
Cari amici, papa Leone XIV è partito da Barcellona per raggiungere le Canarie, ultima tappa del suo quarto viaggio apostolico.
Il passaggio non è soltanto geografico. Cambia il paesaggio, cambia il registro spirituale, cambia il respiro stesso del viaggio.
Dopo Madrid, con la sua forza istituzionale, ecclesiale e popolare, e dopo Barcellona, dove la fede ha attraversato il terreno delicato dell’identità catalana, della lingua, della memoria cristiana e della secolarizzazione urbana, il Papa si sposta verso una frontiera diversa.
Le Canarie non sono soltanto mare, sole e cartoline ben confezionate per chi vuole dimenticare il mondo per una settimana, attività nella quale l’Europa eccelle con inquietante professionalità. Sono una soglia. Da anni vedono arrivare uomini, donne e bambini che attraversano l’Atlantico su rotte durissime, spesso mortali, spinti dalla povertà, dalla violenza, dalla mancanza di futuro.
Qui la parola “migrazione” smette di essere un tema da talk show. Torna a essere ciò che è sempre stata: un volto, una storia, una carne ferita, una domanda rivolta alla coscienza.
A Barcellona Leone XIV ha benedetto la Croce sulla Torre di Gesù Cristo della Sagrada Família, consegnando alla città un segno luminoso capace di elevarla oltre le sue fratture. Alle Canarie quella stessa Croce dovrà essere guardata dal basso: dalla sabbia, dal mare, dai porti, dai centri di accoglienza, dalle storie di chi arriva e di chi soccorre.
La fede, qui, non potrà restare contemplazione della bellezza. Dovrà diventare giudizio evangelico sulla storia, misericordia concreta, responsabilità politica, carità intelligente.
Il filo del viaggio resta lo stesso: Alzad la mirada. A Madrid significava alzare lo sguardo sulla Spagna reale, più cattolica e viva di quanto molti raccontassero. A Barcellona significava guardare oltre le corazze identitarie, linguistiche e ideologiche, per ritrovare nella fede una sorgente di unità. Alle Canarie significherà alzare lo sguardo senza distoglierlo dai naufraghi della storia. Perché il cristiano non alza gli occhi per fuggire dalla terra. Li alza per riconoscere meglio chi giace ai suoi piedi.
Ora la domanda si fa più scomoda. Dopo le folle, gli stadi, le basiliche, i canti, le luci della Sagrada Família e l’emozione di un popolo che ha mostrato una fede ancora viva sotto la cenere, il Papa porta la Spagna e l’Europa davanti alla ferita dei migranti.
Qui non basteranno gli slogan. Né quelli dell’accoglienza senza discernimento, né quelli della chiusura senza Vangelo.
La dottrina cattolica non permette scorciatoie da tifoseria, anche se l’umanità, quando deve pensare, preferisce spesso trasformarsi in curva da stadio. La Chiesa chiede di tenere insieme dignità della persona, responsabilità degli Stati, diritto a non emigrare, dovere dell’accoglienza possibile, integrazione reale e giustizia verso i popoli di origine.
Le Canarie diventano così il luogo in cui il viaggio apostolico si spoglia di ogni cornice trionfale e tocca la carne viva dell’Europa.
Se Madrid ha mostrato una Chiesa ancora capace di radunare un popolo, se Barcellona ha rivelato che una città secolarizzata conserva ancora un’anima cristiana sotto strati di cenere, le Canarie diranno se questa fede sa ancora farsi prossimità davanti a chi bussa alle porte del continente.
Qui si capirà se l’Europa cristiana è soltanto memoria scolpita nelle pietre, oppure se sa ancora riconoscere Cristo nel fratello che arriva dal mare.
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