Leone XIV libera il dramma migratorio dalle gabbie politiche e lo riconduce alla Croce

Alle Canarie il viaggio apostolico di Papa Leone XIV ha cambiato registro. Dopo Madrid, con la sua forza istituzionale, ecclesiale e popolare, dopo Barcellona, con la sua memoria cristiana, le ferite identitarie, Montserrat e la Croce luminosa della Sagrada Família, il Papa è arrivato davanti al mare. E davanti al mare si può soltanto guardare, pregare, ricordare, lasciarsi giudicare.

L’incontro con le realtà di accoglienza dei migranti si è svolto al porto di Arguineguín, a Las Palmas de Gran Canaria. Il luogo non era neutro. Il vescovo lo ha ricordato con parole forti: questo porto, conosciuto anche come “porto della vergogna”, è stato segnato dall’arrivo di migliaia di persone fuggite dalla fame, dalla guerra, dalla disperazione. Uomini, donne, bambini, giovani partiti da Senegal, Mauritania, Gambia, Mali, Marocco, affidati alla fragilità di cayucos e pateras, lungo una delle rotte più pericolose del mondo. Qui la migrazione non è un tema. È carne, è sguardo, è fatica, è morte, è speranza.

Già questo colloca il discorso del Papa fuori dalle gabbie abituali. Da anni il tema migratorio viene spesso sequestrato dalle logiche politiche. Da una parte, una retorica dell’accoglienza trasformata in bandiera, talvolta priva di vero discernimento cristiano, utile a costruire identità morali e agende pubbliche. Dall’altra, una reazione difensiva che liquida ogni appello ecclesiale come cedimento progressista, ingenuità umanitaria o sociologia travestita da Vangelo. Il risultato è stato devastante: il migrante ridotto a simbolo, la Chiesa ridotta a parte politica, il Papa letto come alleato o nemico di uno schieramento.

A Las Palmas, Leone XIV ha spezzato questo schema. Non ha benedetto un’agenda migratoria. Ha benedetto una Croce. Questo è il punto decisivo.

Il Papa ha iniziato il suo messaggio col ricondurre tutto al Vangelo: “Oggi, in riva al mare, la Parola diventa concreta”. Questa frase è la soglia del discorso. Siamo davanti alla Parola di Dio che prende corpo in un luogo preciso, davanti a vite precise, su una riva precisa. Qui giungono, ha detto Leone XIV, “tante vite ferite, spogliate di quasi tutto, ma mai, mai della loro dignità”. Il Vangelo, ha aggiunto, “ci strappa dal posto comodo dello spettatore e ci pone di fronte al fratello che arriva”.

È già una correzione radicale del nostro modo abituale di guardare. Lo spettatore osserva, giudica, commenta, condivide, dissente, misura, calcola. Il cristiano, quando il Vangelo lo prende sul serio, viene strappato da quel posto. Davanti al fratello che arriva, non basta avere un’opinione. Occorre riconoscere o non riconoscere Cristo.

Il passaggio più originale del discorso è arrivato subito dopo, quando il Papa ha mostrato l’anello del pescatore. Ha detto: “Il suo stesso nome ci conduce al lago di Galilea, dove Cristo chiamò Pietro e gli disse: «D’ora in poi sarai pescatore di uomini»”. Poi ha aggiunto che, alle Canarie e in luoghi come El Hierro, quel mandato assume “una forza letterale e dolorosa”. Questa immagine è potentissima. L’anello del pescatore, segno del ministero petrino, non resta simbolo cerimoniale. Si avvicina al mare dei naufraghi. Pietro non è chiamato a pescare uomini soltanto nel senso spirituale dell’annuncio. Oggi deve anche ricordare alla Chiesa che ci sono uomini e donne realmente recuperati dalle acque, corpi vivi salvati, corpi senza vita restituiti dal mare.

Da qui la frase che dovrebbe restare: “Il Successore di Pietro non può disinteressarsi di questi approdi. La Chiesa non può ignorare queste acque”. È una parola solenne, non ideologica. Non dice che la Chiesa debba sostituirsi agli Stati, non trasforma il Papa in capo di una politica migratoria, non consegna la frontiera all’emozione. Dice qualcosa di più profondo: dove la dignità umana viene ferita, il Successore di Pietro non può restare lontano. Dove gli uomini gridano dalla notte, i discepoli di Gesù non possono considerarli estranei.

Leone XIV ha poi offerto una lettura biblica del mare. Nel linguaggio della Scrittura, il mare può essere immagine di minaccia, oscurità e caos. Vi appaiono il Leviatano, figura della forza che divora, e Rahab, simbolo della superbia dei poteri che si levano contro Dio e contro la vita. Da qui il Papa è passato all’oggi: “Anche oggi esistono mostri che si aggirano in questi mari: mafie che trafficano nella disperazione, trafficanti che riducono in schiavitù donne e bambini e l’indifferenza di molti”.

Questo è il punto in cui il discorso si libera definitivamente dalla retorica facile. Il Papa non presenta il viaggio migratorio come una sorta di pellegrinaggio romantico verso la salvezza europea. Parla di mafie, tratta, schiavitù, disperazione, indifferenza. Vede i mostri. Li nomina. Li colloca dentro la grande lotta biblica tra il Dio della vita e le forze che divorano l’uomo. Qui non c’è buonismo. C’è giudizio cristiano.

La fede, ha detto Leone XIV, “non rimane paralizzata di fronte alla potenza del mare”. Essa crede in un Dio che soggioga il caos, pone un limite al male e apre una via quando sembra prevalere la morte. Il Papa ha richiamato il Mar Rosso, Cristo che cammina sulle acque, il Signore che davanti alla tempesta comanda: “Taci, calmati!”. E poi ha consegnato un’altra frase decisiva: “Lì dove Cristo ordina al mare di tacere, la Chiesa non può rimanere muta di fronte a coloro che sono abbandonati alle sue acque”.

Qui la Chiesa non viene chiamata a fare rumore ideologico. Viene chiamata a non restare muta. C’è una differenza enorme. Non restare muti significa dare voce a chi è inghiottito, denunciare ciò che sfrutta, sostenere chi salva, pregare per chi è morto, chiedere responsabilità a chi governa, accompagnare chi arriva.

Le testimonianze hanno dato carne al discorso. Tito Villarmea, capitano di Salvamento Marítimo, ha raccontato diciotto anni di servizio e oltre ventimila persone salvate. Ha parlato della notte canaria, della mar brava, delle imbarcazioni fragili cariche di vite, delle operazioni di salvataggio. Ha ricordato una madre su una patera, con un figlio che poi si rivelò essere una figlia; una volta al sicuro, la donna le rimise gli orecchini dorati. Lui pianse, pensando alle sue figlie adolescenti. In quella scena si capisce tutto: la dignità non è un concetto da manuale. È una madre che, dopo l’orrore, restituisce alla figlia un segno di bellezza.

Poi è risuonata la voce di Caritas e delle comunità parrocchiali. La testimonianza ha parlato del senso di impotenza davanti agli arrivi, delle risorse scarse, della lingua non condivisa, della possibilità a volte minima di offrire “galletas, leche y un poco de atención”. Leone XIV ha raccolto questo passaggio con una delicatezza molto evangelica: “La misericordia inizia con piccoli gesti: a volte con qualche biscotto e un po’ di latte; altre volte, con cinque pani e due pesci”. Non si tratta di risolvere tutto, ha detto, bensì “di mettere tutto nelle mani di Dio e di essere presenti là dove l’essere umano soffre”.

Questa è una correzione necessaria anche per la Chiesa. L’accoglienza non comincia quando abbiamo il sistema perfetto. Comincia quando siamo presenti. I sistemi servono, le strutture servono, le politiche servono, l’organizzazione serve. Prima ancora, occorre la conversione dello sguardo. Il Papa l’ha detto: essa comincia “quando il migrante smette di essere ‘uno dei tanti’, smette di essere una categoria e una cifra”. Solo allora capiamo che quella bambina potrebbe essere nostra figlia, quei volti parte della nostra famiglia. E allora, ha aggiunto, “la coscienza non ha più scuse”.

Tra le testimonianze, la più dolorosa è stata quella di Blessing, donna nigeriana vittima di tratta, letta da una volontaria per ragioni di sicurezza. La sua storia parla di povertà, abbandono, separazione dalle figlie, mafia, rituali di soggezione, debito imposto, traversata, prostituzione forzata, sottrazione del figlio, liberazione e lento cammino di rinascita. Una storia davanti alla quale ogni retorica si vergogna, o almeno dovrebbe, se la retorica avesse una coscienza.

Le parole del Papa rivolte a lei sono state tra le più alte dell’intero viaggio. “Il tuo nome significa ‘benedizione’”, ha detto. Poi ha aggiunto: “Nessuno può comprarla, venderla, usarla o scartarla, perché in ogni persona risplende l’immagine e la somiglianza del Creatore”. Rivolgendosi a Blessing e a tutte le donne vittime della tratta, ha detto: “Se altri hanno dato un prezzo al tuo corpo, Dio non ha mai smesso di guardarti come una persona di valore inestimabile”. E ancora: “Se ti hanno trattata come una cosa, la Chiesa vuole dirti oggi: sei figlia, sei sorella, sei una benedizione”.

Queste non sono parole genericamente umanitarie. Sono parole cristiane. La dignità non viene fondata sulla riuscita sociale, sul documento regolare, sulla forza fisica, sulla salute, sulla storia pulita o sull’approvazione pubblica. Viene da Dio. L’uomo è immagine e somiglianza del Creatore. Per questo una donna abusata resta figlia. Per questo una vittima della tratta non coincide con ciò che ha subito. Per questo nessuna mafia, nessun cliente, nessun trafficante, nessun sistema può possedere la sua vita. Il Papa lo ha detto con forza: “La tua vita appartiene a Dio”.

Subito dopo, Leone XIV ha parlato direttamente ai migranti. Prima di ogni parola, ha detto, “voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità”. Ha aggiunto: “Non siete numeri, né fascicoli! Siete persone con una famiglia e una casa che vi siete lasciata alle spalle, con sogni che nessuno ha il diritto di disprezzare”. Questa è la continuità piena della dottrina sociale della Chiesa. Ogni migrante è una persona, non una cifra, non un problema, non una pratica da archiviare, non un pretesto da usare.

Poi però il Papa ha aggiunto una parola che segna il cambio di registro: “La vostra vita deve essere protetta. Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia”. E ancora: “Non credete a chi promette paradisi facili, in cambio del vostro corpo, del denaro, del silenzio o della vostra libertà”. Quelle false promesse, ha detto, sono “canti delle sirene”, sono “industrie di morte”.

Qui Leone XIV sottrae il tema migratorio alla retorica dell’accoglienza indiscriminata e sentimentale. Non idealizza la partenza. Non nobilita la rotta di morte. Non trasforma chi parte in simbolo astratto. Dice ai migranti: la vostra vita è preziosa, non consegnatela ai mercanti della disperazione. Denuncia le mafie. Denuncia le promesse false. Denuncia la tratta. Denuncia il commercio dei corpi e della libertà.

Poi allarga il campo delle responsabilità. Il dramma migratorio, dice, deve diventare “un esame di coscienza”: per le nazioni di origine, chiamate a creare “condizioni di pace, giustizia e sviluppo”; per le nazioni di transito, chiamate a proteggere i deboli dalle reti criminali; per l’Europa, che “non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi”; per la comunità internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante.

Questa è la grande novità di tono. Il Papa non parla solo all’Europa che deve accogliere. Parla anche ai Paesi di origine, ai Paesi di transito, alle reti criminali, alla comunità internazionale. La migrazione non è ridotta alla scena dell’arrivo. È letta nella sua intera catena di cause, violenze, sfruttamenti, omissioni e responsabilità. In questo modo Leone XIV toglie alla sinistra l’illusione di poter trattare l’immigrazione solo come flusso da accogliere all’arrivo e toglie alla destra l’alibi di poter blindare i confini ignorando ciò che costringe milioni di persone a partire.

Il passaggio più importante è quello sul diritto a non dover migrare. Il Papa lo formula così: “Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare”. Poi spiega: il diritto di rimanere nella propria casa “senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini”.

Questa frase dovrebbe essere letta con attenzione da tutti. Non è una concessione alla destra. Non è un ammorbidimento della posizione ecclesiale. È dottrina sociale cattolica nella sua forma integrale. Il diritto a migrare, quando la vita è minacciata, non può cancellare il diritto più originario a non essere costretti a partire. Se un uomo lascia la propria terra perché la guerra, la fame, la corruzione o lo sfruttamento l’hanno resa invivibile, la sua libertà è già stata ferita prima ancora di arrivare a una frontiera.

Qui Leone XIV non corregge Papa Francesco come qualcuno, prevedibilmente, proverà a dire. Fa qualcosa di più interessante e più profondo: libera il Magistero di Francesco dalle letture politiche riduttive che lo avevano sequestrato. Per anni, molti appelli pontifici sui migranti sono stati arruolati da alcune narrazioni progressiste come copertura morale di agende umanitarie secolarizzate, mentre altri li hanno respinti come cedimenti ideologici. Leone XIV riporta tutto al centro: non un programma politico, bensì una conseguenza della fede in Cristo.

Questo si vede con chiarezza nel passaggio sull’Eucaristia. Il Papa dice: “Ci inginocchiamo davanti all’altare per adorare Cristo presente nell’Eucaristia, dal quale riceviamo la forza e la motivazione per vivere la carità: per questo non possiamo poi ‘passare oltre’ davanti a cayucas e pateras”. Qui la carità non nasce da un’agenda. Nasce dall’altare. Non è sensibilità sociale genericamente buona. È conseguenza dell’adorazione. Chi si inginocchia davanti al Corpo di Cristo non può poi ignorare il corpo ferito del fratello. Chi adora il Signore nell’Eucaristia non può lasciare Cristo nelle acque.

È questo che libera il tema migratorio dalle gabbie politiche. La Chiesa non è a sinistra perché difende il migrante. Non è a destra perché denuncia i trafficanti e parla del diritto a non migrare. Non è centrista, perché il Vangelo non è un programma di mediazione parlamentare. La Chiesa sta dove la conduce Cristo: davanti alla dignità dell’uomo, sotto il giudizio della Croce, dentro la responsabilità della storia.

Per questo il Papa può dire nello stesso discorso che ogni migrante deve essere guardato come persona, che le rotte di morte vanno spezzate, che le mafie vanno denunciate, che servono vie legali e sicure, che occorre proteggere le vittime, che l’integrazione deve essere seria, che gli Stati di origine hanno responsabilità, che l’Europa non può abituarsi ai cimiteri senza lapidi, che esiste il diritto a cercare rifugio e anche il diritto a non dover migrare. Questa non è una posizione comoda. È una posizione cattolica. E proprio per questo disturba le tifoserie.

“Non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute”, ha detto Leone XIV. Ogni barca che arriva porta con sé una domanda: “che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?”. Questa domanda è il cuore politico del discorso, nel senso più alto della parola. Non chiede soltanto cosa fare all’arrivo. Chiede che tipo di ordine mondiale abbiamo costruito. Chiede chi guadagna dalla disperazione. Chiede chi vende armi, chi alimenta corruzione, chi sfrutta risorse, chi chiude gli occhi, chi si abitua ai morti, chi usa i poveri per sentirsi migliore.

La conclusione del Papa è severa. “Non possiamo abituarci a contare i morti. La dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera.” Poi la preghiera a Dio, che “al tramonto della vita ci giudicherà sull’amore”, perché ci conceda di riconoscerlo nei poveri e negli stranieri e ci liberi dal guardare il dolore altrui come se non ci appartenesse. E infine una frase che pesa come una sentenza: “Che la storia non debba accusarci di aver trasformato il dolore di chi soffre in un paesaggio abituale delle nostre coste”.

Questa è forse la parola più dura. Ci si abitua a tutto, anche al dolore degli altri. Prima una tragedia scandalizza, poi commuove, poi stanca, poi diventa sfondo. Una barca, un numero, un recupero, un naufragio, una dichiarazione, un minuto di silenzio, e poi avanti. L’indifferenza non sempre ha il volto cattivo. A volte ha il volto educato della ripetizione. Smette semplicemente di vedere.

Dopo il discorso del Papa, è stata deposta in mare una corona di fiori. Le parole che hanno accompagnato il gesto hanno dato alla scena una densità spirituale enorme. Quel mare, definito “cammino di speranza per molti”, custodisce anche “nomi e storie che non possiamo dimenticare”. La memoria dei morti non è stata presentata come accusa sterile, né come dolore chiuso in se stesso. È stata riconosciuta come appello alla responsabilità. Al mare sono stati affidati coloro che non sono arrivati, perché nessuno si abitui mai a questa tragedia e perché quella frontiera diventi luogo di incontro tra i popoli.

Poi è stata benedetta una Croce di legno, realizzata con il materiale di uno dei cayucos arrivati a quel molo. In quel segno si è concentrata tutta la teologia della giornata. Il legno che aveva portato paura e speranza, vita esposta e rischio di morte, è diventato legno della Croce. La Chiesa non ha cancellato il dramma. Lo ha posto dentro il mistero di Cristo. E questo gesto dice molto più di cento dichiarazioni: il dolore dei migranti non va trasformato in propaganda, né in sentimentalismo, né in problema amministrativo. Va guardato alla luce della Croce.

Alle Canarie Leone XIV ha chiesto di non smettere di vedere. Ha preso l’anello del pescatore e lo ha portato davanti alla frontiera. Ha preso la frontiera e l’ha posta davanti alla Croce. Ha preso la Croce e l’ha ricondotta all’Eucaristia. Ha preso l’Eucaristia e l’ha mostrata come sorgente della carità. Ha preso la carità e l’ha liberata dalla retorica politica.

Il discorso di Las Palmas non è una svolta contro l’accoglienza. È una purificazione dell’accoglienza. Non è un arretramento rispetto a Francesco. È una liberazione del Magistero dalle sue interpretazioni riduttive. Non è una concessione ai conservatori. È una sfida anche per loro. Non è una vittoria dei progressisti. È una correzione anche per loro. Il Papa non si lascia arruolare. E questo, in tempi in cui tutti cercano un cappellano per le proprie idee, è una notizia persino rivoluzionaria.

La Chiesa non sta né a destra né a sinistra del mare. Sta ai piedi della Croce. E davanti alla Croce fatta con il legno di un cayuco, ogni slogan si impoverisce, ogni propaganda si scopre nuda, ogni coscienza viene interrogata. Perché ogni uomo salvato dalle acque è un fratello. Ogni uomo inghiottito dalle acque è una memoria che giudica. Ogni donna venduta è una figlia da liberare. Ogni migrante costretto a partire è una ferita della storia. Ogni popolo obbligato a fuggire è una domanda rivolta ai potenti. Ogni comunità cristiana che adora Cristo deve chiedersi se sa ancora riconoscerlo quando arriva bagnato, stanco, impaurito, senza documenti e senza voce.

Alle Canarie il Papa non ha dato al mondo una formula facile. Ha dato una Croce. E la Croce, quando la si prende sul serio, rompe sempre le gabbie della politica.

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