Leone XIV indica alla Chiesa canaria la rotta: Croce ed Eucaristia

Dopo il porto di Arguineguín, il mare, la corona di fiori deposta sulle acque e la Croce benedetta, costruita con il legno di un cayuco, Papa Leone XIV è entrato nella Cattedrale di Santa Ana per incontrare il clero, i diaconi, i seminaristi, i religiosi e le religiose della diocesi di Canarias. Il passaggio è stato molto significativo. Al porto il Papa aveva guardato la frontiera esterna dell’Europa, quella delle migrazioni, delle barche fragili, delle vite salvate e di quelle perdute. In cattedrale ha guardato la frontiera interiore della Chiesa: la fede dei suoi ministri, la comunione del popolo di Dio, la capacità di restare missionari in un tempo segnato da secolarizzazione, stanchezza e nuove povertà.

Il vescovo ha accolto il Papa descrivendo una diocesi profondamente segnata dalla sua condizione insulare e di frontiera: una Chiesa posta in mezzo all’Atlantico, crocevia tra Europa, Africa e America. Ha ricordato il turismo, la mobilità continua, il ritmo accelerato della vita, la cultura spesso centrata sul consumo e sul benessere immediato, la crescente secolarizzazione che indebolisce il senso di Dio, la pratica sacramentale e la trasmissione della fede nelle famiglie. Accanto a queste fatiche, ha indicato segni concreti di speranza: comunità semplici e credenti, religiosità popolare, devozione mariana, sacerdoti generosi, vita consacrata silenziosa e feconda, laici sempre più corresponsabili, giovani che, anche in una cultura spesso indifferente alla fede, cercano ancora ragioni per sperare e cammini di autenticità.

La Parola ascoltata, tratta dalla Lettera agli Efesini, ha dato il tono dell’intero incontro: “Un solo corpo e un solo spirito”, “un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo”, nella varietà dei doni e dei ministeri. Non una Chiesa uniforme, quindi, bensì una Chiesa unita. Non un insieme di uffici religiosi che sopravvivono per inerzia, bensì un corpo edificato da Cristo. E qui, come spesso accade, san Paolo riesce a dire in poche righe ciò che molti piani pastorali provano a dire in ottanta pagine, con risultati più adatti alla penitenza quaresimale che all’evangelizzazione.

Prima del Papa, le testimonianze hanno mostrato il volto concreto della Chiesa canaria. Un sacerdote claretiano ha parlato con affetto commosso, ricordando la fatica, la solitudine, il cansancio, la stanchezza, dei ministri, e chiedendo al Papa di confermare tutti nella certezza di essere figli amati, non funzionari né eroi solitari. Ha poi richiamato san Antonio Maria Claret, copatrono della diocesi insieme alla Vergine del Pino, ricordando la sua missione nelle Canarie nel 1848, quando contribuì a ravvivare una diocesi ferita dalla povertà, dalla frattura sociale e dall’indebolimento religioso.

La seconda testimonianza, affidata alla segretaria generale di pastorale e vicecancelliera della diocesi, ha mostrato il cammino pastorale in atto: il passaggio da una pastorale di mantenimento a una pastorale decisamente missionaria, la necessità di comunità più vive, più corresponsabili, più sinodali, capaci di andare incontro a chi è lontano, ferito o disorientato. È stato ricordato il lavoro delle giornate diocesane di pastorale, con il desiderio di costruire una “comunità di comunità”, dove la sinodalità non sia una strategia organizzativa, bensì una forma di essere Chiesa.

Leone XIV ha raccolto tutto questo senza disperdersi. Ha ringraziato per l’accoglienza e ha detto di venire alle isole “come padre e fratello nella fede”. Poi ha pronunciato la famosa frase di Agostino che definisce bene il tono del discorso: “Con te sono cristiano e per te vescovo”. Il Papa non si pone sopra il popolo come funzionario supremo del sacro. Sta con loro come cristiano, e per loro come vescovo. La gerarchia, quando è evangelica, non separa: serve, conferma, custodisce, orienta.

Il cuore del discorso è stato costruito attorno a due atteggiamenti: abbracciare la Croce di Cristo e coltivare una spiritualità eucaristica.

La prima immagine nasce dal mare. Il Papa ha parlato degli isolani, dei loro occhi segnati dalla nostalgia dell’immensità, dal cielo e dal mare aperti, dal dolore di chi parte e dall’accoglienza di chi arriva. Poi ha citato sant’Agostino: l’uomo vede da lontano la patria, desidera raggiungerla, eppure tra lui e la patria c’è il mare del mondo. Per attraversarlo, Cristo ci ha dato il legno della Croce. “Nessuno può attraversare il mare di questo mondo se non lo porta la croce di Cristo”, ha ricordato il Papa.

Qui il legame con l’incontro del mattino è chiarissimo. Al porto, Leone XIV aveva benedetto una Croce fatta con il legno di un cayuco. In cattedrale, parla del legno della Croce come via per attraversare il mare del mondo. Non sono due scene separate. Sono lo stesso Vangelo letto da due rive diverse. Il legno della barca dei migranti e il legno della Croce non si confondono, eppure il Papa li mette dentro un’unica grammatica cristiana: solo Cristo permette alla Chiesa di attraversare il mare della storia senza farsi inghiottire dal caos, dalla paura, dalla stanchezza o dalla semplice gestione dell’emergenza.

Per questo il Papa dice al clero e ai consacrati che la prima “pauta de navegación”, la prima regola di navigazione, è abbracciare la Croce di Cristo. Non come decorazione spirituale. Non come frase devota per rendere più sopportabile il calendario pastorale. La Croce è la via reale attraverso cui il ministro ordinato, il diacono, il religioso, la religiosa e ogni battezzato imparano ad accompagnare le fatiche del popolo. Il Papa ha ringraziato la Chiesa canaria perché ogni giorno aiuta tanti fratelli e sorelle “crocifissi dai drammi della vita”, portando con loro pesi, ferite, solitudini, povertà, attese e paure.

La seconda indicazione è stata l’Eucaristia. Leone XIV ha richiamato una tradizione conservata nella Cattedrale di Santa Ana: la pioggia di petali di fiori davanti al Santissimo Sacramento nel giorno dell’Ascensione, segno dei beni spirituali e celesti che il Signore effonde salendo al cielo. Da questo gesto antico, il Papa ha tratto una lezione molto attuale: la meta del cammino cristiano è l’incontro con Cristo, centro della vita cristiana, Colui davanti al quale si piegano le ginocchia nell’adorazione, attorno al quale il popolo si raccoglie come un solo corpo e insieme al quale offre se stesso come sacrificio vivo e santo.

Qui Leone XIV ha toccato un punto decisivo per la vita della Chiesa. La spiritualità eucaristica non è un ripiegamento intimistico. Non è una fuga dalla missione. Non è quel tipo di devozione che consola l’anima e lascia intatto il mondo, come certe coperte calde che non servono a nulla quando fuori piove dentro casa. Coltivare una spiritualità eucaristica significa entrare in una spiritualità dell’unità ecclesiale nell’amore. Il Papa lo ha detto con chiarezza: la comunione con Cristo è anche comunione con tutti coloro ai quali Cristo si dona.

Da qui nasce la solidarietà cristiana. La carità non è un’aggiunta sociale al culto, non è il reparto assistenziale della parrocchia, non è una nota gentile accanto alla dottrina. Nasce dall’altare. Nasce dall’Eucaristia. L’amore ricevuto dal Signore diventa accoglienza, ascolto, vicinanza, cura dei più fragili. È lo stesso filo del discorso ai migranti: chi si inginocchia davanti a Cristo nell’Eucaristia non può passare oltre davanti alla carne ferita dell’uomo.

Il Papa ha poi consegnato alla Chiesa canaria una parola di incoraggiamento. Ha invitato tutti a rimanere radicati in Cristo, a navigare con coraggio in questo tempo nuovo della storia, a vivere uniti nella fede, nella speranza e nella carità. Ha definito queste virtù come tre stelle che brillano nel cielo della vita spirituale e guidano verso Dio. L’immagine è bella perché parla proprio a un popolo di mare. La Chiesa naviga, conosce tempeste, ha bisogno di stelle, non di riflettori. I riflettori abbagliano, le stelle orientano. Una differenza che la pastorale contemporanea dovrebbe meditare con calma, magari tra una riunione e l’altra.

Il discorso si è concluso sotto lo sguardo della Vergine Maria, invocata come Stella Maris. A lei Leone XIV ha affidato la traversata della Chiesa canaria, perché aiuti tutti a remare più al largo e a raggiungere il porto sicuro dell’incontro definitivo con Cristo. Anche qui il Papa non chiude con una immagine sentimentale. Maria è la stella che orienta, la madre che accompagna, la presenza che conduce a Cristo.

Questo incontro in cattedrale va letto insieme al momento vissuto poco prima al porto. Prima il Papa ha chiesto alla Chiesa e all’Europa di non abituarsi al dolore dei migranti. Poi ha ricordato al clero e ai consacrati che la Chiesa potrà restare umana solo se resterà profondamente cristiana. Prima la Croce nata dal legno di un cayuco. Poi il legno della Croce indicato da sant’Agostino come via per attraversare il mare del mondo. Prima la memoria dei morti e dei salvati sulle acque. Poi l’Eucaristia come centro della comunione e della carità.

Il messaggio è limpido: una Chiesa che vuole servire i poveri, accogliere chi arriva, accompagnare chi soffre, annunciare il Vangelo in una società secolarizzata e turistica, sostenere i giovani e custodire la fede popolare, non può vivere di sola organizzazione. Ha bisogno della Croce e dell’Eucaristia.

Alle Canarie, Leone XIV ha indicato al clero una rotta antica e sempre nuova. Abbracciare la Croce, adorare Cristo, vivere la comunione, servire i fragili, remare al largo con Maria Stella del Mare.

Dopo il porto, la cattedrale. Dopo il mare dei migranti, il cuore della Chiesa. Dopo la frontiera esterna, la rotta interiore. E la rotta, ancora una volta, passa per Cristo.

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