appartenenze, narrazioni, sospetti, fedeltà contrapposte.
I poveri fedeli non devono diventare combustibile per le guerre ecclesiali. È questa la cosa più dolorosa. Molti fedeli legati alla Fraternità hanno trovato liturgia, confessione, predicazione, ordine spirituale, senso del sacro. Questo bene non va negato. Sarebbe ingiusto e stupido. Però proprio quei fedeli rischiano ora di essere portati dentro un atto che non cura la ferita, ma la rende più profonda. Si dice loro: lo facciamo per voi. Il Papa, invece, dice: pensate attentamente al loro bene spirituale.
Due modi di intendere la cura dei fedeli vengono messi davanti alla luce: da una parte la necessità rivendicata di provvedere, dall’altra la supplica di non lacerare.
La lettera toglie anche un alibi. Non si potrà più dire che Roma è rimasta in silenzio. Non si potrà più dire che il Papa non ha parlato. Non si potrà più dire che davanti alla Fraternità vi siano soltanto comunicati, fredde sanzioni e porte chiuse. Leone XIV dice esplicitamente che la Chiesa è disponibile a un percorso di dialogo e di intesa, che lo Spirito Santo può rendere possibile e fecondo.
La porta non è chiusa. Ma non si può attraversare una porta mentre si scava un fossato.
Il dialogo non può svolgersi sotto la pressione di un fatto compiuto. Non si può dire: parliamo, mentre manteniamo fissata la data di un atto che il Papa ci chiede di non compiere. Non si può invocare la comunione mentre ci si prepara a colpirla nel suo segno visibile. Non si può chiedere paternità al Papa e nello stesso tempo trattare il suo mandato come un ostacolo superabile dalla propria diagnosi della crisi.
La data della lettera pesa: 29 giugno, solennità dei santi Pietro e Paolo. Non è un dettaglio devoto messo lì per ornare il testo. In quel giorno la Chiesa contempla insieme Pietro e Paolo: Pietro, principio visibile della comunione; Paolo, testimone ardente della verità apostolica annunciata fino al sangue.
Separarli sarebbe già tradire qualcosa del mistero cattolico. Non si può invocare Paolo contro Pietro, come se la verità della fede potesse vivere fuori dalla comunione visibile. Non si può invocare Pietro senza la franchezza di Paolo, come se la comunione potesse reggersi su silenzi, ambiguità o prudenza mondana. La Chiesa cattolica respira con entrambi: la fede apostolica e la comunione gerarchica, la verità ricevuta e il vincolo visibile che la custodisce nella storia.
Per questo questa vigilia ha un sapore amaro. Amaro perché si avvicina un atto che rischia di rendere pubblica una frattura maturata da tempo. Amaro perché molti fedeli sinceri, già feriti e confusi, potrebbero essere trascinati in una scelta che non dovrebbero mai subire. Amaro perché il bene reale custodito da tanti sacerdoti e fedeli legati alla Fraternità rischia di essere oscurato da una decisione che ferisce la Chiesa proprio mentre pretende di servirla.
Eppure questa vigilia è anche rivelatrice. La lettera del Papa mostra che il nodo non può più essere ridotto alla discussione sul Vaticano II, sulla liturgia, sul modernismo o sulla crisi postconciliare. Sono questioni reali, alcune gravi, altre mai affrontate con sufficiente chiarezza. Ma ora il problema appare nella sua forma più radicale: una realtà ecclesiale può trasformare la propria diagnosi della crisi in titolo sufficiente per compiere un atto episcopale senza mandato pontificio?
Qui non siamo più soltanto davanti a una disputa dottrinale o liturgica. Siamo davanti alla domanda sulla natura stessa della comunione cattolica. E davanti a questa domanda non bastano più le parole solenni, le professioni di fede, le analisi storiche o il richiamo alle ferite subite. Resta l’atto. E l’atto, se compiuto, parlerà più di qualunque dichiarazione.
La risposta cattolica, a questo punto, non può che essere negativa. Lo stato di necessità invocato dalla Fraternità appare sempre più come necessità della Fraternità, non della Chiesa. Se venissero meno i suoi vescovi, non verrebbero meno i vescovi cattolici, la successione apostolica, i sacramenti, la Chiesa visibile. Verrebbe meno la possibilità della Fraternità di continuare autonomamente la propria opera nella forma attuale. Questo può essere un problema serio per la Fraternità. Non può diventare una legge superiore alla comunione della Chiesa.
Il Papa non nega le ferite. Non chiude la porta. Non cancella il bene. Prega. Supplica. Chiede. Avverte.
Ora, se l’atto verrà compiuto, non potrà essere raccontato come una scomunica “subita” da Roma perché si professa la fede cattolica. Sarà la scelta libera di procedere nonostante la parola esplicita del Papa. Sarà la manifestazione pubblica di una rottura già maturata nella logica. Sarà il tentativo di presentare come fedeltà ciò che il successore di Pietro ha indicato come lacerazione della Tunica di Cristo.
Questa lettera, nella sua sobrietà, rimette ciascuno davanti alla responsabilità dei propri atti. Il Papa ha parlato. Ha parlato da padre. Ha parlato nel giorno di Pietro e Paolo. Ha parlato riconoscendo il bene e chiedendo di non trasformarlo in peccato di divisione.
Adesso non resta che pregare. Pregare perché chi deve decidere ascolti. Pregare perché i fedeli non vengano trascinati in una militanza affettiva che spegne la ragione. Pregare perché la Tradizione non venga separata dalla comunione. Pregare perché Roma sappia continuare a parlare con verità e paternità. Pregare perché nessuno confonda il bene ricevuto da una Fraternità con l’indefettibilità promessa da Cristo alla sua Chiesa.
La Chiesa non si salva lacerandola. La Tradizione non si custodisce separandola. Pietro ha parlato da padre. Ora il silenzio, la preghiera e la responsabilità degli atti diranno il resto.
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