La risposta di don Davide Pagliarani a Leone XIV

Cari amici, la risposta di don Davide Pagliarani alla lettera di Papa Leone XIV merita una lettura attenta. Non basta fermarsi al tono rispettoso, alle parole filiali, ai riferimenti devoti, alla richiesta della benedizione. Tutto questo c’è, e va riconosciuto. La forma è misurata. Il linguaggio è educato. La devozione dichiarata è evidente.

Ma proprio per questo la sostanza pesa ancora di più.

Il Papa aveva scritto alla Fraternità San Pio X chiedendo di tornare sui propri passi. Aveva parlato da padre. Aveva riconosciuto il bene presente nella Fraternità. Aveva ricordato il pericolo per i fedeli. Aveva definito l’atto annunciato come scismatico e come lacerazione della Tunica inconsutile di Cristo. Aveva lasciato aperta la possibilità di un percorso di dialogo e di intesa.

La risposta di Pagliarani ringrazia. Dice di essere stato toccato dalla sollecitudine paterna. Chiede al Papa di considerare l’autenticità delle intenzioni della Fraternità. Invoca la necessità di fare tutto il possibile per ricucire la tunica di Cristo. Domanda tempo. Ricorda le anime che avrebbero ritrovato la fede attraverso l’apostolato della Fraternità. Richiama anche la fiducia in santa Rita, quasi a dire che nulla è impossibile e che non è mai troppo tardi.

Tutto questo, però, lascia scoperta una parola. Una sola. La parola decisiva.

Sospendiamo.

Quella parola non c’è.

E l’assenza di quella parola dice molto.

Il Papa aveva chiesto di fermarsi. La risposta sembra dire: Santo Padre, comprenda perché andiamo avanti. Il Papa aveva indicato l’atto come lacerazione. La Fraternità risponde presentandolo come tentativo di ricucire. Il Papa vede nel gesto annunciato un pericolo per la comunione e per i fedeli.

Pagliarani lo presenta come un mezzo straordinario per servire la Chiesa, come si soccorre una madre in difficoltà.

Qui non siamo più davanti a una semplice divergenza canonica. Siamo davanti a due letture opposte dello stesso gesto.

Per il Papa, la consacrazione senza mandato pontificio lacera.
Per la Fraternità, quel gesto ricuce.
Per il Papa, l’atto mette a rischio i fedeli.
Per la Fraternità, l’atto serve proprio quei fedeli.
Per il Papa, si tratta di tornare indietro.
Per la Fraternità, si tratta di chiedere a Roma di comprendere meglio.

Ecco perché la rottura è già nella logica.

La rottura non comincia soltanto quando l’atto viene compiuto. L’atto, se verrà compiuto, renderà visibile ciò che è già maturato nel ragionamento. Prima ancora della consacrazione, c’è una diversa idea di Chiesa. Prima ancora della sanzione, c’è una diversa concezione dell’autorità. Prima ancora della ferita canonica, c’è una ferita ecclesiologica.

La Fraternità non dice di volersi separare dalla Chiesa romana. Anzi, afferma il contrario. Dice di volerla servire. Dice di voler soccorrere la Madre. Dice di voler ricucire la tunica. Ma il problema è proprio qui: si può dire di servire la Chiesa compiendo un atto che il Papa, successore di Pietro, chiede esplicitamente di non compiere?

Questa è la domanda.

Non basta dire che l’intenzione è sincera. Può esserlo. Non basta dire che molte anime hanno ricevuto bene dalla Fraternità. Può essere vero. Non basta dire che vi sono ferite nella Chiesa, errori, ambiguità, crisi liturgiche e dottrinali. Ci sono, e sarebbe sciocco negarlo, oltre che comodo come un ombrello bucato sotto il diluvio.

Ma la sincerità dell’intenzione non rende buono ogni mezzo.

Il bene ricevuto dai fedeli non può diventare autorizzazione a oltrepassare il mandato pontificio. La sofferenza per la crisi non può trasformarsi in diritto a provvedere da sé alla successione episcopale. L’amore alla Tradizione non può diventare criterio superiore alla comunione visibile della Chiesa.

La risposta di Pagliarani insiste molto sulle anime. E questo tocca un punto delicatissimo. Egli parla di migliaia di anime che avrebbero ritrovato la fede cattolica e la pratica religiosa grazie all’apostolato della Fraternità. È un argomento forte, perché non parla di strutture, di strategie, di nomine, ma di persone. Di fedeli. Di vite spirituali.

Questo bene non va disprezzato.

Ma proprio perché quelle anime sono preziose, non possono essere trascinate dentro una frattura presentata come necessità. Non possono diventare il motivo affettivo con cui si rende accettabile un atto che il Papa ha definito scismatico. La salvezza delle anime non è una formula da invocare per sospendere la comunione; è il fine per cui la comunione deve essere custodita, purificata, servita.

La Fraternità dice: lo facciamo per le anime.
Il Papa dice: pensate al bene spirituale dei fedeli.

Entrambi parlano delle anime. Ma non stanno dicendo la stessa cosa.

Per la Fraternità, il bene delle anime sembra esigere la continuità della propria opera, anche mediante mezzi straordinari. Per il Papa, il bene delle anime esige che esse non siano private della ricezione lecita e, in alcuni casi, persino valida dei sacramenti, e che non vengano inserite in una lacerazione ecclesiale.

Qui torna il punto che ormai appare sempre più chiaro: lo stato di necessità invocato non è della Chiesa cattolica in quanto tale. È della Fraternità. Se venissero meno i vescovi della Fraternità, non verrebbero meno i vescovi cattolici, la successione apostolica, i sacramenti, la Chiesa visibile. Verrebbe meno la possibilità della Fraternità di continuare autonomamente la propria opera nella forma attuale.

Questo può essere un problema serio per la Fraternità. Non può diventare una legge superiore alla comunione della Chiesa.

C’è poi un passaggio molto significativo nella risposta di Pagliarani. Egli ricorda che la Fraternità fu già dichiarata scismatica nel 1988 e osserva che, dopo tanti anni, il Papa parla ancora ad essa come un padre con suo figlio. Da questo trae una conclusione implicita: tale atteggiamento confermerebbe che la Fraternità non è scismatica né ostile alla Chiesa.

Ma questo argomento non regge.

Il fatto che un padre continui a parlare con un figlio non dimostra che il figlio non sia in una posizione ferita. Dimostra che il padre non ha smesso di cercarlo. La pazienza della Chiesa non cancella automaticamente la gravità della ferita. La misericordia non è una dichiarazione di innocenza. Il dialogo non è una sanatoria implicita.

Usare la paternità di Roma come prova che non vi sia alcun problema significa rovesciare il senso stesso della paternità. Il Papa parla perché il problema è grave. Supplica perché la ferita può diventare più profonda. Chiede di fermarsi perché l’atto non è neutro.

Pagliarani chiede tempo. Dice che il Papa prenda il tempo necessario per il discernimento. Ma qui si apre una domanda inevitabile: tempo per che cosa?

Tempo per discutere? Roma aveva già detto di essere disponibile a un percorso di dialogo.
Tempo per comprendere? Il Papa ha già riconosciuto il bene presente nella Fraternità.
Tempo per decidere? La decisione più urgente, in questo momento, non è quella del Papa. È quella della Fraternità.

La decisione da prendere è semplice, anche se pesantissima: sospendere o procedere.

Il Papa ha detto: tornate sui vostri passi.
La Fraternità risponde: non è troppo tardi.

Ma non è troppo tardi per chi?

Non è troppo tardi per il Papa, perché comprenda?
O non è troppo tardi per la Fraternità, perché si fermi?

Questa ambiguità è il cuore del testo. Formalmente, Pagliarani si rivolge al Papa. Sostanzialmente, sembra chiedere al Papa di non agire contro la Fraternità, mentre non offre l’unico gesto che renderebbe credibile la richiesta: sospendere l’atto.

E allora la rottura, ancora una volta, appare già nella logica.

Non perché manchi il linguaggio della devozione. Quello c’è.
Non perché manchi il rispetto formale. Quello c’è.
Non perché manchi il richiamo alla Chiesa, alla tunica di Cristo, alla Provvidenza, alle anime. Tutto questo c’è.

Il problema è che il linguaggio della comunione viene usato mentre si mantiene in piedi un atto che colpisce la comunione nel suo segno visibile.

Si può scrivere “Très Saint-Père”. Si può chiedere la benedizione. Si può invocare santa Rita. Si può dichiarare profondo attaccamento alla Chiesa romana. Ma se, dopo tutto questo, si procede contro la richiesta esplicita del Papa in materia episcopale, allora l’atto parlerà più delle formule.

Ed è esattamente qui che si vede la differenza tra parole e comunione.

La comunione non è solo dichiarata. È vissuta.
Non è solo affermata. È obbedita.
Non è solo invocata. È custodita quando costa.

Per questo la risposta di Pagliarani non chiude la ferita. La rende più chiara. Mostra che la Fraternità non si percepisce come chi sta per lacerare, ma come chi deve ricucire. Non si vede come una parte che deve fermarsi davanti alla parola di Pietro, ma come uno strumento straordinario che chiede a Pietro di riconoscerne la missione.

È questo il punto più grave.

Quando una realtà ecclesiale arriva a credere che la propria missione sia necessaria alla Chiesa al punto da poter compiere un atto episcopale senza mandato pontificio, allora la rottura è già nel principio. L’atto sacramentale la renderà visibile. La sanzione, se ci sarà, la dichiarerà. Ma la frattura è già presente nella logica che precede l’atto.

A questo punto, se le consacrazioni verranno compiute, non si potrà più dire che Roma non ha parlato. Non si potrà dire che il Papa non ha supplicato. Non si potrà dire che non ha riconosciuto il bene. Non si potrà dire che non ha lasciato aperta la porta del dialogo.

Si potrà dire soltanto che la Fraternità ha scelto di andare avanti.

E questo nonostante la parola esplicita del Papa.

La risposta di Pagliarani, nella sua forma rispettosa, mostra quanto sia profondo il problema. Non c’è rabbia. Non c’è insulto. Non c’è rottura dichiarata. C’è qualcosa di più sottile: la convinzione che l’obbedienza a Pietro debba fermarsi davanti a una necessità giudicata più alta dalla Fraternità stessa.

Ed è qui che la questione diventa spirituale.

Perché si può essere educati nelle parole e separati nella logica. Si può dichiarare affetto filiale e, nello stesso tempo, chiedere al padre di riconoscere che il figlio deve fare ciò che il padre gli ha chiesto di non fare. Si può dire di voler ricucire la tunica e insieme compiere l’atto che il Papa ha indicato come lacerazione.

La Chiesa non ha bisogno di parole solenni per mascherare la ferita. Ha bisogno di verità.

E la verità, in questo momento, è semplice.

Il Papa ha chiesto di fermarsi.
La Fraternità non ha detto che si fermerà.

Tutto il resto viene dopo.

La rottura è già nella logica.
L’atto, se compiuto, la renderà visibile.
La responsabilità non potrà essere scaricata su Roma.

Perché quando Pietro parla da padre e il figlio risponde chiedendo al padre di comprendere perché non può fermarsi, allora la domanda non è più se il padre abbia parlato abbastanza.

La domanda è se il figlio voglia ancora ascoltare.

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