La prima tappa dell’ultima giornata del quarto viaggio apostolico di Papa Leone XIV si è svolta nel centro di accoglienza “Las Raíces”, a Tenerife. Il luogo porta già nel nome una chiave spirituale: le radici. In un viaggio segnato dal motto “Alzad la mirada”, alzare lo sguardo, il Papa ha iniziato la giornata entrando in un luogo dove molti uomini e donne arrivano dopo aver perso, almeno fisicamente, proprio le proprie radici: la casa, la terra, la famiglia, la lingua, la sicurezza, la memoria quotidiana che tiene in piedi una vita.

Il saluto iniziale, fatto dal vescovo, ha collocato subito l’incontro dentro la ferita più profonda delle Canarie. Queste isole sono state definite “frontiera sud dell’Europa”. Da anni vedono giungere dal continente africano decine di migliaia di persone, spesso dopo traversate disumane su cayucos e pateras. Alcuni arrivano vivi, esausti, segnati nel corpo e nello spirito. Altri restano nel mare, lungo quella rotta atlantica che continua a trasformare la speranza in lutto. Non erano parole astratte. Davanti al Papa c’erano i volti di chi ha attraversato quella strada, di chi lavora nell’accoglienza, di chi ogni giorno vede quanto costi all’uomo cercare una vita possibile.

È stato ricordato che “Las Raíces” è uno dei più grandi dispositivi di accoglienza delle Canarie. Nato in un antico spazio militare, oggi è presentato come luogo di prima accoglienza, assistenza e accompagnamento. Il direttore ha ricordato che dal 2021 sono passate da questo centro più di settantamila persone. Il numero impressiona, certo. Il Papa, però, ha aiutato a non restare prigionieri dei numeri. Dietro ogni cifra c’è una storia, dietro ogni arrivo c’è un viaggio, dietro ogni volto c’è un cuore che domanda di essere riconosciuto.

La ministra spagnola ha parlato di umanità, regolarità e convivenza. È un passaggio importante, perché permette di comprendere che l’accoglienza non può essere ridotta a impulso emotivo. Chi arriva chiede dignità. Chi accoglie deve costruire ordine, responsabilità e integrazione. La convivenza non nasce per magia, quella la lasciamo ai comunicati stampa, dove spesso tutto funziona benissimo finché non arriva la realtà a bussare alla porta. Nasce da un lavoro paziente, da regole giuste, da percorsi seri, da una comunità capace di riconoscere nell’altro una persona e non un fastidio amministrativo.

Le testimonianze dei migranti hanno dato carne a tutto questo. Hanno parlato di sogni semplici: lavorare, aiutare la famiglia, vivere con dignità, trovare pace. Hanno ricordato che nessuno lascia la propria terra quando può vivere in pace. Questa frase andrebbe custodita. Sradicarsi non è mai una passeggiata. Partire significa lasciare una parte del cuore dietro di sé. Significa affidarsi a strade pericolose, a promesse incerte, talvolta a reti criminali che si nutrono della disperazione. Per questo la richiesta rivolta al Papa è stata semplice e immensa: rispetto, umanità, opportunità di vivere con dignità.

Leone XIV ha risposto in francese. Anche questo dettaglio non è secondario. Il Papa ha parlato in una lingua che molti migranti africani potevano comprendere più facilmente. In un viaggio dove le lingue sono state spesso questione delicata, qui la scelta linguistica è diventata gesto pastorale. Non si parla soltanto “dei” migranti. Si parla “ai” migranti. E quando un Pastore sceglie la lingua di chi ascolta, mostra che l’incontro non è scena, è prossimità.

Il Papa ha collocato tutto nel giorno della solennità del Sacro Cuore di Gesù. Ha detto che il Cuore di Cristo esprime l’amore misericordioso e infinito di Dio per ogni essere umano. In questo contesto, ha spiegato, l’incontro diventa provvidenziale: al di là delle origini, l’amore di Dio non conosce frontiere, non fa distinzioni, si dona a tutti e raduna nell’unità. Qui sta il nucleo della giornata. Il tema migratorio non viene consegnato alla propaganda, viene immerso nel Cuore trafitto di Cristo.

Guardando i volti presenti, Leone XIV ha pensato ai cuori feriti da tante difficoltà e consolati dall’amore ricevuto attraverso altri cuori aperti, generosi e misericordiosi. È una frase decisiva. Il Papa non cancella le ferite. Le guarda. Riconosce il dolore, la paura, lo sradicamento. Nello stesso tempo mostra che una ferita può incontrare un cuore aperto. Questo è il cristianesimo: non un’idea elegante sulla solidarietà, non una teoria umanitaria ben profumata, bensì un cuore trafitto che continua a generare cuori capaci di misericordia.

Poi il Papa ha richiamato il Buon Samaritano. Per spiegare l’universalità dell’amore, Gesù prende come esempio la buona azione di un uomo appartenente a un altro popolo e a un’altra religione. È un passaggio molto forte. La carità cristiana non nasce dalla somiglianza, nasce dal riconoscimento della persona ferita. Il prossimo non è soltanto chi appartiene al mio gruppo. È chi giace sulla strada e attende che qualcuno si fermi.

Leone XIV ha ricordato anche due santi legati alle Canarie, san Pedro de San José Betancur e san José de Anchieta, partiti da queste isole verso l’America per annunciare il Vangelo. Anche loro furono migranti, partiti verso l’ignoto con il solo bagaglio della fede, della speranza e della carità. In questo modo il Papa ha rovesciato lo sguardo: le migrazioni non sono soltanto una crisi da gestire. Possono diventare occasione di incontro, di scambio, di arricchimento reciproco tra i popoli. La Chiesa lo sa da sempre, perché la missione stessa è fatta di partenze, approdi, lingue nuove, popoli incontrati, doni ricevuti e offerti.

Il nome del centro, “Las Raíces”, ha permesso al Papa di richiamare anche Papa Francesco, che amava l’immagine delle radici per invitare a non dimenticare le proprie origini, a rimanere uniti e a confidare nel Signore. Leone XIV ha ripreso l’immagine biblica dell’albero piantato lungo corsi d’acqua, capace di restare verde anche quando arriva il caldo. È una parola molto bella per chi ha lasciato la propria terra. Le radici non sono soltanto geografiche. Le radici più profonde sono nel Signore. Chi resta radicato in Lui può attraversare tempeste senza perdere la propria dignità.

Qui il discorso del Papa ha assunto una delicatezza particolare. Ai migranti non ha detto soltanto: siete accolti. Ha detto qualcosa di più profondo: restate radicati nel Signore. Non perdete il vostro tesoro di umanità, i vostri sogni, le vostre culture. Siate aperti a ciò che vi viene offerto. Vivete questo scambio con responsabilità, pensando anche alle generazioni future. È una parola cattolica, quindi più esigente degli slogan. Accogliere significa riconoscere. Integrare significa anche chiedere responsabilità. La dignità non cancella il dovere, lo rende possibile.

L’incontro di Las Raíces mostra con chiarezza la linea di Leone XIV. Il Papa non rinchiude il tema migratorio dentro l’ideologia. Non benedice una retorica dell’accoglienza indistinta. Non consegna parole fredde a chi vorrebbe ridurre tutto a sicurezza e confini. Riporta ogni cosa al Cuore di Cristo, e dal Cuore di Cristo fa nascere una visione concreta: dignità, accoglienza, integrazione, responsabilità, memoria delle radici, apertura a un futuro condiviso.

Nel giorno del Sacro Cuore, il viaggio verso Tenerife comincia dunque nel luogo delle radici ferite. Ed è proprio lì che Leone XIV pronuncia una parola capace di tenere insieme cielo e terra: siamo tutti, in qualche modo, migranti; siamo tutti pellegrini verso la patria celeste; siamo chiamati ad aiutarci gli uni gli altri perché questo mondo diventi un luogo più umano per tutti.

È una conclusione semplice, quasi disarmante. Per arrivare alla patria del cielo, nessuno può calpestare chi cerca una patria sulla terra.

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