
In questi giorni stiamo seguendo con attenzione l’impegnativo viaggio apostolico di Papa Leone XIV in Spagna. Le immagini, le parole, gli incontri, la partecipazione del popolo cristiano e il respiro ecclesiale di questo viaggio ci stanno aiutando a cogliere un passaggio importante della vita della Chiesa. Proprio per questo non possiamo perdere di vista ciò che accade anche nella vita ecclesiale italiana.
Ieri è stato reso pubblico il nuovo documento della Conferenza Episcopale Italiana, Radicati e costruiti in Cristo. Linee di orientamento per l’attuazione del Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia. Un breve testo che era stato approvato dall’82ª Assemblea Generale della CEI, svoltasi a Roma dal 25 al 28 maggio. Si tratta di un documento programmatico, pensato per orientare il cammino delle Chiese in Italia nei prossimi anni.
Il documento arriva dopo una fase non semplice del Cammino sinodale italiano. Il testo precedente, Lievito di pace e di speranza, aveva raccolto molte istanze, alcune positive, altre più problematiche, altre ancora bisognose di un discernimento più attento. Nell’Assemblea CEI di Assisi era stato affidato a un gruppo di vescovi il compito di accompagnare questo discernimento e di aiutare a comprendere quali linee dovessero essere davvero assunte come priorità. Ora quel lavoro ha prodotto un nuovo testo. Per questo occorre leggerlo con calma, senza entusiasmo ingenuo e senza reazione nervosa. La Chiesa non si serve né con gli applausi automatici né con il sospetto permanente. Si serve con la fede, con la ragione e con quella santa pazienza che spesso Dio concede ai suoi figli proprio perché conosce bene i suoi uffici ecclesiastici.
Il primo dato da chiarire è importante. Radicati e costruiti in Cristo non cancella formalmente il Documento di sintesi precedente. Lo dice lo stesso testo, affermando che non intende sostituirlo e che non vuole sovrapporsi al discernimento delle Chiese locali, delle metropolie e delle Conferenze Episcopali Regionali. Dunque Lievito di pace e di speranza resta come documento ricevuto dal cammino svolto. Resta come memoria del percorso, come raccolta delle istanze emerse, come materiale consegnato al discernimento ecclesiale.
Nello stesso tempo, il nuovo documento diventa il testo di riferimento per l’attuazione. Qui sta il punto decisivo. La CEI non ha semplicemente ripetuto il documento precedente. Ha scelto alcune priorità, le ha ordinate e le ha collocate dentro una cornice più chiaramente cristologica. Il risultato è una forma di discernimento episcopale. Alcune questioni vengono rilanciate con forza. Altre vengono lasciate sullo sfondo. Altre ancora, pur presenti nel testo precedente, non vengono riprese come linee operative esplicite.
Questo vale soprattutto per uno dei passaggi più discussi del Documento di sintesi, quello relativo alla formazione sulla corporeità, sull’affettività e sulla sessualità, anche in riferimento all’orientamento sessuale e all’identità di genere. Nel nuovo documento questa formulazione non compare. Non si parla di identità di genere. Non si parla di orientamento sessuale. Non si chiede di attivare percorsi specifici con quella impostazione. Il tema resta richiamato solo in modo generale, quando il testo parla di “vita affettiva e relazionale” e rinvia ai paragrafi del Documento di sintesi.
Questo non significa che il passaggio precedente sia stato formalmente ritirato. Significa che non viene assunto come priorità programmatica del nuovo documento. La differenza è sottile e importante. La CEI non dice: “quel punto è cancellato”. Dice, di fatto: “il cammino operativo comune si concentra su altro”. È una scelta prudente. Non è una correzione dottrinale piena. È comunque un arretramento rispetto a una formulazione che aveva creato comprensibili preoccupazioni. Chi ama la Chiesa deve saper riconoscere anche questi passaggi, senza trasformare ogni testo in un campo di battaglia e senza fingere che le parole non abbiano conseguenze.
Il titolo del nuovo documento è significativo: Radicati e costruiti in Cristo. La citazione della Lettera ai Colossesi orienta tutto il testo. La Chiesa vive se rimane radicata in Cristo. La sua forza non nasce dalle strutture, dai processi, dagli organismi, dalle assemblee, dai tavoli di lavoro, dalle équipe, dalle verifiche. Tutte queste realtà possono avere una funzione utile. La vita della Chiesa nasce da Cristo, dalla fede in Lui, dalla grazia dei sacramenti, dall’annuncio del Vangelo, dalla carità che sgorga dalla comunione con Dio.
Il documento coglie un punto molto serio: la fede oggi non può più essere data per scontata. Per troppo tempo abbiamo continuato ad agire come se la trasmissione della fede fosse ancora un fatto naturale. Si nasceva in una famiglia cristiana, si ricevevano i sacramenti, si frequentava la parrocchia, si cresceva dentro un ambiente almeno in parte segnato dal Vangelo. Oggi questo quadro non esiste più come dato normale. Il Presidente CEI, card. Zuppi, lo ha tantissime volte ricordato. Molti bambini ricevono i sacramenti senza essere introdotti realmente alla vita cristiana. Molti giovani si allontanano senza aver incontrato davvero Cristo. Molti adulti conservano un’appartenenza fragile, sentimentale, culturale, spesso incapace di sostenere una scelta di vita.
Dire che la fede non è più scontata significa riconoscere che la pastorale ordinaria non può limitarsi a conservare ciò che resta. Occorre tornare ad annunciare Cristo. Occorre formare cristiani. Occorre aiutare le persone a entrare nella vita della grazia. Occorre restituire centralità alla liturgia celebrata con dignità, alla catechesi seria, alla confessione, all’Eucaristia, alla preghiera, alla carità vissuta come frutto della fede e non come semplice servizio sociale. Se questo passaggio verrà preso sul serio, il documento potrà portare frutto.
Qui nasce anche la domanda più delicata. Il testo riconosce la crisi della fede, poi propone molte linee legate alla vita comunitaria, alla corresponsabilità, ai ministeri battesimali, alla riorganizzazione delle strutture. Sono temi reali. Le parrocchie devono ritrovare una forma più viva. I laici devono assumere la propria responsabilità battesimale. Le strutture devono essere alleggerite quando diventano pesi inutili. I sacerdoti devono essere liberati da troppe incombenze che li consumano e li allontanano dal cuore del loro ministero.
Resta il rischio di trasformare una questione spirituale in un problema organizzativo. La fede non rinasce perché aumentano gli organismi. La Chiesa non diventa missionaria perché moltiplica le riunioni. I cuori non si convertono per decreto pastorale. Una comunità cristiana vive quando prega, celebra, ascolta la Parola, educa alla fede, accompagna le persone, custodisce la dottrina, esercita la carità e genera relazioni vere nel Signore. Senza questo, anche la struttura più aggiornata resta una bella impalcatura intorno a un edificio vuoto.
La corresponsabilità dei battezzati è un tema autenticamente cattolico. Il Battesimo rende ogni cristiano partecipe della vita e della missione della Chiesa. I laici hanno una missione propria nel mondo: nella famiglia, nel lavoro, nella cultura, nella politica, nella scuola, nell’economia, nei luoghi della sofferenza e della cura. Questo va ricordato con forza. Il laico non realizza la propria vocazione cristiana diventando una specie di supplente del parroco. La realizza vivendo da cristiano nel mondo, portando il Vangelo dentro le realtà temporali, testimoniando la fede là dove la Chiesa ordinariamente non arriva attraverso il ministero sacerdotale.
Per questo la corresponsabilità va custodita da un pericolo: la clericalizzazione dei laici. Sarebbe paradossale combattere il clericalismo creando nuovi ruoli interni che finiscono per imitare il clericalismo stesso. I ministeri battesimali possono essere una ricchezza quando nascono da una fede matura e servono davvero la comunità. Diventano un problema quando producono piccole posizioni di potere ecclesiale, incarichi moltiplicati, identità costruite attorno a funzioni. La Chiesa non ha bisogno di piccoli funzionari pastorali. Ha bisogno di cristiani adulti nella fede.
Anche il ministero dei presbiteri va ricollocato con chiarezza. È vero che il sacerdote è spesso sovraccaricato da compiti amministrativi, burocratici e organizzativi. È vero che tante energie vengono assorbite da strutture, pratiche, manutenzioni e problemi materiali. Liberare il sacerdote da ciò che non appartiene direttamente al suo ministero può essere un bene. A una condizione: che egli venga liberato per essere più pienamente sacerdote. Il centro del suo servizio resta l’Eucaristia, la riconciliazione sacramentale, la predicazione della fede, la guida pastorale, la paternità spirituale. Un prete trasformato in coordinatore di équipe non è una soluzione. È solo una nuova forma di stanchezza con linguaggio più moderno.
Il documento parla anche della necessità di verificare le strutture ecclesiali. Questo è un punto molto concreto. Molte strutture sono nate in un contesto di cristianità diffusa e oggi assorbono risorse enormi. Edifici, opere, uffici, attività e apparati possono sostenere la missione, oppure possono diventare zavorra. Non tutto ciò che abbiamo ereditato va conservato nello stesso modo. La Tradizione non coincide con la manutenzione infinita di ogni struttura. La Tradizione è la vita della fede ricevuta dagli apostoli e trasmessa nella Chiesa. Le strutture servono se aiutano questa trasmissione. Quando la impediscono, vanno ripensate con prudenza, rispetto per la storia e coraggio evangelico.
Il limite più evidente del documento sta nella diagnosi delle cause. Si riconosce che la fede non è più scontata. Si riconosce che la trasmissione della fede è diventata fragile. Si parla meno delle responsabilità che hanno portato a questa situazione: catechesi deboli, liturgie impoverite, predicazioni generiche, perdita del senso del peccato, confusione morale, riduzione della carità a servizio sociale, identità sacerdotale spesso smarrita, paura di annunciare integralmente la verità cattolica. Senza questa diagnosi, la cura rischia di restare incompleta. Si può riorganizzare molto e convertire poco. E la Chiesa non nasce dalla riorganizzazione. Nasce dalla Pasqua di Cristo resa presente nella fede, nei sacramenti e nella vita dei santi.
A mio avviso, questo nuovo documento è più solido di quanto si poteva temere. Rimette al centro Cristo. Riconosce che la fede non è più scontata. Non rilancia in modo esplicito alcune formulazioni più problematiche del Documento di sintesi, soprattutto quelle legate all’identità di genere. Offre una cornice più prudente e più ecclesiale. Questo va riconosciuto.
Resta ancora una prudenza che non diventa piena chiarezza dottrinale. Il documento non sviluppa abbastanza l’antropologia cristiana. Non richiama con forza la differenza sessuale come dato della creazione. Non esplicita sufficientemente il matrimonio come unione stabile tra uomo e donna aperta alla vita. Non presenta la castità come forma positiva dell’amore cristiano. Non affronta in modo diretto la questione della formazione morale del popolo di Dio. Sono assenze che pesano, soprattutto in un tempo in cui il linguaggio culturale dominante tende a riscrivere l’uomo, il corpo, la sessualità e la famiglia.
Questo nuovo documento segna un passo di maggiore prudenza rispetto ad alcune spinte del percorso sinodale precedente. Indica una direzione più centrata su Cristo e sulla fede. Lascia aperte questioni che richiedono una guida dottrinale più chiara.
La vera prova sarà l’attuazione. Se le diocesi useranno questo testo per tornare alla fede, alla liturgia, alla formazione cristiana, alla vita comunitaria reale, alla missione nel mondo e alla carità radicata in Cristo, allora potrà nascere qualcosa di buono. Se lo useranno per moltiplicare organismi, tavoli, percorsi e parole elastiche, avremo soltanto una nuova gestione pastorale della crisi.
Il titolo, dunque, diventa il criterio di giudizio. Essere “radicati e costruiti in Cristo” significa riconoscere che Cristo è il principio, il centro e il fine della Chiesa. Non la sinodalità come parola magica. Non gli organismi come garanzia di vita. Non i processi come sostituto della conversione. Cristo. La fede in Lui. La grazia che viene da Lui. La verità che conduce a Lui. La carità che nasce da Lui.
Se questo sarà il cuore dell’attuazione, il documento potrà aiutare la Chiesa italiana a ritrovare un cammino più essenziale. Se questo cuore verrà coperto di nuovo da procedure e formule generiche, avremo perso un’altra occasione. E le occasioni, nella Chiesa come nella vita, non sono infinite. Dio è misericordioso. La storia, di solito, presenta il conto.
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